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Home - Primo Piano - Lavoro femminile, Vigorini (Centro Studi Nodus): sulle donne pesa il retaggio culturale, non investire su di loro ci rende meno competivi sullo scenario internazionale

Lavoro femminile, Vigorini (Centro Studi Nodus): sulle donne pesa il retaggio culturale, non investire su di loro ci rende meno competivi sullo scenario internazionale

di Elettra Raffaela Melucci
14 Luglio 2023
in Interviste
Lavoro femminile, Vigorini (Centro Studi Nodus): sulle donne pesa il retaggio culturale, non investire su di loro ci rende meno competivi sullo scenario internazionale

Le donne continuano ad avere difficoltà nell’accesso e nella permanenza all’interno del mercato del lavoro e le difficoltà di lavorare a pari condizioni con gli uomini fanno salire il tasso di abbandono al 19%. A pesare è un obsoleto retaggio culturale che vede la donna come unica addetta ai lavori di cura e che si traduce in precariato, pay gender gap, lavoro nero, part time involontario, soprattutto alla nascita del primo figlio. Un quadro preoccupante in cui mancati investimenti e un assetto normativo di tutela costituzionale ormai smantellato non fanno altro che penalizzare la competitività dell’Italia nello scenario socio-economico internazionale. A parlarne è Salvatore Vigorini, consulente del lavoro, esperto in relazioni industriali e vice presidente del centro studi Nodus

Vigorini, lei è tra i fondatori di Nodus, centro studi economia sociale e lavoro. Chi siete e qual è la vostra mission?

Nodus nasce a dicembre 2022 ed è un centro studi che raccoglie al suo interno diversi giuslavoristi con un’età media intorno ai 40 anni. L’obiettivo principale è stato quello di creare un centro studi con una voce pluralista, tecnica e scientifica, che possa dare input, proposte e soluzioni rispetto a quelli che sono i principali problemi del mondo del lavoro. Con Nodus speriamo di essere una voce fuori dal coro e di poter dare prospettive nuove anche per l’interesse generale, di vedere le cose da un punto di vista diverso.

La vostra più recente pubblicazione è una survey dal titolo “La non-sostenibilità del lavoro femminile in Italia”. Cosa si intende?

In questo momento si parla tanto dei temi della sostenibilità per il lavoro, che deve avere migliori condizioni e in cui le aziende devono essere sempre più attente alla persona lavoratore. La fotografia scattata dalla survey, condotta con il contributo di Paola Caccia Dominioni, Head of Hr di One Work, e Bianca Pischetola, Social Studies di One Work, si è concentrata quindi sulla non sostenibilità del lavoro femminile. Nel nostro Paese per una donna è difficile lavorare a pari condizioni rispetto al sesso maschile, con mille complicazioni e variabili che portano a un tasso di abbandono di quasi il 19%. Siamo partiti da una considerazione: il tasso di occupazione sta crescendo e anche l’occupazione femminile ha raggiunto il 57% , ma si registra un divario importante rispetto all’occupazione maschile che si attesta all’88,2%. Un gap 30 punti percentuali è considerevole.

Quali sono i problemi che impediscono alle donne di accedere e di rimanere nel mercato del lavoro italiano?

Questo è un tema che ha radici di natura culturale, in cui la visione è che la donna debba dedicarsi prevalentemente al lavoro di cura della famiglia. Quello che bisogna attenzionare è l’asimmetria dei ruoli che c’è all’interno della famiglia: le donne intervistate nella survey dicono che in alcuni casi si arriva anche al 70% del loro impegno all’interno delle dinamiche domestiche. Quando arriva il primo figlio, l’impegno lavorativo del papà non subisce variazioni, mentre quello della donna comincia a subire rallentamenti. Inoltre, nei primi due anni dal congedo di maternità la donna ha mediamente una perdita di retribuzione tra il 10 e il 35%, dando il via a una serie di meccanismi nel mercato del lavoro: il pay gender gap, un rallentamento nei percorsi di carriera, il fatto che le donne spesso non riescono ad avere ruoli di primo piano all’interno dei contesti lavorativi, precariato, part time involontario. Quindi, quella che è una visione della donna all’interno del contesto sociale si ripercuote inevitabilmente nella sua presenza nel mercato del lavoro.

Si registra una differenza territoriale nel tasso di abbandono?

Assolutamente. L’asimmetria che abbiamo tra Nord e Sud del Paese è strettamente correlata a quelli che sono gli investimenti fatti nei servizi alle famiglie. Abbiamo un tasso di occupazione femminile più alto al Nord, per esempio in Trentino è al 66%, mentre se scendiamo giù tra Sicilia e Campania, il tasso di occupazione femminile si attesta al 30%. Questo è collegato alla spesa pro capite per i servizi alla famiglia: in Trentino registriamo 2.481€ di spesa pro capite, mentre in Calabria 149€. Quindi è evidente che c’è una forte correlazione con la capacità del sistema pubblico di garantire servizi di sostegno alla famiglia, che si ripercuotono sulla possibilità della donna di sollevarsi dagli impegni di cura e quindi dedicarsi al lavoro.

La Costituzione italiana tutela esplicitamente il ruolo della donna nel mercato del lavoro, ma dopo le conquiste degli anni ’70 si è assistito al loro smantellamento. Perché?

Anche la politica vive del suo retaggio culturale, delle sue impostazioni e di una visione della donna con un ruolo prevalentemente di impegno familiare. È questo che dobbiamo superare, ciascuno di noi e anche la politica. Il tema andrebbe affrontato fin da giovani nelle scuole, cominciando a portare una cultura nuova della percezione di ciascuno di noi.

Ci porti un esempio di una politica necessaria per la rilettura del ruolo della donna.

Servono interventi di riequilibrare l’asimmetria che c’è tra padre e madre. Di recente si è tentato di intervenire sui congedi parentali per i padri lavoratori, ma l’intervento non è stato così consistente come doveva essere. Il tema dei congedi, dei permessi, della flessibilità oraria per accudire i figli deve essere spostato anche al lato maschile come come in Spagna, dove il congedo di paternità è equiparato a quello femminile. Questo può consentire di riequilibrare il rapporto e ripartire in maniera più equa l’impegno familiare fra i due genitori. Il fatto, però, è che certe dinamiche vanno anche stimolate.

Tornando al lavoro, gli incentivi per l’occupazione femminile ci sono, ma funzionano poco.

Ci sono alcuni incentivi per l’occupazione femminile che, a mio parere, drogano il mercato del lavoro, perché magari l’imprenditore sfrutta lo sgravio contributivo per il periodo che è concesso ma poi in prospettiva non crea occupazione stabile. Quello che è importante è cercare di avere una legislazione e una contrattazione che stimolino i meccanismi che favoriscano la presenza delle donne nel mercato del lavoro, che stimolino processi di avanzamento di carriera, che stimolino la parità di genere all’interno di determinati contesti. Anche laddove una donna ha un’occupazione, molto spesso è un’occupazione di bassa qualità, con ruoli marginali, con possibilità di carriera piuttosto limitate, proprio perché si soffre il pregiudizio che una donna che cerchi ruoli più importanti abbia poi difficoltà a sostenerli.

Sembra centrale anche il tema della conciliazione vita-lavoro.

Un altro tema importante è infatti quello della flessibilità: nella survey indaghiamo lo smart working come soluzione al problema della conciliazione vita-lavoro delle donne, ma l’occupazione femminile è concentrata in settori dove di fatto non è possibile praticare lo smart working, come la sanità e dell’assistenza al 62%, i servizi domestici all’80%, i servizi istruzione il 75% e il commercio al dettaglio al 72%. Poi ci sono, però, settori nei quali lo smart working è praticabile e consente una maggiore conciliazione di vita-lavoro. L’innovazione è uscire da quella che è l’idea storica della subordinazione, con una presenza fisica quotidiana, nel rispetto di un determinato orario, e cominciare a spostare l’attenzione sugli obiettivi della prestazione lavorativa.

Se non si investe sul capitale umano femminile l’Italia risulta ancora meno competitiva nello scenario economico internazionale?

Assolutamente sì. L’Italia perde un bacino di talenti non indifferenti, perché le donne sono mediamente più brave negli studi, arrivano molto più velocemente alla laurea con risultati migliori rispetto agli uomini. Tutto questo porta a rinunciare a un patrimonio di forza lavoro assolutamente importante e aumentare quel mismatch che ha un’incidenza di quasi dieci punti percentuali del Pil nel sistema del sistema economico.

Qual è la responsabilità delle aziende?

In materia di gender equality le grandi aziende qualche tentativo lo hanno fatto, ad esempio con l’introduzione di servizi di welfare, favorire le politiche di conciliazione vita lavoro e la flessibilità oraria. Ma il nostro tessuto imprenditoriale è fatto di piccole e piccolissime imprese, che questa capacità di investimento possono anche non averla. Dobbiamo cercare sia attraverso i meccanismi della contrattazione che attraverso interventi legislativi di stimolare determinati processi, prima di tutto sostenendo i servizi di welfare o i servizi di supporto alla famiglia, ma anche flessibilità oraria o conciliazione dei tempi di vita-lavoro. C’è poi la pari opportunità nell’accesso ai percorsi di carriera, che è un problema di politica aziendale e culturale. Quindi occorre fare in modo che le donne possano accedere con più facilità a percorsi di crescita professionale.

Alle donne bastano solo politiche familiari di prima generazione come assegni e incentivi fiscali?

Dipende da come è strutturato un incentivo. Prima portavo l’esempio degli incentivi all’occupazione, che non sempre sortiscono gli effetti sperati, ma ci sono altri strumenti come la riforma dell’assegno unico e la riduzione del cuneo fiscale. Credo che questo tema meriti dalla politica un focus più preciso per cercare di mettere in piedi un pacchetto di misure ad hoc che abbia proprio questa finalità: il sostegno alla famiglia e la possibilità alle coppie di accedere ai servizi di assistenza alla famiglia.

Stiamo vivendo un inverno demografico e il mercato del lavoro femminile sembra che venga incentivato principalmente per colmare questo gap.

La nostra indagine ci dice che occupazione femminile e crescita demografica non sembrano strettamente correlate: abbiamo un basso tasso di occupazione femminile, ma siamo anche ai minimi storici per quanto riguarda la crescita demografica. Quindi il binomio banale per cui la donna non lavora ma ha figli, evidentemente non sussiste. Contrariamente agli altri paesi dell’Unione Europea, come Francia e Germania: lì, nonostante si abbia un tasso di occupazione più alto, mediamente di quasi dieci punti percentuali in più rispetto rispetto all’Italia, la crescita demografica rimane stabile. Il tema dell’inverno demografico è collegato ad altri fattori che secondo me hanno un legame non solo con gli aspetti lavorativo ed economico, ma di un’incertezza generale. Senza dubbio la politica di questo governo è orientata a sostenere le famiglie, perché le misure e i provvedimenti che abbiamo visto sono provvedimenti indirizzati in tal senso. Certe misure hanno bisogno del loro tempo per dirci se hanno funzionato o meno.

Come si sblocca il quadro?

Sono tutti i meccanismi e dinamiche che possono essere stimolate da un lato dalla normativa, ma anche dalla contrattazione collettiva. Se la contrattazione ponesse al centro questo tema, potrebbe sicuramente facilitare la riforma di determinate dinamiche che oggi si hanno in azienda e rispetto alle quali le donne vengono particolarmente danneggiate: il pay gender gap, il lavoro nero, il part time involontario. È inevitabile che ci sia anche una ricaduta sul sistema previdenziale, che oggi ha un gap forte tra uomo e donna.

L’aumento dell’occupazione femminile e la parità di genere sono obiettivi condivisi sia dal PNRR che dall’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile 2030. A che punto siamo?

I numeri sono scoraggianti, ci dicono che siamo abbastanza lontani dall’obiettivo. Nel caso dell’Italia sul tema dell’occupazione femminile dovremmo salire a meno di quasi altri 7-8 punti percentuali e tutto dipende dalla capacità che avremo come sistema Paese di fare determinati investimenti, di avere una politica che intervenga su questi temi, quindi sulla capacità di trovare soluzioni. Quando siamo di fronte a temi di questo tipo, che hanno radici profondamente culturali, è chiaro che anche i processi diventano più lunghi. Sicuramente ce la dobbiamo mettere tutta per centrare gli obiettivi che ci vengono all’Agenda 2030 non solo sotto questo punto di vista, ma anche sotto tutti gli altri aspetti. Il Pnrr è una grande opportunità, dobbiamo fare tutto lo sforzo possibile per centrare in pieno gli obiettivi e sfruttare le possibilità che ci vengono date.

Elettra Raffaela Melucci

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