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Home - La biblioteca del diario - La democrazia è antiquata, di Marco Revelli. Editore Laterza

La democrazia è antiquata, di Marco Revelli. Editore Laterza

di Elettra Raffaela Melucci
12 Giugno 2026
in La biblioteca del diario
La democrazia è antiquata, di Marco Revelli. Editore Laterza

Ci sono parole che continuiamo a usare con la sicurezza dell’abitudine anche quando il loro significato comincia a sfuggirci. “Democrazia” è una di queste. La pronunciamo come se fosse una condizione acquisita, un dato permanente del paesaggio politico occidentale, qualcosa che può attraversare crisi, tensioni, persino cattivi governi senza perdere la propria natura. Eppure basta guardare alcuni fenomeni che accompagnano la vita pubblica degli ultimi anni – l’astensionismo crescente, la sfiducia verso i partiti, la personalizzazione estrema della leadership, il successo di movimenti che si definiscono anti-establishment pur governando da tempo – per accorgersi che qualcosa si è incrinato. Non si tratta semplicemente di una crisi della politica. Forse è più corretto parlare di una crisi della rappresentanza. O ancora più radicalmente, di una crisi del rapporto tra chi esercita il potere e chi dovrebbe conferirglielo.

È tra questi passaggi che si snoda La democrazia è antiquata, il nuovo libro di Marco Revelli (Laterza, 168 pagine, 16,00€). E la provocazione contenuta nel titolo funziona proprio perché evita la scorciatoia più facile. Revelli non sostiene che la democrazia sia finita né auspica il suo superamento. Si chiede piuttosto se le forme democratiche che abbiamo ereditato dal Novecento siano ancora adeguate a società profondamente mutate, attraversate da processi economici globali, da rivoluzioni tecnologiche e da una crescente distanza tra cittadini e luoghi della decisione.

La domanda non è teorica. Basta osservare il dibattito politico italiano degli ultimi mesi. Si torna a discutere di riforme istituzionali, di premierato, di sistemi elettorali capaci di garantire governi stabili. Il lessico della governabilità sembra avere definitivamente sostituito quello della rappresentanza. È come se il problema principale della democrazia non fosse più rappresentare una società complessa, ma produrre maggioranze efficienti. Poteri consolidati. Revelli invita a soffermarsi proprio su questo slittamento.

Uno dei capitoli più interessanti del libro è dedicato infatti ai sistemi elettorali, che troppo spesso vengono presentati come strumenti tecnici e neutri. In realtà ogni legge elettorale incorpora una precisa idea della democrazia. Il sistema maggioritario nasce per garantire la formazione di maggioranze solide e governi capaci di decidere. Ma per raggiungere questo obiettivo deve inevitabilmente comprimere qualcosa: la pluralità delle posizioni, il peso delle minoranze, la fedeltà della rappresentazione rispetto alle preferenze espresse dagli elettori. Non è una questione di matematica elettorale. È una scelta politica che mette continuamente in tensione due principi diversi: rappresentanza e governabilità (Stabilicum, ipse dixit).

Naturalmente sarebbe troppo semplice attribuire alla legge elettorale la responsabilità della disaffezione democratica. Ed è proprio questa semplificazione che Revelli evita. L’astensionismo, osserva, ha radici molto più profonde. Nasce dalla sensazione crescente che il voto non sia più uno strumento efficace per modificare la realtà, dalla percezione che le decisioni importanti vengano prese altrove, dalla difficoltà delle organizzazioni politiche tradizionali di costruire appartenenza e partecipazione. Quando milioni di cittadini rinunciano a votare, non stanno semplicemente disertando un appuntamento elettorale. Stanno esprimendo un giudizio sulla capacità della politica di rappresentarli.

In questa prospettiva anche il populismo assume un significato diverso da quello che domina nel dibattito pubblico. Revelli propone di leggerlo non come la causa della crisi democratica, ma come una delle sue conseguenze più evidenti. I populismi emergono quando una parte della società avverte di non avere più voce, quando il demos e il kratos — il popolo e il potere — cessano di riconoscersi reciprocamente e si scollano. Per questo definirli semplicemente una minaccia alla democrazia rischia di essere fuorviante. Sono piuttosto il sintomo di una malattia che precede la loro comparsa, come sostenuto dall’autore in una pubblicazione precedente: il progressivo deterioramento dei meccanismi di rappresentanza.

Ma il libro non si limita a questo. Ed è probabilmente qui che risiede la sua ambizione maggiore. La democrazia è antiquata prova infatti a costruire una sorta di atlante delle deformazioni democratiche contemporanee. La crisi della rappresentanza è soltanto uno dei tasselli di un quadro molto più ampio. Revelli descrive una democrazia sempre più “esecutiva”, nella quale il baricentro del potere si sposta progressivamente verso i governi e le leadership personali, mentre parlamenti, partiti e corpi intermedi perdono centralità. Allo stesso tempo osserva la crescita del peso delle oligarchie economiche e finanziarie, capaci di condizionare decisioni formalmente democratiche ma sostanzialmente sottratte al controllo dei cittadini. A questa trasformazione si aggiunge il ruolo delle tecnologie digitali e degli algoritmi, che hanno modificato profondamente il modo in cui si forma l’opinione pubblica. Le piattaforme promettono partecipazione e accesso, ma spesso producono frammentazione, polarizzazione e chiusura in comunità autoreferenziali. La crisi democratica non riguarda soltanto le istituzioni. Riguarda anche l’ambiente culturale e comunicativo dentro cui la politica prende forma.

Revelli non cerca una spiegazione unica e rassicurante. Mostra piuttosto come questi processi – populismo, astensionismo, leaderismo, potere economico, rivoluzione digitale – si alimentino reciprocamente, componendo un quadro nel quale la distanza tra cittadini e potere appare sempre più difficile da colmare.

Tra le categorie più suggestive utilizzate dall’autore c’è quella di kakistocrazia, ripresa dal filosofo Michelangelo Bovero. Letteralmente significa “governo dei peggiori”. Il rischio sarebbe leggerla come una semplice invettiva contro le classi dirigenti contemporanee. In realtà il concetto è più sofisticato. La kakistocrazia rappresenta la degenerazione delle forme di governo quando i criteri di selezione della leadership finiscono per premiare il consenso immediato, la fedeltà, l’occupazione dello spazio mediatico più delle competenze e della qualità politica. Non una patologia occasionale, ma una possibilità strutturale delle democrazie in crisi.

Alla fine della lettura ciò che rimane non è tanto una risposta quanto una formula. Una frase che Revelli utilizza e che sembra condensare l’intero ragionamento: “Eclissatosi il demos, rimane il kratos“.

Forse è qui il cuore del libro. Non nell’idea che la democrazia sia superata, ma nel timore che possa sopravvivere a sé stessa. Che continuino a esistere elezioni, governi, parlamenti e procedure democratiche mentre si indebolisce il legame che dovrebbe tenerli insieme: la convinzione dei cittadini di essere parte di una comunità politica e di poter incidere sul proprio destino collettivo.

Per questo il titolo è una domanda travestita da provocazione. Se la democrazia è davvero l’orizzonte politico entro cui continuiamo a pensare libertà, uguaglianza e partecipazione, siamo sicuri che le forme attraverso cui la pratichiamo siano ancora all’altezza delle promesse che porta con sé?

Elettra Raffaela Melucci

Titolo: La democrazia è antiquata

Autore: Marco Revelli

Editore: Laterza – Collana i Robinson, serie Fact Checking

Anno di pubblicazione: 2026

Pagine: 168 pp.

ISBN: 978-88-581-6046-6

Prezzo: 16,00€

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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