La recente conclusione della trattativa per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici ha ricevuto diversi commenti, per lo più favorevoli, nonostante l’aspro confronto tra le parti, durato diversi mesi, la difficile congiuntura economica di riferimento e la mobilitazione con più di 40 ore di sciopero da parte della categoria.
La piattaforma unitaria e la conclusione unitaria sono di per sé elementi positivi della gestione di un conflitto non certo facile e nemmeno scontato nel suo esito.
Gli organismi dirigenti di FIM, FIOM e UILM saranno sicuramente in grado di effettuare una analisi più accurata delle dinamiche che hanno caratterizzato questo rinnovo.
Non spetta certamente a noi, commentatori, dare suggerimenti, per lo più nemmeno desiderati, a gruppi dirigenti che hanno impegnato la loro credibilità e che, con tenacia, hanno tenuto la barra dritta durante mesi di negoziato difficile.
Tuttavia qualche riflessione ai margini è utile farla.
In primo luogo, è stato giustamente osservato che l’accordo raggiunto ha consentito la tutela del salario medio reale della categoria (questo grazie anche alla norma di garanzia che definita del precedente rinnovo ha consentito un aumento in itinere delle retribuzioni).
Qualche commentatore ha evidenziato come questa procedura, se fosse stata estesa ad altre categorie, avrebbe probabilmente compensato, almeno in parte, gli effetti negativi sulle retribuzioni, determinati dai ritardi dei rinnovi contrattuali.
Io mi limito ad osservare che la stessa è figlia della libera contrattazione tra le parti e per ciò stesso di indubbia efficacia, l’eventuale estensione ad altre categorie dovrebbe essere il risultato di un confronto confederale magari di “manutenzione” dell’accordo del 1993.
Mi permetto però di osservare che tra le categorie che più hanno avuto ritardi nel rinnovo dei loro contratti nazionali, brillano quelle del Pubblico Impiego (che lo Stato sia un pessimo datore di lavoro?), in questi comparti, non esistono contratti pirata, non si vede come una norma sul salario minimo (giusta per carità!) possa imporre il rinnovo, per tempo, della contrattazione; né si può sostenere che ci sia un problema di misurazione della rappresentanza (nel pubblico impiego esiste già una legge che lo prevede).
Mi limito ad osservare, utilizzando questo esempio paradossale, che purtroppo i diversi interventi, invocati da più parti, per affrontare e risolvere il problema della perdita di potere di acquisto delle retribuzioni, di per è, non sono in grado di garantire il raggiungimento di quell’obiettivo.
Non lo è la legge sulla rappresentanza, non lo è l’assenza di contratti “pirata” non lo è nemmeno la eventuale introduzione del salario minimo. Quindi: Che fare?
Accettare l’inevitabile declino dei salari (in una situazione di produttività stagnante che dura orma da 20 anni?) io credo di no!
Io credo che solo una nuova politica dei redditi una nuova fase di concertazione tra sindacati, datori di lavoro e Governo, possa e debba riordinare la materia delle Relazioni Industriali, tale da renderla più efficace e dai contenuti maggiormente esigibili. Per far questo occorre però riconoscere che solo una nuova fase di confronto negoziale a livello confederale può sciogliere questi nodi. Lasciare che siano solo le categorie ad affrontare i rinnovi contrattuali in “solitudine” vuol dire solo avviarsi sulla strada di un lento, ma inesorabile, declino del nostro sistema contrattuale.
Luigi Marelli























