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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Tutti per uno, uno per tutti: il nodo dell’unanimità che ostacola il patto sociale

Tutti per uno, uno per tutti: il nodo dell’unanimità che ostacola il patto sociale

di Massimo Mascini
19 Gennaio 2026
in L'Editoriale
Rinnovato l’accordo economico collettivo

La presidente del Consiglio auspica un nuovo grande patto sociale che sciolga i nodi che frenano lo sviluppo. Immediatamente le risponde la segretaria generale della Cisl, affermando di essere pronta a compiere questo passo per il bene degli italiani. Due affermazioni importanti perché senza un accordo di fondo tra le grandi realtà del paese difficilmente si uscirà dal cono d’ombra nel quale sembra sia entrata la nostra economia.

Il dialogo in corso tra Confindustria e le tre organizzazioni sindacali lascia ben sperare ed è possibile che da quel tavolo nascano soluzioni ai tanti problemi delle relazioni industriali. Ma un accordo tripartito ha un’altra sostanza, perché significa davvero mettere assieme tutti i protagonisti della realtà sociale e politica, e soprattutto perché consentirebbe di poter contare sugli strumenti legislativi che diano gambe alle soluzioni trovate. Esempio classico è il nodo della rappresentanza. Confindustria e sindacati trovarono un ottimo accordo nel 2014 per avviare una buona contrattazione, ma quell’intesa non riuscì a essere applicata perché le parti sociali non hanno la facoltà di imporre erga omnes le proprie soluzioni.

Ma il problema è chi parteciperà a questo negoziato. Giorgia Meloni ha detto che sarebbe il benvenuto chiunque voglia darsi da fare, a patto che non abbia pregiudizi a lavorare insieme. E molte tra le parti sociali, ha aggiunto, non hanno questo pregiudizio. Parole che farebbero credere che invece qualcuno questo pregiudizio lo ha e quindi non sarebbe il benvenuto a Palazzo Chigi. Dal canto suo Daniela Fumarola ha parlato di “parti sociali riformiste”, anche lei facendo intendere che non tutti sono pronti a una reale azione riformatrice.

Il pericolo è che si prospetti l’ipotesi di un accordo separato che, è evidente, escluderebbe la Cgil, in questi anni poco propensa al dialogo e ai patti sociali in genere. Del resto, la segretaria generale della Cisl fu molto esplicita in occasione del congresso della sua organizzazione quando disse che era necessario muoversi velocemente e che un accordo generale sarebbe stato trovato con chi ci fosse stato. Ipotesi lecita, sia chiaro, perché ciascuno è libero di muoversi come crede, ma anche perché la storia delle relazioni industriali è costellata da accordi separati che negli anni hanno pure dato ottimi risultati.

I problemi nascono dal fatto che se una vertenza, per un contratto nazionale o per un accordo aziendale, può trovare una soluzione che non veda l’unanimità delle parti il gioco, ma magari incontri il consenso dei lavoratori, tutt’altra cosa è il caso di un accordo generale, quale un patto sociale, che riscriva le regole della contrattazione e della rappresentanza. Un accordo del genere richiede forse un consenso unanime. I precedenti del resto parlano chiaro. L’accordo di San Valentino del 1984, quello che chiuse la querelle della scala mobile senza il consenso della Cgil, fu senza dubbio una vittoria della Cisl, ma tutto il sindacato ne uscì con le ossa rotte e servirono anni di lento lavoro di ricucitura per consentire al sindacato nel suo insieme la ripresa di un ruolo effettivo. Il Patto per l’Italia del 2002, sempre privo della firma della Cgil, durò pochi mesi e naufragò miseramente. E l’accordo separato del 2009 sulla contrattazione, anche questo non firmato dalla Cgil, non ebbe sorte migliore. Solo la buona volontà di tutti permise di evitare il blocco della contrattazione, che quell’intesa voleva invece alimentare.

Questi precedenti sembrerebbero sconsigliare la corsa in avanti di pochi volenterosi.  Può certo essere complicato trattare una materia delicata come il sistema della contrattazione in presenza di pregiudizi e arrière-pensées, ma le scorciatoie possono risultare fuorvianti. L’unica strada diritta è sempre quella di provare a trovare l’accordo con tutti. Una soluzione che non veda il consenso unanime delle parti può riuscire a risolvere un problema singolo, come fu nel 1984, quando l’inflazione con l’accordo sulla programmazione fu domata, ma non ha le gambe per andare lontano. L’accordo unanime è difficile, è una strada in salita, ma provarci è un obbligo.

Massimo Mascini

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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