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Home - Primo Piano - Il new deal della politica sulle riviste patinate

Il new deal della politica sulle riviste patinate

di Elettra Raffaela Melucci
12 Maggio 2023
in La nota
Il new deal della politica sulle riviste patinate

EDICOLA GIORNALI EDITORIA PERIODICI

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Prendo in prestito da Nanni Moretti una delle sue più celebri battute per porre un interrogativo: in un’epoca di bulimia mediatica in cui il dibattito politico ha subito una sostanziale delocalizzazione nello spazio digitale che offre infinite possibilità di replica e parola, perché la segretaria del Pd, Elly Schlein, a differenza dei suoi avversari politici e non, latita dalle piattaforme di comunicazione? A giudicare dal numero di pubblicazioni sui suoi profili social, Schlein e il suo ufficio di comunicazione sembrano provenire da un’altra epoca. Ma poi nemmeno tanto, perché poche sono anche le interviste rilasciate alle principali testate di informazione. Eppure eppure il biasimo sembra rincorrerla a prescindere da dove-se-e-quando parla.

Tutti sono al corrente della prima intervista dal suo insediamento nella segreteria del Pd rilasciata al settimanale di moda e costume Vogue, pubblicata proprio il 25 aprile quando la segretaria era a Milano al corteo per i festeggiamenti del giorno della Liberazione, ma non tutti sono al corrente dei suoi contenuti. Il dibattito pubblico, infatti, si è concentrato sul quell’infausto passaggio sul power dressing (tranquilli, anche la stessa Schlein ha ammesso «se sapessi che cos’è, ti potrei rispondere!») e sull’amica armocromista Enrica Chicchio da 140euro all’ora (la tariffa sarebbe poi stata rivelata dalla stessa Chicchio in un’intervista al Messaggero, aggiungendo che all’amica Elly applica un forfait), ma sul resto si tace il fatto che si tratta a buona ragione di un pezzo dai contenuti lineari e incisivi, così com’è la stessa Schlein. L’accanimento rivivifica immagini di (nemmeno troppo) lontana memoria – quelle di una sinistra in cashmere, scarpe artigianali da un milione di lire (cartellino smentito dal diretto interessato che ha confidato a La Repubblica: «Costano 120 euro al paio e non 1.000, fine della precisazione», operando una rapida conversione in euro), barche a vela e tenute con vigneti da sogno – e soffia sul fuoco dell’equivalenza sinistra=basso profilo: un “comunista” (ma quale comunista, piuttosto «di’ qualcosa di sinistra!») non può ostentare il lusso, perché sennò predica bene e razzola male. Un po’ come la storia di Seneca e suoi tavoli di cedro: nel primo quinquennio del principato di Nerone il filosofo dell’autarkeia si arricchì talmente tanto da poter vantare una collezione di oltre cento tavoli di cedro. Alla faccia dello stoicismo e della lotta al negotium. Ma tant’è: cambia il tempo, ma noi no. Tuttavia Schlein, che ha imprudentemente offerto il fianco agli avversari sulla questione dell’armocromia, in uno dei passaggi ignorati della sua intervista sembra rispondere alle prevedibili accuse: «Su cosa costruiscono la loro retorica i nazionalisti? Su un capro espiatorio» (anche se nel merito della sua risposta la segretaria si riferisce a «chi nelle nostre società fa più fatica. […] Sono questi i nemici contro cui cercano di costruire un facile consenso»).

Ma la segretaria non è la prima a essersi esposta su periodici patinati – un ammiccante Matteo Renzi su Vanity Fair, Matteo Salvini desnudo su Oggi, Giorgia Meloni in blu su Grazia («Ragazze, liberiamo il nostro potere») – per cui le accuse di essersi concessa a un giornale di costume decade lì dove nasce. Questo tipo di comunicazione non convenzionale per il dibattito politico è uno strumento potentissimo, soprattutto in campagna elettorale: in uno spazio alieno dallo scontro, conciliatorio, il politico si mette a tu-per-tu con il lettore e si racconta come lo farebbe con un amico o un’amica. L’elettore si avvicina alla sfera intima di quel capoccia che gli/le chiede fiducia e si apre a una confidenza: questa è per te, amico, mentre mi leggi ci siamo solo noi due e vedi come sono così simile a te? Noi due, io e te, siamo della stessa pasta: siamo nello stesso studio medico, dallo stesso parrucchiere, seduti sullo stesso sofà dopo una giornata dura in cui si richiede solo sano relax e chiacchiere disinteressate; ti dico che voglio bene ai miei figli, che mi piacciono i toni caldi, il mare o la montagna, la pizza o le lasagne, la stessa squadra. Proprio come a te. Poi, nel caso, ti lascio il mio biglietto da visita in cui sintetizzo le mie posizioni e ci rivediamo alle urne, va bene? Pensaci. Fun fact: nella puntata del 5 febbraio 2013 di Ballarò, programma condotto da Giovanni Floris, il comico Maurizio Crozza imitando Berlusconi profetizzò: «Tutti che mi criticano, il Wall Street Journal, il Financial Times…ma chi li legge? Sono in inglese! Quanti parlano l’inglese? Quante copie vende “Chi” e quante il “Financial Times”? Coglioni!».

Il rappresentante istituzionale, quindi, si sgrava da quell’aura di imperscrutabile mistero da Prima Repubblica e apre le porte di casa sua per farsi sbirciare in camera da letto; allo stesso tempo, la politica diventa una sorta di reality show in cui il voto alle urne è anticipato dal televoto da casa che si esercita attraverso smartphone, tablet e pc a colpi di cuoricini, grrr e lacrime. Il rapporto politico-elettore si fa diverso, l’interazione attiva e quotidiana. Senza alcuna sorpresa, il precursore di questo new deal della comunicazione è stato Silvio Berlusconi, che ci ha prima aperto i cancelli dell’inespugnabile Arcore e che poi ha portato il gossip nei palazzi del potere. Tradimenti, intrighi, scandali sessuali, una telenovela scabrosa quanto appassionante che umanizza gli intoccabili e condiziona totalmente i nuovi scenari della politica.

Tornando a Schlein, quindi, alla sua “strategia del silenzio” sui social e alle belle foto di Enrico Brunetti su Vogue, la verità è che la segretaria del Pd è già in campagna elettorale e pare abbia iniziato piuttosto bene: avvicinandosi a quel certo tipo di elettorato che la sinistra ha tenuto un po’ a distanza negli anni, attraverso spazi più popolari e non tradizionali della logica politica. Se non fosse per l’antico pregiudizio dell’autarkeia di sinistra, l’aver accennato all’armocromia e al power dressing, a come gestire l’ansia da prestazione e superare i fallimenti, sposta sensibilmente l’asse di interesse di (e)lettori e (e)lettrici verso questa giovane donna che nel bene o nel male solletica l’interesse. Aver scelto proprio quel periodico come primo spazio di confessione non è stata una scelta scellerata, un “suicidio politico” come è uso esprimersi: piuttosto è stata un’abile mossa per soddisfare la promessa di svecchiare quel Pd fermo da vent’anni, strappare le toppe di camoscio dalle giacche di velluto a coste e ormeggiare la barca per tornare letteralmente in piazza. Perché sì, se Schlein latita un po’ dai social, ha quantomeno il merito di essersi ripresa l’agorà: onnipresente alle commemorazioni nazionali e alle manifestazioni anche quando non è poi così gradita (si veda la reazione del segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, alla partecipazione della segretaria alla prima tappa bolognese della manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil). Era da tanto che non si percepiva una presenza di sinistra che fa rumore tra la folla dei manifestanti, che fa discutere e che discute, che parla di giovani ai vecchi, di ambientalismo agli industriali, di lavoro e sicurezza davanti alle istituzioni sue pari. E ne parla de visu.

Elettra Raffaela Melucci

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Giornalista de Il diario del lavoro

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