Dopo un mese di blocco degli straordinari e della reperibilità, i sindacati di categoria hanno proclamato uno sciopero nazionale in WindTre per il 12 ottobre. Le organizzazioni sindacali sostengono che i trattamenti economici e normativi del contratto integrativo aziendale siano rimasti in larga parte fermi al 2008, con alcune riduzioni intervenute negli anni successivi, e ne chiedono il rinnovo. Il Diario del Lavoro ha intervistato Giulio Neri, responsabile del Dipartimento Telecomunicazioni della UILFPC, che individua nella volontà dell’azienda di non aumentare il costo del lavoro il principale ostacolo alla trattativa.
Neri, dopo un mese di blocco degli straordinari e della reperibilità siete arrivati allo sciopero nazionale del 12 ottobre. Che cosa è successo in questo periodo e perché non è stato possibile trovare un’intesa con l’azienda?
L’azienda sta cercando di far quadrare i conti economici, soprattutto evitando di aumentare il costo del lavoro. Noi abbiamo presentato una piattaforma per rivedere il contratto integrativo aziendale, cioè quell’accordo di secondo livello che permette di definire nelle singole aziende una serie di trattamenti nell’ambito del contratto collettivo nazionale. Ci aspettavamo di poter discutere una redistribuzione di parte del valore prodotto, ma questa disponibilità non c’è stata. Anzi, nel frattempo l’azienda ha fatto anche un passo indietro sul premio di risultato, proponendo di convertirne una parte in welfare, senza però aumentarne gli importi. Una proposta che non abbiamo condiviso. Ma non è soltanto per questo che siamo arrivati allo sciopero. Il problema è che sulle richieste economiche della nostra piattaforma non abbiamo trovato alcuna apertura. E nemmeno durante questo mese di mobilitazione è cambiato qualcosa. L’azienda continua a guardare esclusivamente alla tenuta dei conti.
Quando parla di indisponibilità sulle questioni economiche, a quali richieste si riferisce? Ci sono invece aspetti sui quali WindTre si è mostrata più disponibile?
Quello che chiediamo è di redistribuire equamente il valore prodotto a tutti i lavoratori. E ci sono strumenti molto semplici ed immediati per farlo. Prendiamo il buono pasto: aumentarlo sarebbe un modo per riconoscere a tutti un beneficio economico. Anche perché, con quello che è successo in questi anni sul fronte dei prezzi, non stiamo parlando di guadagnare di più, ma almeno di recuperare una parte del potere d’acquisto perduto. Poi ci sono il riconoscimento delle professionalità e dei relativi livelli di inquadramento, le indennità di reperibilità, le questioni legate ai part time involontari. Su tutto questo non c’è disponibilità.
Quando invece parliamo di welfare, di situazioni sociali o familiari particolari, il confronto è diverso. Sono questioni sulle quali noi abbiamo una grande sensibilità e siamo ben contenti di poterne discutere. Ma resta il fatto che, appena si entra nel merito di qualcosa che comporta un aumento del costo del lavoro, l’azienda si ferma. Sui buoni pasto, sulle reperibilità, sui riconoscimenti economici non si riesce ad andare avanti.
Perché, secondo il sindacato, molti trattamenti economici e normativi sono rimasti sostanzialmente fermi al 2008, subendo in alcuni casi anche delle riduzioni?
Bisogna tornare a quello che successe in quegli anni. Eravamo in una fase in cui si parlava di possibili operazioni societarie, anche di cessioni sulle quali noi non eravamo d’accordo. C’era una situazione aziendale difficile da gestire e arrivammo a sottoscrivere quelli che chiamerei accordi di tenuta attraverso cui affrontammo quella fase. Furono accordi fatti in un momento particolare, per cercare di gestire le difficoltà che c’erano allora. Il punto è che da quel momento quei trattamenti sono rimasti sostanzialmente fermi. Sono passati molti anni e oggi chiediamo di poterli finalmente rivedere.
I sindacati denunciano una politica di austerità da parte di WindTre. Come giudica le scelte economiche dell’azienda?
La contraddizione è abbastanza evidente. Quando discutiamo di contrattazione collettiva ci viene detto che bisogna contenere i costi, che non ci sono margini per aumentare i trattamenti economici. Però poi, sappiamo che gli aumenti individuali, quelli riconosciuti dall’azienda sulla base di propri criteri di merito, continuano a esserci. È un po’ la politica dei due forni. Quando si tratta di distribuire qualcosa attraverso un accordo con il sindacato, il cordone della borsa è stretto. Quando invece l’azienda decide autonomamente a chi riconoscere un aumento, quello stesso cordone è molto più largo.
Sappiamo che c’è stata una riduzione dei flussi di cassa e che questo, per la proprietà, rappresenta un elemento di attenzione. Il problema è come si sceglie di affrontarlo. Perché se da una parte si dice che bisogna contenere il costo del lavoro, ma dall’altra si continuano a riconoscere aumenti individuali, allora c’è qualcosa che non torna. È questa la contraddizione che contestiamo.
Nel novembre 2025 è stato rinnovato il contratto nazionale delle telecomunicazioni, dopo una lunga trattativa. Come si inserisce questo rinnovo nella discussione sul contratto integrativo di WindTre?
Il contratto nazionale è rimasto scaduto per tre anni. E non certo perché noi non volessimo rinnovarlo. Abbiamo dovuto affrontare una mobilitazione importante per arrivare al rinnovo del novembre 2025. Adesso però non si può utilizzare il maggior costo di quel contratto come motivo per non intervenire sulla contrattazione integrativa. Perché sono state le stesse aziende a non consentirci di rinnovarlo per tre anni. E il fatto che il contratto nazionale fosse ancora da rinnovare ha contribuito anche a ritardare la discussione sugli integrativi aziendali. Insomma, prima si tiene fermo il contratto per anni e poi, quando finalmente viene rinnovato, non si può sostenere che il suo costo impedisca di affrontare le altre richieste economiche. Sono costi che avrebbero dovuto essere già messi a bilancio.
Dopo lo sciopero del 12 ottobre, quali saranno i prossimi passi del sindacato?
Innanzitutto dobbiamo vedere quale sarà la partecipazione dei lavoratori, che auspichiamo fortemente positiva, e la risposta dell’azienda. Questi per noi sono i primi elementi da considerare. Dopodiché faremo le nostre valutazioni e decideremo come procedere.
Emanuele Ghiani




























