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Home - Approfondimenti - Interviste - Trasporti, Malorgio (Filt Cgil): scioperi, la legge 146 non funziona

Trasporti, Malorgio (Filt Cgil): scioperi, la legge 146 non funziona

di Emanuele Ghiani
3 Luglio 2026
in Interviste
Malorgio (Filt-Cgil), rinnovo dei contratti, difesa del diritto di sciopero e politica industriale: le tre sfide dei trasporti per il 2024

STEFANO MALORGIO SEGRETARIO GENERALE FILT CGIL

Nei prossimi giorni e settimane sono previsti ondate di scioperi nel grande mondo dei trasporti. Dai treni al trasporto locale, fino al trasporto aereo. Un sovraffollamento di sigle sindacali e di giornate di scioperi che crea confusione nei cittadini a distinguere nel concreto quale sindacato ha proclamato un determinato sciopero e perché. Il diario del lavoro ha quindi intervistato il segretario generale della Filt Cgil, Stefano Malorgio, per fare il punto sulla situazione. Per il sindacalista, a non funzionare è la legge 146 sul diritto di sciopero, che da una parte favorisce il proliferare degli scioperi di piccole sigle sindacali e dall’altra frena gli scioperi dei grandi sindacati.

 

Malorgio, nel mese di luglio sono previsti numerosi scioperi nel vostro settore, che cosa sta succedendo?

Il tema in realtà è molto delicato e difficile da trattare. Gli scioperi citati colpiscono la mobilità delle persone, ma tecnicamente sono tutti settori differenti e quindi ognuno ha le sue specifiche problematiche e non tutte sono accomunabili. Esiste uno sciopero magari di natura aziendale per un contratto non rinnovato, altri scioperi per un contratto nazionale di un altro settore, oppure per una vertenza su un accordo di secondo livello o ancora altre vertenze per dei punti di disaccordo specifici. Alla fine si fa sempre una lettura complessiva del dato degli scioperi però è un po’ come sommare le pere con le mele. Sono veramente dinamiche molto differenti tra loro, esistono tanti tipi di contratti in tanti settori, quindi è chiaro che, se si sommano tutti gli scioperi, i numeri appaiono enormi.

Un affollamento di scioperi quindi percepito statisticamente in modo non corretto, dato che toccando la mobilità sembra che si tratti di un unico settore o categoria.

Si come però è evidente che questo “affollamento” è soprattutto indice di una situazione di oggettiva difficoltà di quei settori, che andrebbe innanzitutto risolta. Se c’è un conflitto vuol dire che ci sono le motivazioni concrete alla base dello stesso. I lavoratori per ogni sciopero perdono salario. Spesso lo si dimentica. Quindi si aderisce allo sciopero solo se ci sono delle motivazioni.

Se ci sono così tanti scioperi e nel corso del tempo non accennano a diminuire, ma anzi aumentano, che cosa significa?

Significa che la legge 146/90 sul diritto di sciopero non ha funzionato. Ricordo che tutti i settori dei trasporti sono sottoposti, tanto quanto i servizi pubblici, a una regolamentazione dello sciopero che nasce appunto dalla suddetta legge. Faccio notare che l’Italia è l’unico Paese al mondo che ha una regolamentazione del diritto di sciopero così restrittiva. Quindi il fatto che gli scioperi prolifichino significa per prima cosa che quella legge non ha fatto cambiare le condizioni di criticità che portano agli scioperi e secondariamente che quella legge non funziona.

In che cosa non funziona nel concreto la legge 146?

Due sono gli aspetti. Il primo è che nella sua applicazione pratica vincola solo la parte sindacale. Le Aziende rimangono libere di fare ciò che vogliono. Il secondo, che più che la legge riguarda l’interpretazione che la Commissione di Garanzia ne ha dato, porta ad un vincolo molto forte solo per le  grandi organizzazioni sindacali come Cgil, Cisl e Uil e quelle firmatarie dei contratti, consentendo però il proliferare di scioperi di piccole organizzazioni sindacali, dei sindacati autonomi. Se guardiamo i dati, basta andare sul sito della Commissione di garanzia, la quantità di scioperi indetti dai grandi sindacati è ridotta (anche se sono certamente più partecipati dai lavoratori e quindi producono maggiore disagio) mentre la quantità di quelli indetti dai piccoli sindacati è molto importante. I cittadini non vivono questa distinzione ovviamente ma solo il disagio, spesso senza riuscire a capire le motivazioni esatte (che vanno dalla guerra, ai temi di categoria).

Sembra un paradosso, come riesce la legge 146 a limitare gli scioperi e dall’altra a favorire la proliferazione?

Ci sono due questioni essenziali. Il meccanismo attraverso il quale si superano le norme restrittive di settore con la proclamazione degli scioperi generali. L’Italia è uno dei pochi Paesi che ha l’istituto dello sciopero generale, cioè uno sciopero proclamato in tutti i settori. Se si proclama uno sciopero generale si possono bypassare le restrittive norme di settore. Ma ci sono delle differenze importanti tra uno sciopero generale proclamato da una grande organizzazione confederale (che prevede modalità di organizzazione e tempo di preparazione molto lungo) e una piccola organizzazione autonoma che può attivarle e proclamarne molti di più nel corso dell’anno. Questo significa anche scioperare nei trasporti. Il secondo tema riguarda le date, dovendo esserci delle specifiche distanze tra uno sciopero e l’altro (indipendentemente da chi lo proclama) ed essendo in qualche modo vietata la concentrazione di più proclamazioni nella stessa data, si tende a “saturare” il calendario.

Un utilizzo così intenso dello sciopero pensa che svalorizzi questo strumento?

Assolutamente sì. La nostra preoccupazione non è quella di limitare il diritto alle altre organizzazioni ma lo sciopero è un bene e come tutti i beni, se si usa senza criterio, si svaluta. Si deve essere molto attenti a utilizzarlo, altrimenti la notizia rischia di essere non tanto la motivazione per le quale i lavoratori scioperano, ma solo il disagio creato ai cittadini.

Un disagio che per il cittadino appare uguale sia quando a scioperare sono le grandi organizzazioni che le piccole, come è possibile?

Nel sistema dei trasporti non c’è mai o c’è raramente una coincidenza tra il numero di mezzi soppressi e la reale adesione di lavoratrici e lavoratori allo sciopero. Spesso le aziende, quando viene proclamato lo sciopero, mettono in campo delle soppressioni programmate indipendente da quanti lavoratori scioperano (questo anche perché in Italia è giustamente vietato richiedere l’adesione preventiva ad una lavoratrice o ad un lavoratore) e quindi le Aziende si tutelano al massimo livello possibile per garantire un minimo il servizio. Ecco perché spesso non si percepisce la differenza tra un grande sciopero con alte adesioni e uno sciopero con un basso livello di adesione. Pochi o molti, il disagio resta uguale per il cittadino, perché spesso è uguale il numero di mezzi che vengono soppressi.

Di fronte a questa situazione come valutate il lavoro della Commissione di Garanzia degli scioperi?

Pensiamo che abbiano una grande responsabilità nelle interpretazioni della legge 146/90, anche con un atteggiamento di grande solerzia negli scioperi proclamati delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative che non riscontriamo nei confronti delle piccole organizzazioni sindacali. Inoltre, stiamo assistendo a un ulteriore tentativo di storpiatura da parte della Commissione di garanzia, che attualmente sta provando addirittura ad allargare l’utilizzo di quella legge per il settore delle merci e della logistica, tentando di dare alle merci gli stessi diritti che dovrebbero avere i viaggiatori. Una interpretazione che sostanzialmente vieterebbe, o in qualche modo impedirebbe, l’esercizio del diritto di sciopero in Italia.

Avete delle proposte per cambiare questa situazione?

Due elementi sono fondamentali. Il primo, se ai lavoratori e alle lavoratrici riduci il diritto di sciopero devi introdurre dei vincoli veri per le aziende che vietino azioni unilaterali, diano tempi certi e penalità conseguenti per i rinnovi dei contratti di primo e secondo livello. Il secondo attiene al tema della rappresentanza. In Italia il diritto di sciopero è giustamente un diritto individuale, definito e regolato dalle norme. Noi pensiamo che sia necessario un intervento normativo che introduca la pesatura della rappresentanza nel diritto di sciopero, non per vietare di scioperare a chi ha numeri inferiori ma per considerare modalità e tempistiche differenti a seconda del “peso” reale tra i lavoratori. Pensiamo che la rappresentanza delle organizzazioni sindacali che proclamano lo sciopero sia un elemento essenziale per giudicare la forza e l’intensità dello sciopero stesso. Vorremmo dire ai cittadini, che spesso sono vittime del conflitto, ne faremo meno ma saranno più duri e più chiari negli obiettivi. Per farlo occorrerebbe una legge sulla rappresentanza nei settori sottoposti alla legge 146/90 che, aggiungo, sarebbe un bene per i lavoratori e le lavoratrici anche per definire quali contratti si applicano, evitare il dumping e quindi ridurre realmente i motivi dello sciopero.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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