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Home - Rubriche - Giochi di potere - Legge elettorale, Meloni forza: meglio perdere che rischiare l’inciucio

Legge elettorale, Meloni forza: meglio perdere che rischiare l’inciucio

di Alberto Gentili
30 Giugno 2026
in Giochi di potere
Una premier nella corrente

C’è qualcosa di strano e in apparenza inspiegabile, dietro la testardaggine, la determinazione e la fretta con le quali Giorgia Meloni sta portando avanti la riforma elettorale. La tabella di marcia è serratissima, di quelle che si adottano solo quando a fine anno bisogna approvare la legge di bilancio, correndo contro il tempo per evitare l’esercizio provvisorio. Secondo il timing imposto dalla premier, il Melonellum dovrebbe essere trasformato in legge prima della pausa estiva. Contingentando i tempi, restringendo i margini di confronto e di dibattito, ricorrendo alla fiducia per aggirare l’ostruzionismo delle opposizioni e sventare gli agguati di Forza Italia e Lega che, tra mugugni e maldipancia, sono per il “sì” solo per amor di coalizione e debolezza. Insomma, il nuovo meccanismo di voto sarà imposto manu militari. O quasi.

Eppure, in base ai sondaggi e alle simulazioni degli esperti, con il Melonellum il centrodestra sarebbe destinato alla sconfitta. E lo stesso accadrebbe se si votasse con l’attuale legge elettorale, il Rosatellum che assegna il 37% dei seggi con il meccanismo uninominale maggioritario e porta con sé il rischio di una maggioranza esigua: meno di 205 seggi su 400 alla Camera, meno di 105 su 200 al Senato, a prescindere da quella che sarebbe la coalizione vincente. Numeri insufficienti per assicurare stabilità e governabilità perché centrodestra e centrosinistra sono appaiati: potrebbe vincere di nuovo Meloni o potrebbe prevalere il Campo largo.

In entrambi i casi il rischio sarebbe lo stallo. L’ormai famoso Pareggione. Quello che Giorgia chiama “palude” e che rifugge come la morte perché, al contrario di Forza Italia, del Pd, dei 5Stelle e perfino della Lega, Fratelli d’Italia non ha mai partecipato a governi di larghe intese e Meloni sa perfettamente che entrare in quel club vorrebbe dire decretare la morte politica del proprio partito. La definitiva metamorfosi di FdI in una forza metabolizzata e assorbita dall’establishment e affetta dalla governite.

L’antidoto a tutto questo, secondo la premier, è il Melonellum. Con il nuovo sistema di voto lo scenario è molto diverso. Un vincitore certo ci sarebbe. La riforma voluta da Meloni, infatti, cancella i collegi uninominali e prevede un premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato per la coalizione che supera il 42% dei voti.

E qui si arriva allo “strano” e all’”inspiegabile” perché, sempre in base ai sondaggi, con il Melonellum vincerebbe il Campo largo. L’ultima supermedia Youtrend garantisce al centrosinistra senza Azione di Carlo Calenda il 44,5% e al centrodestra senza Futuro nazionale di Roberto Vannacci il 43,2%. Allora perché Giorgia vuole questo sistema di voto? Perché intende fare questo regalo a Elly Schlein & Co?

La risposta, appunto, sta nella determinazione di Meloni di tenersi fuori da qualsiasi tipo di inciucio, da governi con tutti dentro (o quasi), che verrebbero avallati dal Pareggione. La premier preferisce regalare stabilità e governabilità agli avversari, pagando il prezzo (altissimo) di una legge elettorale approvata a colpi di maggioranza e di fiducia, piuttosto che essere spinta dai suoi a essere risucchiata nelle larghe intese: dopo 4 anni di governo i Fratelli d’Italia si sono affezionati alle poltrone, ne sono diventati ingordi e fermarne gli appetiti sarebbe davvero complicato. Dunque, molto meglio per Giorgia togliere ogni tentazione e. andare dritta all’opposizione, conservare la verginità, marcare a destra e da destra Vannacci, piuttosto che essere risucchiata in qualche patto repubblicano o di emergenza nazionale.

Certo, il quadro cambierebbe radicalmente se il centrodestra imbarcasse Vannacci, dato ormai pari o sopra la Lega di Matteo Salvini. Con l’ex generale la somma algebrica delle forze in campo darebbe la vittoria alla destra. Ma il patto con il nostalgico del fascismo, il profeta della remigrazione, il persecutore di gay e diversi, il no-euro, allontanerebbe molti elettori moderati. Voti che finirebbero tra le braccia di Calenda o del Centro riformista in costruzione nel Campo largo. E, soprattutto, potrebbe innescare la reazione di Marina Berlusconi, un tipo tosto che pur di non vedersi accostata ai fascisti (lei insegue il sogno di partito liberale di papà Silvio), potrebbe decidere di staccare Forza Italia dall’ultradestra.

Per questo, fiutato il pericolo, la Cavaliera ha fatto filtrare la proposta di tornare al proporzionale puro senza vincoli di coalizione. Un modo, manco a dirlo, per fare a meno di Vannacci senza rischiare la sconfitta elettorale. Per Meloni, però, questo tipo di sistema sarebbe una sorta di libera tutti, innescherebbe la palude permanente. E lei già si vede di nuovo sola e isolata a destra. Un vero e proprio incubo, un ritorno al ghetto di Colle Oppio, per l’underdog della Garbatella.

Ma c’è anche dell’altro, dietro lo sprint di Giorgia sul Melonellum. E questo nulla ha a che vedere con la governabilità o con lo spettro dell’inciucio. C’è che la nuova legge contiene una bomba in grado di far implodere il centrosinistra, visto che imporrà alle coalizioni di indicare in calce al programma il nome del candidato premier. Se infatti la questione nel centrodestra è pacifica – corre per palazzo Chigi il capo del partito più grande, dunque Meloni – nel centrosinistra decidere prima del voto il leader innescherà una zuffa violenta. Primarie o non primarie, sarà una partita lacerante e sanguinosa. Tanto più che la collocazione nel campo progressista di Giuseppe Conte appare, tuttora, più una scelta di convenienza che di fede e convinzione.

C’è infine chi sostiene che la forte accelerazione sulla legge elettorale nasconda il desiderio di Meloni di andare al voto in ottobre. Ma in piena sessione di bilancio, molto difficilmente Sergio Mattarella aprirebbe la strada alle elezioni anticipate. In caso di dimissioni di Giorgia, più probabilmente, il presidente della Repubblica affiderebbe palazzo Chigi nelle mani di qualche premier tecnico. Un tipo autorevole e capace che realizzi la legge di bilancio e porti il Paese alle urne a scadenza naturale. Roba da crisi di nervi, per la capa dei Fratelli. Roba, al solo pensiero, da farla riprendere a fumare.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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