C’è un momento, nella storia del lavoro, in cui la piena occupazione smette di essere una buona notizia e diventa una domanda. È il paradosso da cui parte Alessandro Rimassa in Piena occupazione. Cinque proposte concrete per quello che manca al lavoro (Egea, 2026, 16,50€): abbiamo raggiunto il record degli occupati, la disoccupazione è ai minimi, eppure il lavoro continua a essere rotto. Solo che vent’anni fa era rotto perché non ce n’era abbastanza, oggi perché quello che c’è non produce necessariamente abbastanza reddito, benessere, autonomia, senso.
È un ribaltamento che Rimassa, autore nel 2005 di Generazione Mille Euro, conosce bene. Allora raccontava una generazione entrata nel mercato del lavoro dalla porta stretta della precarietà; oggi torna sullo stesso terreno per dire che il problema è cambiato. Non abbiamo più, almeno non nello stesso modo, un esercito di lavoratori disponibili a qualsiasi condizione: abbiamo un Paese che invecchia, una popolazione attiva che si restringe e imprese che fanno sempre più fatica a trovare persone. Il passaggio è dalla scarsità del lavoro alla scarsità delle persone. Il dato demografico, prima ancora che quello economico, cambia dunque i rapporti di forza. Ma Rimassa non si limita un’analisi di mercato che si concentra sulla scarsità di risorse umane: prova a chiedersi che cosa succede quando, per la prima volta dopo decenni, non è più il lavoratore ad avere bisogno dell’impresa, ma l’impresa ad avere bisogno del lavoratore. La piena occupazione, scrive, non è il traguardo ma la «nuova linea di partenza».
Il primo risultato di questo cambio di paradigma è quasi una vendetta della storia: quello che per decenni è stato considerato un costo da comprimere – il lavoro – diventa la risorsa scarsa da contendere. Ma qui arriva il secondo paradosso. Se le persone sono rare, perché continuano a essere così tante quelle che non riescono a vivere decentemente del proprio lavoro? Rimassa mette insieme i pezzi: salari stagnanti, produttività ferma, microdimensione delle imprese, costo dell’abitare, welfare insufficiente, mismatch delle competenze, denatalità. E soprattutto working poor. La sua Clara, una lavoratrice che alla fine del mese scopre che lo stipendio non basta a pagare le spese necessarie per poter lavorare, è una figura efficacissima: non serve più soltanto creare occupazione, bisogna rendere economicamente sensato lavorare.
È qui che Rimassa apre anche il capitolo più duro, quello sulla rappresentanza. Se il mercato del lavoro è cambiato, sostiene, non è possibile continuare a comportarsi come se nulla fosse accaduto sul terreno della contrattazione. La sua critica al sindacato è esplicita: accusa le grandi organizzazioni di essersi progressivamente allontanate da chi lavora e porta come caso limite quello del contratto della vigilanza privata, con una paga base di 4,60 euro l’ora, arrivando a parlare di «fallimento totale della concertazione tradizionale». Il punto, al di là dei toni provocatori, è una contraddizione difficile da ignorare: se un contratto collettivo può diventare il veicolo attraverso cui una retribuzione scende sotto la soglia della dignità, che cosa resta della funzione protettiva della contrattazione? Rimassa non si limita però a chiamare in causa i sindacati: mette sotto accusa un intero meccanismo di rappresentanza che, a suo giudizio, non è più riuscito a intercettare la trasformazione del lavoro. È una critica che lascia aperta una domanda molto più grande della polemica con le confederazioni: come si ricostruisce oggi il potere collettivo del lavoro, proprio nel momento in cui, paradossalmente, la scarsità di lavoratori potrebbe restituire alle persone una forza contrattuale che sembrava perduta?
Da qui nasce il manifesto basato su cinque proposte concrete: favorire la crescita dimensionale delle imprese attraverso la detassazione degli utili incrementali dopo le fusioni; trattare formazione e riqualificazione come investimenti e non semplicemente come costi; portare il TFR, su base volontaria, direttamente in busta paga; rendere strutturale un welfare abitativo che aiuti a pagare affitti e mutui; ridurre il peso dei contributi pensionistici per gli under 35. Sono le cinque gambe su cui l’autore prova a costruire un nuovo patto tra impresa e lavoratore.
Il cuore politico del ragionamento, però, sta nella trasformazione dell’azienda da luogo in cui si lavora a «azienda-partner» della persona. È una formula che contiene una promessa e un rischio. La promessa è quella di un’impresa finalmente costretta a occuparsi della vita concreta di chi lavora: casa, figli, salute, formazione, tempo. Non più il vecchio work-life balance, ma un più ambizioso life balance. È la versione contemporanea di un’idea di impresa che non si esaurisce nel rapporto produttivo, evocando anche la lezione olivettiana. Il rischio, invece, è che mentre si allarga il perimetro dell’impresa, si restringa quello della collettività. Se l’azienda diventa welfare, casa, formazione, previdenza integrativa, cura e persino infrastruttura sociale, che cosa rimane allo Stato? E soprattutto: che cosa succede a chi lavora in un’impresa che non può permetterselo? È una delle domande che il libro lascia aperte, forse più di quanto non vorrebbe.
La stessa ambivalenza attraversa l’altra grande figura del saggio, quella dell’«azionista di sé». Rimassa vuole restituire autonomia alla persona, trasformandola da destinataria passiva delle strategie aziendali in soggetto capace di governare competenze, formazione e percorso professionale. È una risposta alla fine della carriera lineare e alla rapidità con cui le competenze diventano obsolete. Ma anche qui l’emancipazione individuale rischia di trasformarsi facilmente in responsabilizzazione individuale: se devi continuamente aggiornarti, reinventarti, coltivare il tuo growth mindset e restare employable, dove finisce la libertà e dove comincia l’obbligo di essere sempre all’altezza?
Il libro è più convincente quando non prova a nascondere questa frattura dietro il lessico rassicurante della people transformation. Anche perché Rimassa mette in discussione alcune parole del vocabolario manageriale che, a forza di essere ripetute, hanno finito per diventare una gabbia. «Retention», per esempio, gli sembra ormai una parola tossica: trattenere le persone significa continuare a pensare che appartengano all’azienda. Meglio parlare di attrazione continua. Non è solo un cambio di etichetta: è il tentativo di spostare il centro della relazione dal possesso alla scelta.
E poi c’è l’intelligenza artificiale, che nel libro non arriva come il solito mostro che divorerà posti di lavoro. Anzi, Rimassa punta sul contrario: il dividendo dell’AI dovrebbe essere l’aumento della produttività individuale e, soprattutto, la liberazione di tempo. È qui che il saggio si spinge oltre la contingenza del mercato del lavoro: se la tecnologia riuscisse davvero a produrre di più con meno lavoro umano, perché dovremmo continuare a organizzare l’intera esistenza attorno al tempo venduto? È una domanda antica, da Marx a Keynes, che il libro riporta nel presente attraverso AI, demografia e crisi del modello fordista. E la risposta di Rimassa è la parte più utopica del suo scritto: non usare la tecnologia per riempire di altro lavoro il tempo liberato, ma per restituire tempo alla vita. La critica alla giornata standard di otto ore per cinque giorni, infatti, non è soltanto una proposta di flessibilità organizzativa: è la messa in discussione del tempo di lavoro come misura universale del valore.
Piena occupazione trova il suo punto più ambizioso mettendo in discussione l’idea stessa che il lavoro debba restare il centro dell’esistenza. Contemporaneamente, pone in essere una contraddizione produttiva: mentre propone di rendere il lavoro più ricco, più pagato, più umano e più libero, comincia a interrogarsi su un futuro nel quale potremmo non averne più bisogno nella quantità che abbiamo considerato normale per due secoli. Il punto, allora, non è soltanto arrivare alla piena occupazione. È capire che cosa vogliamo farne una volta arrivati.
Elettra Raffaela Melucci

Titolo: Piena occupazione. Cinque proposte concrete per quello che manca al lavoro
Editore: Egea – Collana cultura e società
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 148 pp.
ISBN: 979-1222982281
Prezzo: 16,50€

























