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Home - Rubriche - Giochi di potere - L’azzardo di Meloni, trasformare le elezioni nella scelta del capo dello Stato. Solo così può motivare i suoi elettori a ridarle la fiducia

L’azzardo di Meloni, trasformare le elezioni nella scelta del capo dello Stato. Solo così può motivare i suoi elettori a ridarle la fiducia

di Alberto Gentili
6 Luglio 2026
in Giochi di potere
L’azzardo di Meloni, trasformare le elezioni nella scelta del capo dello Stato. Solo così può motivare i suoi elettori a ridarle la fiducia

PIAZZA DEL QUIRINALE, PALAZZO, SEDE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Con Giorgia Meloni si fa fatica ad annoiarsi. Non per l’attivismo del suo governo che, in poco meno di quattro anni, non ha lasciato alla storia alcuna riforma degna di questo nome. Ma per le sue trovate politiche, spesso per ben studiate e decisamente ingegnose. L’ultima, coniata a metà della scorsa settimana, è il tentativo ardito e senza precedenti della premier di cambiare natura e connotati delle prossime elezioni politiche. Quelle che, al massino nel settembre del prossimo anno (ma si parla di un anticipo all’11 aprile) saranno convocate per eleggere il nuovo Parlamento e, soprattutto, decidere chi andrà Palazzo Chigi. Come? Anticipando di fatto la partita del Quirinale che si giocherà nel gennaio del 2029.

L’incipit di Meloni è stato come al solito “eroico”. “Si pensava che niente potesse cambiare e invece si è dimostrato che le cose potevano cambiare”, ha esordito Giorgia nel salotto tv del suo amico Nicola Porro ricordando la sua ascesa alla guida del governo. Poi la premier ha inquadrato nel mirino il Colle, dove attualmente risiede Sergio Mattarella: “Non è detto che non possa superarsi anche un altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica di centrodestra”. Ancora, usando i toni da underdog: “Chi non è di sinistra non è figlio di un dio minore, valeva per la presidenza del Consiglio dei ministri” e potrà valere “per la presidenza della Repubblica”.

Parole non banali che segnano un’importante svolta tattica. Meloni, di fatto, prova a trasformare le elezioni politiche in elezioni presidenziali. Ne cambia valenza e peso politico: la posta in gioco non sarà tanto palazzo Chigi, quanto il Quirinale. E spera che ciò galvanizzi e motivi l’elettorato di centrodestra ad andare alle urne e a riconfermarle la fiducia, nonostante cinque anni di mezzi fallimenti. E lei, per ammaliare e affascinare l’elettorato, si erge a nuova Giovanna d’Arco pronta a un’altra impresa epica: dopo essere stata la prima donna ad aver espugnato Palazzo Chigi, potrebbe essere anche la prima a conquistare il Colle. Un altro tetto di cristallo da abbattere. Una bandiera identitaria da alzare per l’elettorato deluso dalle promesse mancate.

L’uscita nel salotto tv di Porro è stata ben studiata. Quello sul Quirinale non è stato un passaggio, ma un vero e proprio manifesto politico. Con qualche strafalcione: sul Colle sono già saliti Antonio Segni e Giovanni Leone, che di sinistra certo non erano, tant’è che furono eletti con i voti del Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante. Con qualche grosso problema di competizione: oltre a Meloni puntano, da destra, sul Quirinale anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il potente sottosegretario Alfredo Mantovano, il commissario europeo Raffaele Fitto, oltre al segretario di Forza Italia Antonio Tajani. E c’è chi dice che perfino Marina Berlusconi ci faccia un pensierino. Inoltre Giorgia ha sfidato la scaramanzia infischiandosene dei precedenti storici: chiunque si sia proposto, anche con la massima prudenza, per la carica più alta della Repubblica è finito bruciato. Ne sa qualcosa Mario Draghi che quando nel gennaio del 2022 gli fu chiesto se fosse stato disposto a fare il capo dello Stato, non si tirò indietro: “Sono un nonno al servizio delle istituzioni”. E si sa come è finita.

Ma c’è di più. C’è che a frenare la corsa dell’underdog della Garbatella c’è pure Roberto Vannacci. L’ex generale della Folgore non pensa di poter diventare il prossimo presidente della Repubblica. Nonostante il suo ego smisurato, il leader di Futuro nazionale sa benissimo che per lui le porte del Quirinale non potranno aprirsi. Non al prossimo giro, almeno. Ma la presenza sul campo di Vannacci obbliga Meloni ad ancorarsi a destra, per non lasciare troppo spazio all’ex parà. Così c’è da scommettere che da qui al voto, Giorgia farà di tutto per marcare la propria identità postfascista. E ciò le impedirà di compiere quella svolta, invocata dalla parte più moderata di Fratelli d’Italia, verso un partito conservatore di stampo europeo. Una metamorfosi che le aprirebbe le porte del Partito popolare europeo e, appunto, le potrebbe permettere di tentare la scalata del Colle con qualche carta in più. Sempre che riesca a cambiare la legge elettorale, introducendo un premio di maggioranza tale da garantirle di giocare la partita del Quirinale senza dover mediare con il centrosinistra. E soprattutto a condizione di vincere le elezioni. Cosa al momento, a leggere i sondaggi, non affatto scontata. Anzi.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

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