Cresciamo poco. E, anche quel poco, male. I tormenti e i malanni di Francia e Germania hanno messo al riparo i fragili Btp dall’occhio malevolo dei mercati e una gestione non avventurosa della spesa consente di governare con più serenità il deficit pubblico. Ma le buone notizie si fermano qui. Stiamo vistosamente perdendo la grande scommessa che il Covid ci aveva consentito. La valanga di fondi europei confluiti nel Pnrr doveva essere la spinta per far – finalmente – volare l’economia italiana. Per ora, non vola nessuno. Agli investimenti del piano europeo post Covid dobbiamo dar credito per quel poco di crescita economica che c’è, perchè senza, saremmo probabilmente fermi o sotto zero. Ma niente di più: il moltiplicatore è uguale a zero.
Secondo l’Ocse, infatti, quest’anno ci fermeremo allo 0,6 per cento, più o meno il contributo che, secondo gli economisti, la spesa legata al Pnrr fornisce all’economia. Ma, soprattutto, saremo solo allo 0,6 per cento anche l’anno prossimo, quando Francia e Germania (dazi o no) dovrebbero prendere, invece, un po’ di slancio: 0,9 per cento la Francia, 1,1 la Germania. Non basta: anche quello che viene considerato il risultato più positivo di questi anni, visto più da vicino, luccica molto meno. Anzi, è la conferma che l’economia italiana è prigioniera nella trappola di sempre.
La crescita costante dell’occupazione è stata la notizia più positiva di questi anni. Anche togliendo gli effetti dell’edilizia (drogata dal superbonus) e della ripresa delle assunzioni nel pubblico, gli occupati, negli ultimi cinque anni, sono aumentati del 3,2 per cento, più o meno il ritmo medio d’Europa, un risultato che non raggiungiamo molto spesso.
Come conferma una indagine della Banca d’Italia, tuttavia, questo aumento è, in qualche modo, malsano. Almeno dal 2022, infatti, è concentrato sui lavoratori over 50. Se si tolgono gli anziani, in quest’ultima fase non sono venuti segnali dai lavoratori nella piena maturità lavorativa. Fra i 35 e i 49 anni l’occupazione è rimasta ferma. Soprattutto, il numero di giovani al lavoro (15-34 anni) si è ridotto. Un risultato tanto più preoccupante, in quanto dalle imprese viene la richiesta, insistente e inevasa, di addetti all’informatica che viene naturale pensare dovrebbe essere assicurata proprio dai giovani. Gli occupati nel comparto Ict (tecnologia dell’informatica e della comunicazione) sono infatti aumentati del 9,3 per cento, molto meno del 19,3 per cento che è la media europea. Ma stiamo comunque parlando di una nicchia tuttora minuscola: il 2,6 per cento del totale degli occupati.
La trappola, tuttavia, è un’altra. E’ l’inguaribile deriva delle imprese italiane a cadenzare le proprie scelte quasi esclusivamente sul costo del lavoro, anche quando l’alternativa di pigiare il pedale, invece, di più capitale, è disponibile. La Banca d’Italia dà una spiegazione lungo questa linea della crescita di occupazione di questi anni. In buona sostanza, la compressione dei salari reali, determinata dal boom dell’inflazione, ha aperto gli spazi che hanno convinto le imprese ad aprire il rubinetto delle assunzioni. Se l’interpretazione è corretta, il graduale recupero dei salari – in una situazione di economia stagnante – getta purtroppo un’ombra lunga sulla tenuta dell’attuale occupazione.
Intanto, però, la scelta di sfruttare gli spazi salariali, invece degli investimenti, dice un rapporto del Cnel, ha effetti pesanti sulla produttività. Abbiamo, insomma, più lavoratori, ma più poveri. Negli ultimi 5 anni, la produttività (per ora lavorata) è cresciuta in Italia dello 0,2 per cento – annota il Cnel – contro lo 0,6 per cento di Francia e Spagna e l’1 per cento della Germania. È quanto già indicava un confronto fra occupazione e Pil: se i posti di lavoro aumentano, ma la produzione no, qualcosa non funziona. E questo qualcosa è il filo che collega salari, occupazione, Pil e produttività. Il reddito per ora lavorata – spiega il Cnel – è, in Italia, inferiore del 20 per cento a quanto avviene in Germania e del 15 per cento alla Francia.
Maurizio Ricci
























