Il celebre popolo delle partite Iva non esiste. O, almeno, esiste magari come categoria sociale, accomunata dalle particolarità, dalle esigenze, dai vantaggi, in generale, del lavoro indipendente, contrapposto ai vincoli e i benefici del lavoro dipendente. E si può anche pensare che questo popolo condivida, più o meno vagamente, atteggiamenti psicologici e culturali. Ma l’Iva non c’entra nulla. Perchè la metà di questo “popolo delle partite Iva” con l’Iva, intesa come imposta, non ha nulla a che fare: non la paga. E non perché la evade, ma perché è legalmente titolato a non pagarla. Fra i paradossi e le storture della campagna per la “flat tax”, imposta da Salvini e dalla Lega al paese, c’è, infatti, l’esenzione, per chi scelga una tassazione forfettaria sull’Irpef, dal pagamento dell’altra grande imposta nazionale, l’Iva. I beneficiati della flat tax, dunque, emettono fatture senza Iva, a prezzi al di sopra di ogni concorrenza. In particolare, da parte dell’altro pezzo del popolo delle partite Iva, quello senza flat tax e, dunque, con la fattura più 22 per cento.
I lavoratori dipendenti, dunque, prendano nota: non tutti i figli dell’oca bianca (fiscale), ovvero i lavoratori autonomi, ridono allo stesso modo. Infatti, questo popolo dell’Iva (con e senza) è diviso da profonde fratture. Se il parametro che li divide è la flat tax, i tre milioni e mezzo di titolari di partite Iva si ripartiscono in quattro categorie. Sulla base delle dichiarazioni 2023, ci sono 665 mila contribuenti con un reddito denunciato sopra gli 85 mila euro l’anno, troppo alto per fruire della flat tax. Ci sono 187 mila partite con redditi fra 65 mila e 85 mila euro, che scelgono la tassazione ordinaria, di solito perché la flat tax si applica solo alle ditte individuali. Ci sono 842 mila partite a tassazione ordinaria, nonostante i redditi siano inferiori a 65 mila euro, probabilmente perché hanno diritto ad altri rimborsi e detrazioni. E, infine, ci sono 1 milione e 792 mila – la metà del totale – che usufruisce della flat tax e dell’esenzione dall’Iva. Questa quota, peraltro, è in rapida crescita. Secondo l’analisi compiuta dal Sole 24 ore, nel 2025 242 mila contribuenti hanno scelto la flat tax, la metà delle nuove partite Iva. Ma se si considerano solo le ditte individuali (le uniche a poterne fruire) a scegliere la flat tax sono sette su dieci.
In un universo fiscale, già frammentato in uno spolverio di bonus, benefici, esenzioni, insomma, anche il regalo delle flat tax si risolve in un ulteriore allargamento della giungla di privilegi – veri e falsi, espliciti ed impliciti, sempre divisivi – alimentata dalla politica delle mance cara alla destra di governo. La flat tax disegna, infatti, anche all’interno del mondo dei lavoratori autonomi, contraddizioni stridenti e punitive. Il milione e mezzo di partite Iva con redditi sopra i 65 mila euro, sottoposti a tassazione ordinaria, paga, infatti, un’aliquota Irpef del 31-32 per cento. I meno di 200 mila che hanno scelto la tassazione ordinaria, pur con redditi sotto i 65 mila euro l’anno, paga un’aliquota del 23 per cento.
E il milione 791 mila di ditte individuali a tassazione forfettaria? Dividendo l’imponibile dichiarato per l’imposta versata, viene fuori una tassazione media misurabile in spiccioli: l’11,8 per cento. La metà di quanto pagano anche i lavoratori autonomi a pari reddito, ma a tassazione ordinaria. Spiccioli per l’Irpef e niente Iva: la flat tax fa miracoli.
Naturalmente, quando le contraddizioni sono così vistose, scattano effetti a catena, al di là delle sperequazioni tributarie, direttamente nel tessuto economico. I miracolati della flat tax possono scontare ai clienti l’Iva e, data la minore Irpef, anche costi minori di gestione. La concorrenza sui prezzi diventa insostenibile per chi non rientra nel beneficio. Di fatto, è un potente incentivo all’evasione: troppo conveniente restare al di sotto delle soglie di accesso alla flat tax.
Ma è anche una spinta a gestire la propria azienda, non evadendo le tasse, ma costringendola – ha sottolineato la Corte dei conti – ad un nanismo, pernicioso per l’efficienza del sistema economico. Un nanismo che può essere vero o finto. Vero, nel caso si decida esplicitamente di non crescere. Finto, quando si spezzetta formalmente l’attività, pur di non uscire dall’area del privilegio.
Maurizio Ricci






















