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Home - Approfondimenti - Interviste - Pirani, Confindustria ha un ritardo culturale, non vede che la rivoluzione è già attorno a noi

Pirani, Confindustria ha un ritardo culturale, non vede che la rivoluzione è già attorno a noi

di Nunzia Penelope
11 Settembre 2020
in Interviste
Pirani, Confindustria ha un ritardo culturale, non vede che la rivoluzione è già attorno a noi

di Emanuele Ghiani https://twitter.com/GhianiEmanuele

Paolo Pirani,  segretario generale della Uiltec, la categoria che raduna molti conratti dell’industria. Non era all’appuntamento di lunedi scorso tra i vertici di Confindustria e le tre confederazioni, ma ovviamente la questione lo riguarda molto da vicino, proprio per il destino che attende i diversi contratti in ballo,  a partire da quello della Gomma Plastica, che riprende mercoledi prossimo.

Pirani, che giudizio da’ dell’incontro tra Confindustria e i sindacati di lunedi scorso?

Per dirla con una battuta, siamo al ”contrordine compagni”. Dopo i tuoni e fulmini dell’estate, il presidente Carlo Bonomi non ha annunciato nulla di rivoluzionario. Noto una netta discrasia, diciamo, tra la comunicazione del presidente di Confindustria  e la realtà con cui si è dovuto confrontare.

Pensa che sia solo un errore di comunicazione?

Quella di Bonomi sembra  costruita come la comunicazione di un politico, puntando sulla polemica a effetto per fare colpo sugli elettori e raccogliere consensi. Ma il presidente di Confindustria non deve essere votato, a parte che già è stato eletto: ha un compito differente.

E cioè quale?

Innanzi tutto, deve favorire la contrattazione, i rinnovi dei contratti.

Ecco, i contratti, appunto. Bonomi aveva annunciato una rivoluzione, ma dall’incontro di lunedì non sembra ce ne siano in vista.

Probabilmente si sono resi conto di aver fatto uno scivolone per quanto riguarda il settore alimentare. L’idea di Confindustria di bloccare il rinnovo, impuntandosi su una differenza, mi pare, di 12 euro, non ha alcun senso. Infatti, altre importanti aziende stanno firmando con i sindacati, e l’unico risultato sarà quello di allontanare ulteriormente i grandi gruppi da Confindustria.

Cosa intende dire?

Che il tentativo di centralizzare la contrattazione non funziona, non può funzionare. Una volta in Confindustria c’era la Fiat, e il volere di Fiat coincideva con quello di Confindustria, gli altri più o meno si adeguavano, ma oggi questo non funziona più. I grandi gruppi non si fanno dettare la linea da Viale dell’Astronomia. 

Ma i piccoli hanno problemi differenti, e sono la maggioranza delle imprese associate alla Confindustria. La divisione è sempre tra chi vuole il contratto nazionale, e chi quello aziendale.

E infatti l’equilibrio tra le due diverse istanze fu trovato col Patto della fabbrica, che consente a ciascuno di regolarsi in base alle proprie esigenze.

Patto che oggi Bonomi sembra voler rimettere in discussione, riportando maggior peso sulla contrattazione aziendale.

Nella Confindustria c’è soprattutto un grave ritardo culturale, a mio avviso. La contrattazione aziendale oggi si fa dove c’è innovazione: ogni volta che in una impresa, a prescindere se grande o piccola, entra un macchinario nuovo, un processo nuovo, una digitalizzazione, occorre rivedere le modalità di lavoro. E quindi tutto, necessariamente, va ricontrattato. Pensi al tema della salute, della sicurezza: la spinta era legata al Covid, alla paura, ma il risultato è che la scorsa primavera abbiamo contrattato ovunque, in tutte le aziende. Si sono creati comitati paritetici, ci si è confrontati sui turni, l’organizzazione del lavoro, lo smart working, questo si una rivoluzione che va affrontata seriamente. E le porto un’altra prova di come tutto sia legato all’innovazione: in Veneto, anche nel momento della crisi peggiore, solo l’8% delle aziende ha applicato il lavoro a distanza, e oggi sono scesi al 3%. Perché non c’è stata innovazione, digitalizzazione, non c’è dimestichezza con le tecnologie. A differenza del cosidetto ”modello emiliano”, dove l’innovazione è regina, e dunque anche la contrattazione.

Quindi, più cultura dell’innovazione, più contrattazione?

Esatto. Ma invece di affrontare queste tematiche, Confindustria propone modelli centralistici, e ri-propone la questione del salario di produttivita. E’ una prova di grande ritardo culturale. Diciamo che è molto poco smart.

Anche il sindacato però non sembra avere uno sguardo particolarmente rivolto al futuro. Chiede le stesse cose di sempre.

Vero, in parte. Ma appunto, credo che questo sia il momento perfetto per fare tutti un salto in avanti. Lanciarci reciprocamente, sindacato e imprese, una sfida sui processi innovativi. Invece di “rivoluzionare” i contratti proponendo vecchi schemi, come pretende Bonomi, si potrebbe aprire un confronto sulla rivoluzione che sta avvenendo tutto attorno a noi. Prenda lo smart working: forse indietro non si tornerà, ma nemmeno si potrà andare avanti cosi a casaccio: è una cosa enorme, che va regolata, valutata, organizzata. Abbiamo oggi, anche grazie al Recovery Fund, l’occasione per rinnovare tutto il sistema produttivo, attraverso la transizione energetica, la digitalizzazione del paese. E collegandoci a tutto questo, potremmo sviluppare una contrattazione legata all’innovazione e agli investimenti, anche per quanto riguarda i salari. Ecco, di fronte a questi cambiamenti epocali, un atteggiamento come quello di Bonomi appare incongruo.

Ma intanto, c’è da rinnovare i contratti. Come pensa che andrà a finire?

Non so, la prova del budino, come è noto, si fa mangiandolo. Lunedi sembra che la Confindustria abbia detto ok al Patto per la Fabbrica, e negato di voler bloccare dei contratti. Vedremo. Per quanto ci riguarda, il 16 settembre avremo l’incontro per la stretta finale sul rinnovo della Gomma Plastica, e nello stesso giorno riprenderà il confronto per il contratto dei metalmeccanici. Lì vedremo se c’è una volontà di far andare avanti le relazioni industriali, cogliendo le novità, o meno.

Nunzia Penelope

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    di Emanuele Ghiani https://twitter.com/GhianiEmanuele
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