È l’”angolo cieco” della politica italiana, quel pezzo della realtà che resta ai margini della nostra visione, perché siamo girati dalla parte sbagliata, o, più precisamente, perché scegliamo di non girarci dalla parte giusta. Eppure, gli immigrati rappresentano il 9 per cento del Pil nazionale, ovvero quasi un euro su dieci della ricchezza prodotta in Italia lo dobbiamo a loro. Anzi, anche solo a quelli di loro di cui ci risulta l’esistenza e non affondano nel grande mare del lavoro nero. Nel 2023, le imprese italiane avevano programmato di assumerne non qualche migliaio, ma un milione. Gli italiani che lavorano sono poco più di 20 milioni e diminuiscono rapidamente: saremmo in grado di andare avanti senza quel milione?
La politica italiana – a destra, ma anche a sinistra – rifiuta da anni di dare una risposta a questa domanda. Un No, ma anche un Sì. Magari una semifolcloristica manifestazione sulla Remigrazione o una vasta risposta emotiva a tragedie come quelle di Cutro. Più concretamente, una quasi tacita apertura ad un aumento degli ingressi, anche da parte di un governo di destra. Ma questo arrendersi all’evidenza non si traduce mai nel riconoscimento che i flussi sono strutturali e non transitori e vanno gestiti, non cancellati dalla mente come se non fossero mai avvenuti. Mai, insomma, la gestione dell’immigrazione diventa la sua inevitabile conclusione: gestione dell’integrazione. Che significa cose precise: percorsi di lavoro stabile, corsi di lingua, riconoscimento competenze, formazione professionale, casa, scuola, salute.
Gli immigrati vivono la paradossale situazione per cui, senza residenza e senza documenti, è più difficile ottenere un lavoro stabile, ma, senza lavoro stabile, niente casa e niente residenza. Una ricerca della Banca d’Italia documenta, del resto che, anche in condizioni pari a quelle di un cittadino italiano, per un immigrato è più difficile ottenere il mutuo per acquistare l’abitazione e, comunque, deve affrontare tassi di interesse più alti.
L’integrazione – in termini di case, trasporti pubblici – è anche alla radice di fenomeni come il caporalato, tornato nelle scorse settimane alla ribalta, dopo gli atroci omicidi di Cosenza. Il grosso delle attività in cui confluiscono gli immigrati, infatti, come l’agricoltura e l’edilizia, avviene lontano dai centri abitati e la Relazione del Parlamento sul fenomeno del caporalato dice che la leva dei caporali è nell’organizzazione del trasporto: è così che i caporali gestiscono l’accesso al lavoro.
“In un paese che invecchia rapidamente e ha problemi crescenti di manodopera, l’integrazione degli immigrati non è un costo, ma un investimento” scrivono Maria Pia Mendola e Alessio Romarri in un articolo apparso su lavoce.info. Proprio “una cattiva integrazione produce i problemi – degrado, conflitti sociali – che poi vengono additati come prova del fallimento dell’immigrazione”.
La cartina di tornasole è nel tema su cui la sensibilità è più acuta: la criminalità, in particolare dei giovani immigrati. È il tema su cui più insiste l’opposizione allo ius soli e alla riduzione degli ostacoli per un riconoscimento della cittadinanza. E, invece, proprio lo ius soli è l’arma migliore per contenere e circoscrivere la criminalità dei giovani immigrati.
Lo dicono i dati. In particolare, i dati sull’evoluzione della criminalità in Germania che, all’alba dell’anno 2000, ha riconosciuto la cittadinanza a tutti i nati sul suolo tedesco da un genitore con almeno otto anni di residenza nel paese. L’effetto sulla popolazione straniera è stato massiccio: le probabilità che un giovane immigrato ottenesse la cittadinanza aumentarono del 52 per cento. E, spiega uno studio del Cepr (un think tank europeo) la cittadinanza si è rivelata un efficace strumento preventivo contro la criminalità giovanile “perché aumenta la percezione di opportunità in termini di occupazione, di educazione, di partecipazione civica”. Il confronto fra prima e dopo il 2000 mostra che più alta la quota di riconoscimento dello ius soli in una regione, più forte la riduzione della criminalità dei giovani immigrati nella stessa regione. Un crollo verticale: i dati raccolti dal Cepr mostrano una riduzione del 70 per cento delle probabilità di attività criminale. Altro che ronde e vigilanti.
Maurizio Ricci



























