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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Chi vince e chi perde nel risiko bancario

Chi vince e chi perde nel risiko bancario

di Maurizio Ricci
11 Giugno 2026
in Poveri e ricchi
Banche, Messina: sì ad aumenti dei salari nel contratto dei bancari

CARLO MESSINA INTESA SAN PAOLO

Massima è la confusione in cielo e solo gli incauti si azzardano ad assegnare voti a medaglie a protagonisti ancora avvolti nel polverone. Verrebbe, ad esempio, da dire che, nella sciarada che da Montepaschi arriva a Generali, ha perso la nuova destra e ha vinto l’Ulivo prodian-comunista. In realtà, tutti sottolineano giustamente che si tratta di categorie ormai macinate e dimenticate dalla storia. E, però, le eredità politico-antropologico-culturali contano ancora. Comunque, se dire chi ha vinto è difficile, si può almeno dire che un disegno coltivato, tenacemente promosso, alla fine imposto dalla nuova destra si è sgonfiato, come un palloncino bucato.

In realtà, il vero punto di partenza di questo risiko che, da mesi, si squaderna sotto i nostri occhi non riguarda il potere delle banche, se non nel senso che è giusto chiedersi da dove vengono tutte queste risorse e questi soldi che vengono puntati sul tavolo da gioco. Arrivano dal disallineamento, negli anni dal Covid in poi, fra gli interessi corrisposti ai correntisti e quelli praticati ai creditori: una rendita che ha sanato i bilanci di tutte le banche. Sotto questo profilo, chi ha sicuramente perso nel risiko è la gente comune, con il conto in banca.

Ma i soldi sono anche potere e se il risiko appassiona è perché le banche ne sono al centro e incidono sull’economia molto più di una normale azienda. Credito, investimenti, sostegno ai titoli del debito pubblico: una serie di decisioni cruciali per il paese, affidate ad un numero straordinariamente piccolo di persone, i banchieri appunto.

Su questo sfondo si è giocata più di una partita, una dentro l’altra. La prima l’ha tentata (e l’ha persa) la Lega e, in particolare, il ministro Giorgetti. L’obiettivo era creare un terzo polo bancario, dopo Intesa Unicredit, più attento alle realtà locali e più facilmente reclutabile per il sostegno ad iniziative caldeggiate. Protagonisti, il Monte Paschi di Siena e il Bpm, l’ex Popolare di Milano. Per tenerlo in piedi, Giorgetti si spende in una battaglia per sbarrare a Unicredit la strada che porta al controllo proprio di Bpm. Per riuscirci non si teme neanche il ridicolo: come il “no pasaran” a Unicredit, sospettato di troppi interessi all’estero, per lasciare Bpm in mano ad un’azionista ingombrante come Crédit Agricole, la banca francese che ne detiene il 30 per cento.

La difesa di Bpm è, comunque, anche la premessa per un disegno strategicamente mozzafiato. Partendo da Mps (che il governo controlla) arrivare a conquistare Mediobanca, che non sarà più il “salotto buono” della finanza italiana, come ai tempi di Cuccia, ma è tuttora un grande incrocio di risparmi e investimenti. Il motore dell’operazione è Franco Caltagirone, finanziere da sempre vicino agli ambienti moderati e in buoni rapporti con la nuova destra di Giorgia Meloni. E l’obiettivo finale è nientepopodimeno che Generali, il maggior gruppo assicurativo italiano e anche il maggior detentore di titoli del debito pubblico che, in caso di tempesta sui mercati, al governo farebbe comodo poter schierare dalla sua parte.

La cosa straordinaria è che l’assalto pirata riesce, Mediobanca viene conquistata e, di qui, il pacchetto di controllo di Generali. Manca ancora l’ultimo anello, la fusione Mps-Bpm che dia vita, sotto l’occhio del governo, al terzo polo così a lungo caldeggiato sia nella Lega che in Fdi.

È a questo punto, invece, che irrompe sulla scena un attore con tutti i numeri per far saltare il banco. Un po’ come se Sinner decidesse di partecipare ad un torneo al club Aniene.

A un gigante come Intesa, primo gruppo italiano per attivi a bilancio, difficilmente sfuggirà l’obiettivo e la fusione Mps Bpm che voleva Giorgetti è già nel retrovisore. Invece del terzo gruppo italiano, nasce il gruppo bancario più grosso d’Europa dopo la spagnola Santander.  Tuttavia, il risiko ha un’altra svolta a sorpresa. Intesa è interessata a Mediobanca (e Generali) ma, per motivi di antitrust, non può prendersi anche tutti gli sportelli di Mps. E a chi li cede? Alla Bper della Unipol, ovvero l’emanazione delle cooperative rosse. Risultato, da far andare di matto Giorgetti? Il terzo gruppo bancario italiano non è, come sperava la Lega, quello intorno a Bpm, ma quello intorno alla Unipol delle Coop.

Messina, il boss di Intesa, non è certo un oppositore del governo Meloni e il risiko non è puntato contro Palazzo Chigi. Evocare l’eredità genetica del prodiano Bazoli per Intesa e dei post comunisti delle Coop per Unipol (che pure resta quella del fassiniano “abbiamo una banca”) è una forzatura. Ma peggio, per il governo, non poteva andare. Anche perché i rapporti con quello che sarà la seconda banca d’Europa non potranno che essere, in futuro, molto rispettosi e circospetti. Non era quello che si aspettavano gli ideatori della catena Mps-Bpm-Mediobanca-Generali.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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