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Home - Approfondimenti - Analisi - Salari & politica

Salari & politica

di Roberto Seghetti
16 Gennaio 2026
in Analisi
Crescita Eurozona prosegue a ritmi sostenuti

Non erano necessari gli ultimi dati dell’Inps e l’intervento del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, per sapere che in Italia esiste un problema salariale grave. Pur essendo l’Italia la seconda manifattura d’Europa, le retribuzioni dei nostri lavoratori sono infatti tra le più basse fra i paesi avanzati. Basti qui ricordare che il potere di acquisto reale dei salari italiani è rimasto fermo dal 2000, mentre è cresciuto del 21 per cento in Germania e del 14 per cento in Francia. Né è un mistero che gli aumenti contrattuali ottenuti negli ultimi anni, nominali e reali, non hanno recuperato le perdite causate da inflazione e fiscal drag e che gli interventi fiscali decisi dal governo hanno attenuato appena un poco il problema.

Anche le cause sono note, anche se di alcune si parla sempre e di altre si tace. Vediamole:

  • L’aumento sempre stentato della produttività di sistema in Italia, cioè di quel complesso di temi che riguardano efficienza delle infrastrutture, innovazione tecnologica, buona organizzazione del lavoro, e così via. La chiamo produttività di sistema perché il nome tecnico “produttività del lavoro” implica lessicalmente un problema che riguarda solo l’attività dei dipendenti, la quale è invece solo una piccola parte dell’intera questione. Se non c’è aumento di produttività, si dice spesso, non ci sono risorse da distribuire sotto forma di aumenti salariali.
  • La composizione della struttura produttiva. Se la manifattura industriale è in difficoltà e cresce la quota di attività nei servizi di turismo, commercio, ristorazione, ecc, dove tradizionalmente gli stipendi sono più bassi e l’occupazione meno stabile, è chiaro che, nel complesso, i salari non hanno la stessa spinta che ricevono nei paesi dove invece o si resta centrati sull’industria o ci si sta spostando verso quel settore.
  • Dagli accordi che misero fine alla scala mobile, non c’è più un adeguamento automatico all’inflazione, se si eccettuano le limitate indennità in caso di ritardo nel rinnovo dei contratti.
  • Alla debolezza dei sindacati – ecco un punto chiaro a tutti ma del quale si parla troppo poco – ha fatto riscontro negli ultimi due decenni una forma di rapace bulimia degli imprenditori. Perfino Mediobanca, che certo non può essere accusata di essere un covo di rivoluzionari, nel suo ultimo rapporto è arrivata a dire che in Italia “si pone un tema di politica dei redditi in considerazione del fatto che, per un buon numero di raggruppamenti di imprese, la generazione di valore avrebbe consentito di redistribuire una parte a beneficio della conservazione del potere d’acquisto delle retribuzioni”. E ciò “senza compromettere la congruità della remunerazione dell’azionista”.
  • La nascita di piccole sigle sindacali (di lavoratori e di imprenditori) di comodo ha provocato la proliferazione di contratti pirata al ribasso.
  • Gli squilibri nel prelievo fiscale (più favorevole alla rendita che alla produzione e più favorevole al lavoro autonomo rispetto al lavoro dipendente) hanno pesato in modo non marginale nel passaggio dal valore lordo al valore netto delle retribuzioni. Tanto più che la mancata indicizzazione degli scaglioni dell’Irpef tende a produrre un notevole prelievo aggiuntivo (il cosiddetto fiscal drag) ogni volta che l’inflazione galoppa.

Se queste sono le cause, quali sono i rimedi? Con le leggi di bilancio il governo di Giorgia Meloni è intervenuto sia sull’Irpef, sia con altre iniziative, destinate a ridurre la differenza tra lordo e netto nelle buste paga. Bene, meglio qualcosa di più che qualcosa in meno. Non ci sono dubbi.

Tuttavia, se si va ad approfondire bene questo tema, si trovano rischi e contraddizioni che andrebbero valutati meglio. Si prendano per esempio le tasse piatte previste per attenuare il prelievo del fisco su aumenti contrattuali, premi di produzione, straordinari notturni e festivi. Certamente aiuteranno gli imprenditori a versare di meno e i dipendenti ad incassare di più. E però non cambieranno di una virgola, anzi aggraveranno, alcuni squilibri che limitano sia la crescita dell’economia sia l’equità e la trasparenza del prelievo, a cominciare dal fatto che nessuno avrà più la certezza che il suo reddito sia tassato in modo eguale a quello di altri tipi di contribuenti con lo stesso guadagno (per averne un’idea basta leggere tutte insieme alcune delle norme contenute nell’ultima legge di Bilancio elencate in calce all’articolo).

Non solo. Il fatto che sui proventi della rendita prodotta con l’investimento del patrimonio (affitti, dividendi, interessi, capital gains….) si paghino meno imposte che sul lavoro e sulla produzione è di per sé un elemento che scoraggia l’attività di rischio insita nell’impresa. Premia la popolazione anziana più abbiente, che ha accumulato risparmio e punta solo a mantenerlo, riprodurlo e passarlo in successione (con una tassazione da paradiso fiscale), non spinge verso attività che invece produrrebbero valore aggiunto e occupazione di qualità.

Infine, ma non in ordine di importanza, la proliferazione di tasse piatte allontana il sistema fiscale dal criterio della progressività (chi ha di più deve dare di più), che è di fatto l’unico sistema che può garantire la tenuta futura dei servizi di welfare che abbiamo costruito, che ora sono in crisi e che rappresentano anche una leva futura sia per garantire la qualità della vita dei lavoratori sia per lo sviluppo ulteriore del paese. Che cosa ha detto il governatore Panetta? L’Italia investe troppo poco in formazione; bisogna investire di più, sfornare più laureati. Si potrebbe aggiungere che bisognerebbe anche investire molto di più nella ricerca. Ma per farlo ci vogliono denari. I denari non crescono sugli alberi, come ci hanno insegnato i nostri genitori fin da quando eravamo piccoli: vanno prodotti e sugli utili lo Stato deve incassare una giusta dose di tasse per sostenere gli obiettivi e i servizi per la collettività. Quindi chi ha di più deve dare di più e chi deve dare non può essere ogni volta condonato se non lo fa (siamo alla quinta rottamazione delle cartelle esattoriali).

In sintesi, la politica del governo, ha messo una toppa temporanea al tema dei salari, ma non sugli squilibri fiscali di fondo. Resta il favore nei confronti della rendita invece che sul lavoro e la produzione. Restano gli squilibri a favore del lavoro autonomo e della piccola impresa, soprattutto nel settore terziario. Ma soprattutto, manca un progetto complessivo per sostenere la produzione e la produttività.

Anche gli interventi sull’industria presi con l’ultima legge di Bilancio sono apparsi più una risposta alle pressioni degli imprenditori che la parte di un progetto complessivo. Quanto ai benefici fiscali e produttivi per chi investe nelle regioni del Mezzogiorno comprese nella Zes unificata (la zona economica speciale), sono certamente un fattore di attrazione. Ma forse lo sarebbero stati ancora di più se fossero stati accompagnati da investimenti massicci in infrastrutture (telecomunicazioni e trasporti, per esempio) ridotti invece al lumicino per finanziare il Ponte sullo Stretto di Messina, il cui progetto è stato considerato inadeguato dalla Corte dei Conti.

E sul resto dei problemi? Qualche riflessione vale la pena di farla. Per eliminare in futuro almeno una parte del fiscal drag non sarebbe stato male indicizzare gli scaglioni Irpef all’inflazione. Il ministro Salvini ha tentato di indicizzare forzatamente il limite per far scattare la scelta della flat tax per gli autonomi da 85 a 100 mila euro l’anno di fatturato. Questa volta non ci è riuscito. Ci riproverà per il Bilancio 2027. Ma agli scaglioni dell’Irpef non ha pensato nessuno.

Del salario minimo non ne ha avuto desiderio di parlarne il governo (e anche i sindacati sono tiepidi). Una parte del sindacato ha sollecitato gli sconti a tassa piatta sugli aumenti contrattuali (che, come detto, vanno bene per l’immediato ma possono trasformarsi in una mina vagante per il futuro). E non si sono poste alcune questioni fondamentali per il futuro della contrattazione.

Tanto per fare qualche esempio: 1. Non costerebbe nulla fare una legge sulla rappresentanza dei sindacati dei lavoratori e degli imprenditori: valgono sul piano nazionale solo gli accordi di coloro che rappresentano quote rilevanti del proprio mondo di riferimento. 2. Nelle principali categorie, quando le trattative si prolungano troppo scatta l’indennità di vacanza contrattuale. Si potrebbe fare una norma valevole per tutti in base alla quale, quando la maggior parte delle imprese di un settore presenta utili (o, nel caso di un accordo di secondo livello, quando un’impresa presenta utili), l’indennità di vacanza contrattuale sia tale da scoraggiare la tentazione di tirarla troppo per le lunghe.

Ecco infine il quadro del guazzabuglio fiscale che emerge sulla tassazione del lavoro dall’ultima legge di Bilancio:

  • Ai lavoratori del settore turismo ristorazione, compresi i balneari, per la stagione estiva 2026 viene riconosciuto un contributo aggiuntivo pari al 15 per cento della retribuzione che va a coprire straordinari, notturni e festivi (se il reddito di questi lavoratori non supera complessivamente i 40 mila euro lordi l’anno). Il contributo aggiuntivo lo paga il datore di lavoro che poi si rifà con lo Stato sotto forma di credito di imposta. Cioè lo paghiamo noi.
  • Zero tasse fino a 10 mila euro di reddito l’anno per i coltivatori diretti iscritti all’Inps o imprenditori agricoli professionali (iap) e tasse tagliate a metà per i redditi che per costoro vanno da 10 a 15 mila euro lordi l’anno.
  • Zero tasse sui redditi dei lavoratori dipendenti se versati attraverso buoni pasto del valore non superiore a 10 euro l’uno.
  • 1 per cento sui premi di produttività dei dipendenti privati fino a un massimo 5.000 euro l’anno.
  • 5 per cento sugli aumenti contrattuali per chi ha redditi 2025 fino a 33 mila euro lordi l’anno, con l’esenzione al versamento di sovrimposta Irpef comunale e regionale su questa parte di retribuzione.
  • 15 per cento sulla parte accessoria della retribuzione dei dipendenti pubblici (forze di sicurezza e sistema Sanità hanno trattamenti specifici) e senza sovrimposta Irpef (esclusi i dirigenti) fino ad un massimo di 800 euro l’anno (se hanno una retribuzione fino ad un massimo di 50 mila euro lordi l’anno).
  • 15 per cento su lavoro notturno e festivo dei dipendenti privati con retribuzione fino ad un massimo di 40 mila euro (fino ad un massimo di 1500 euro in un anno di straordinario e festivi, sui quali non si versano le sovrimposte Irpef comunali e regionali).
  • 15 per cento sul lavoro degli autonomi con fatturato fino ad un massimo di 85 mila euro l’anno, che però non pagano le sovrimposte Irpef comunale e regionale (il 15 per cento si paga solo su una quota del fatturato, a seconda della categoria di attività).
  • 23/33/43 per cento (le nuove aliquote con la riduzione della seconda dal 35 al 33), a seconda dell’entità del reddito lordo annuale (più le sovrattasse Irpef comunali e regionali) sulle normali retribuzioni dei dipendenti, sulle pensioni, sui redditi dei lavoratori autonomi con un fatturato oltre gli 85 mila euro di reddito l’anno.

Roberto Seghetti

Roberto Seghetti

Roberto Seghetti

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