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Home - Rubriche - Giochi di potere - Meloni terrorizzata dallo smottamento della Lega. Mentre Salvini annaspa tra il sogno di tornare al Viminale e la ribellione dei governatori nordisti guidata da Zaia

Meloni terrorizzata dallo smottamento della Lega. Mentre Salvini annaspa tra il sogno di tornare al Viminale e la ribellione dei governatori nordisti guidata da Zaia

di Alberto Gentili
15 Giugno 2026
in Giochi di potere
L’autunno difficile di Meloni, con Elly nel ruolo di salvagente

Mai e poi mai Giorgia Meloni direbbe in chiaro qualcosa sulla Lega e sul suo stato comatoso. “I panni sporchi si lavano in famiglia”, le ha insegnato la mamma Anna. E poi è anche una questione di galateo politico: non ci si immischia negli affari dei partiti alleati. Però la premier è sempre più preoccupata. Quasi terrorizzata. I sondaggi che danno la Lega a galleggiare poco sopra il 5% e il partito del “nemico a destra” Roberto Vannacci in crescita e prossimo al sorpasso, suonano alle orecchie di Meloni come campane a morto. In questa situazione, certificano sondaggi e analisti, il centrodestra il prossimo anno è destinato alla sconfitta. Con o senza la nuova legge elettorale. E per come stanno messe le cose, verrebbe battuto perfino da un Campo largo che al momento è poco più di un’ipotesi. E allora bye bye al nuovo giro a palazzo Chigi e ai sogni quirinalizi per l’underdog della Garbatella.

Raccontano che mercoledì scorso, durante le tre ore del Consiglio federale della Lega riunito da Matteo Salvini a Montecitorio per tentare il rilancio del partito, a palazzo Chigi sono stati con “le orecchie appizzate”. Soprattutto il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha seguito i lavori con “grande interesse” e con “massima attenzione”. Un po’ come una volta si ascoltavano le radiocronache di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Del resto, nessuno lo nasconde, Meloni e di riflesso il suo braccio destro, “fanno un tifo sfegatato per Zaia” con cui hanno avuto diversi contatti. Sperano che l’ex governatore veneto, l’uomo dal 70% dei voti nella sua terra, risollevi le sorti del Carroccio. Lo riporti a percentuali decenti, almeno a quel 10% che ha consentito al destra-centro targato Meloni di andare alla guerra contro il centrosinistra e di vincere a mani basse. O quasi. “La Lega sgonfia, smottata”, dice un ministro di FdI, “è un problema serissimo per l’intera coalizione. È come se il centrodestra avesse perso una gamba…”.

Vero. E l’idea di Zaia, secondo alcune analisi compiute nel quartier generale dei Fratelli in via della Scrofa, poteva funzionare replicando il modello Cdu-Csu, i due partiti federati e gemelli che governano la Germania da decenni in base a una spartizione territoriale. La Csu comanda un Baviera dove la Cdu la sostiene. Nel resto del Paese guida le danze la Cdu del cancelliere Friedrich Merz. Schema che Zaia vorrebbe declinare in italiano trasformando la Lega in un partito federato e federale. Al Nord i leghisti si presenterebbero sotto il simbolo della Lega Nord (nome ipotetico per ora), rispolvererebbero i vecchi slogan padani cari al compianto Umberto Bossi e a comandare sarebbe l’ex governatore veneto o il presidente del Friuli Massimiliano Fedriga. Al Centro-Sud, invece, resterebbe in piedi la Lega nazionale coniata da Salvini. Quella vicina all’ultradestra, xenofoba e sovranista. Un modello messo in crisi dalla scissione di Vannacci, un tipo molto più credibile del segretario leghista nel fare il cattivo e nel coltivare le nostalgie del Ventennio.

Insomma, agli occhi di Meloni nel vertice leghista c’erano gli ingredienti per segnare una svolta. Una ripartenza del prezioso (sotto il profilo numerico) alleato. Invece è finita come al solito. Zaia ha tuonato (“abbiamo perso il nostro Dna del Nord”), sostenuto dai governatori Fedriga e Attilio Fontana (Lombardia) e dai capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari. Ma poi alla resa dei conti, come al solito, non ha sferrato il fendente mortale. Il leader veneto si è rimangiato perfino il modello Cdu-Csu: “Non esistono due leghe”. Tant’è che il progetto di riforma dello Statuto messo giù in tutta fretta da Roberto Calderoli (soldi e liste del Nord gestire dal partito del…Nord) è stato riposto precipitosamente nei cassetti. E Salvini, che ha avuto la faccia tosta di rivendicare la “tenuta elettorale”, si è preso un’altra settimana “per riflettere” e anche per invocare il ritorno al Viminale nel ruolo di ministro dell’Interno, ipotesi sgradita e già respinta da Meloni. Dunque, l’ennesima puntata della psico-commedia leghista andrà in scena mercoledì, in una nuova riunione del Federale dove nessuno si aspetta “grandi novità”. E dove Zaia ha già fatto sapere che non andrà, anche se dovesse essergli affidato il grado di vicesegretario. In conclusione: Salvini, mentre gli smotta pure il Ponte sullo Stretto, è rimasto lì a galleggiare aggrappandosi alle nostalgie di quando era al Viminale.

Giorgia sarebbe descritta “allarmata” e “delusa”. Alla premier servirebbe più del pane un rilancio del Carroccio e lo schema Cdu-Csu, si diceva, poteva risultare utile. L’alternativa è mettere in conto il prossimo anno una sconfitta certa, oppure imbarcare in coalizione Vannacci. Ma il generale è ritenuto “scaltro” e “inaffidabile”. “Ha già tradito Salvini che l’aveva portato nell’Europarlamento…”, osserva un colonnello di via della Scrofa. E giovedì, nel suo discorso alla Camera, Meloni l’ha attaccato per la prima volta. E l’ha fatto con durezza: “Avete votato contro la fiducia al mio governo per nove volte, insieme a Schlein e Conte. Voi non siete la vera destra, siete funzionali alla sinistra”.

Insomma, sembra che la linea sia quella di segnare una distanza dall’ex parà della Folgore. Anche perché il generale imbarazza Meloni con le sue posizioni estreme su fascismo e Russia: da qui la grande prudenza nell’annusare il leader di Futuro nazionale. Tanto più che l’eventuale abbraccio con il generale innescherebbe la reazione di Marina Berlusconi: la patron di Fininvest non vuole Forza Italia all’interno di una coalizione con le insegne dell’ultradestra sui pennoni più alti. La fortuna della Cavaliera: al di là degli anatemi di Meloni, sarà probabilmente Vannacci a chiamarsi fuori per gonfiarsi di voti, operazione che riesce meglio in solitudine, come insegnano i 5Stelle. E non solo.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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