Chiamatelo Oscar, chiamatelo Nobel, di certo Giorgia Meloni ha vinto stracciando la concorrenza il premio di migliore equilibrista sulla scena mondiale. Roba mai vista. Un’attitudine, un dono naturale, che ha permesso alla premier italiana di uscite indenne perfino dal clamoroso e spinoso caso del Board of Peace, la grottesca Onu privata che il suo amico Donald Trump ha costruito a propria immagine e somiglianza e lanciato la scorsa settimana al World economic forum di Davos.
Eppure, questa volta Meloni sembrava davvero con le spalle al muro. Praticamente spacciata. Il Board, a cui era stata invitata, è una vera e propria bomba nucleare di portata planetaria. Un ordigno così potente che, a confronto, erano scherzetti il rapimento di Maduro in Venezuela e la minaccia di dazi contro i Paesi europei “colpevoli” di avere inviato soldati in difesa della Groenlandia. Il Consiglio della pace, che va ben oltre al compito di disegnare il destino di Gaza, è infatti un direttorio dei “Paesi forti” ideato per affossare definitivamente l’Onu. E’ richiesto un gettone di adesione da un miliardo di dollari per comprarsi un seggio permanente. Ed è implicita la genuflessione ai piedi di The Donald a cui, da statuto, spetterà “il potere decisionale ultimo”.
Roba da chiamare una ciurma di psichiatri, ma di quelli bravi. Roba da far venire i brividi di imbarazzo perfino alla presidente del Consiglio. E il problema di Giorgia, che fino ad allora aveva tenuto con rara abilità il piede in due staffe (Trump e l’Europa), era che il suo amico americano voleva una risposta a breve. Entro le 10.30 di giovedì 22 gennaio al Congress center di Davos, dove il presidente aveva organizzato la cerimonia per la firma di adesione. Insomma, questa volta, Meloni sembrava costretta a una scelta di campo netta, senza ambiguità. Dentro o fuori. Con Donald o contro di Donald. Con l’Europa e l’Onu o con l’America trumpiana. Soluzioni terze non erano alla vista, come aveva dimostrato il trattamento riservato dal presidente Usa a Emmanuel Macron: il leader francese ieri si era permesso di chiamarsi fuori, sostenendo che non si può smantellare l’Onu creando un’organizzazione internazionale alternativa e Trump aveva servito a Macron una massiccia dose di minacce. “Applicherò dazi del 200% su vini e champagne francesi”.
In sintesi, Meloni appariva finita in un vicolo cieco. Senza possibilità di manovra, tanto più che il Board del suo amico americano sembrava sempre più un club di autocrati (i primi ad aderire erano stati l’ungherese Viktor Orban, il comunista vietnamita To Lam e Alexander Lukashenko, il dittatore bielorurusso considerato “il terrorista numero uno” in Europa). Non esattamente una bella compagnia.
Ma ecco il miracolo meloniano. Per riuscire a non dire “no” a Trump, prima ha preso tempo. Poi, quando c’è stato da volare a Davos, Meloni ha chiamato Trump: “Caro Donald, mi dispiace, non potrò essere presente alla cerimonia della firma. Sai, c’è un problema con la nostra Costituzione, dobbiamo valutarne la compatibilità con lo statuto del board”. E Donald, forse sedato dai suoi, ha sospirato un “…capisco, capisco, non siete gli unici…”. Per poi sganciare un’altra frase ottimistica al suo staff, come rivelano le cronache della Casa Bianca: “Giorgia vuole disperatamente firmare, ma credo che debba avere il via libera del suo Parlamento”.
Insomma, Meloni è stata così brava che il tycoon si è fatto intortare. Se l’è bevuta. Donald sembra coltivare davvero la certezza che, prima o poi, arriverà l’adesione dell’Italia alla sua Onu privata. Del resto, la premier ha fatto di tutto per farglielo credere. Prima ha detto: “Il mio non è un no definitivo. Il progetto è interessante. Si vedrà…”. Poi si è spinta fino al punto di chiedere a Trump di rivedere lo statuto del Board per poter aderire.
Altro tempo prezioso nella cascina di Giorgia, la temporeggiatrice. E, conoscendo a fondo lo sconfinato egocentrismo e impareggiabile narcisismo dell’inquilino della Casa Banca, la statista della Garbatella è arrivata al punto di auspicare che venga assegnato il premio Nobel per la pace al presidente Usa. Per dirla con Elly Schlein, che qualche volta ci azzecca: “Meloni non era mai scivolata così in basso”. Tutto, pur di continuare a tenere il piede in due staffe.
Alberto Gentili

























