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Home - Approfondimenti - La nota - Fonderie Pisano, spiragli per i 160 lavoratori: cassa in deroga a Fratte, Luogosano verso la cessione

Fonderie Pisano, spiragli per i 160 lavoratori: cassa in deroga a Fratte, Luogosano verso la cessione

di Elettra Raffaela Melucci
22 Ottobre 2026
in La nota
Fonderie Pisano, spiragli per i 160 lavoratori: cassa in deroga a Fratte, Luogosano verso la cessione

FONDERIE PISANO AZIENDA FONDERAI LAVORAZIONE RIFINITURA METALLO METALLI INDUSTRIA METALLURGICA SEDE

Una strada per scongiurare i licenziamenti a Fratte e, in Irpinia, la prospettiva di una cessione che potrebbe salvare i posti di lavoro ancora in bilico. Dopo un confronto fiume al Mimit, durato fino a sera, per le due vertenze legate alle Fonderie Pisano si apre uno spiraglio, ma con prospettive molto diverse: nel Salernitano si lavora a una soluzione-ponte per evitare l’emergenza occupazionale, mentre a Luogosano il gruppo Pisano sarebbe pronto a farsi da parte, cedendo l’ex stabilimento ArcelorMittal a un imprenditore locale. Due percorsi ancora da consolidare, ma che sembrano raccogliere almeno in parte l’appello lanciato dalla Fiom: «Non accetteremo soluzioni che prevedano licenziamenti, chiusure o forme di abbandono dei lavoratori e delle lavoratrici».

A Fratte, dove il 31 ottobre scadono gli ultimi ammortizzatori sociali disponibili, la proprietà si è detta disposta a dichiarare la cessazione dell’attività, passaggio che consentirebbe di attivare una cassa integrazione in deroga per cessazione. Nell’immediato, la copertura potrebbe arrivare fino a dicembre, anche se lo strumento avrebbe una durata potenziale di dodici mesi, in base alle risorse che vengono finanziate di anno in anno. È la strada individuata per scongiurare i licenziamenti che l’azienda aveva già minacciato di avviare dal primo novembre in assenza di altre soluzioni. Ma «la partita non è chiusa», avverte Francesca D’Elia, segretaria generale della Fiom Cgil di Salerno, perché guadagnare tempo non basta: «Non possiamo tenere i lavoratori senza lavoro per altri dodici mesi».

La riunione ha permesso di mantenere aperto il confronto fra azienda, sindacati, Regione e Ministero, in una vertenza che si è progressivamente aggravata negli ultimi mesi. «La premessa che ci ha portato a Roma è che il futuro di questa azienda deve continuare in un sito idoneo e con degli impianti nuovi», spiega D’Elia al Diario del Lavoro. È su questo obiettivo che si sono intrecciate l’emergenza occupazionale e la ricerca di una prospettiva industriale alternativa allo stabilimento nella sua configurazione attuale.

La crisi era precipitata a marzo di quest’anno, quando la Regione Campania aveva notificato il rigetto dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), ritenendo che il progetto presentato non garantisse il rispetto delle migliori tecniche disponibili (Bat) e dei limiti emissivi. Il successivo ricorso dell’azienda non aveva ottenuto dal Consiglio di Stato la sospensione urgente del provvedimento. Gli impianti sono così rimasti fermi e, con la produzione bloccata, anche la prospettiva occupazionale si è fatta sempre più incerta.

Dopo il rigetto dell’Aia, anche su sollecitazione sindacale, a giugno l’azienda ha presentato una nuova proposta di revamping, questa volta con una configurazione completamente elettrificata, avviando un ulteriore procedimento autorizzativo. L’iter è ancora in corso: dopo la prima Conferenza dei servizi, la Regione ha richiesto nuovi approfondimenti. Nel frattempo, gli ammortizzatori sono arrivati ad esaurimento, fino alla scadenza del 31 ottobre.

Al tavolo del Mimit si è così cercato di tenere insieme la necessità di tutelare nell’immediato le maestranze e quella di costruire una prospettiva industriale. La proprietà dovrà elaborare una nuova proposta che contempli una possibile ripartenza ridotta a Fratte, con un solo forno elettrico anziché i tre previsti nella precedente configurazione, e contestualmente un piano per la realizzazione di una nuova fonderia green. «Si tratterebbe di una produzione molto contenuta», spiega D’Elia, pari a circa il 10% di quella precedente. Un’attività limitata, dunque, che non sostituisce il progetto di reindustrializzazione, ma potrebbe accompagnarne il percorso. Per ora, però, non c’è una ripartenza autorizzata: l’ipotesi dovrà diventare un progetto concreto, da discutere con gli uffici regionali e sottoporre a ulteriori verifiche ministeriali.

Resta soprattutto da trovare il luogo in cui realizzare la nuova fabbrica. Il confronto su una possibile localizzazione va avanti dalla scorsa primavera, quando il Mimit e Invitalia avevano manifestato disponibilità a collaborare per individuare un’area industriale adeguata agli investimenti. Senza che, finora, si sia arrivati a una soluzione. Il precedente è quello di Buccino, dove il tentativo di insediamento risale al 2016 e si è concluso con un nulla di fatto: l’azienda aveva acquistato un terreno in zona industriale e predisposto quanto necessario per avviare gli investimenti, ma il progetto si è arenato anche per l’opposizione dei comitati cittadini e dell’amministrazione locale, che attraverso una variante urbanistica aveva richiamato la vocazione agroalimentare del territorio. Dopo circa due anni, l’Asl ha ripreso la disponibilità dell’area, mentre la fabbrica non è mai partita.

Una storia che, per certi versi, ricorda quanto accaduto a Luogosano, dove il progetto di riconversione dell’ex stabilimento ArcelorMittal in una fonderia ha incontrato la resistenza di cittadini e amministrazioni locali. Per D’Elia, la ricerca di un sito alternativo in provincia di Salerno deve quindi procedere insieme al confronto con le comunità. «Insieme dobbiamo non solo verificare e valutare in tutti i suoi aspetti il progetto industriale, ma dobbiamo anche comunicare e far comprendere alla cittadinanza sui territori» le caratteristiche del nuovo insediamento, a partire dalle differenze rispetto agli impianti tradizionali che hanno operato a Fratte.

«Questa nuova fonderia non ha nulla a che fare con la fonderia precedente», sostiene la sindacalista, riferendosi agli investimenti e alle tecnologie previste. La Fiom ritiene che esistano altre aree industriali da esplorare, ma la localizzazione non può prescindere dalle verifiche tecniche e ambientali e da un lavoro con i territori. «Noi ci affidiamo non solo all’impegno di tutti e alla serietà dell’azienda, ma anche agli organi di controllo: se un impianto è stato creato per rispettare le norme ambientali, noi crediamo e siamo sicuri che le rispetti. In caso contrario, gli organi di controllo faranno il loro lavoro».

La questione ambientale resta dunque uno dei passaggi decisivi, in una vicenda nella quale la contrapposizione fra tutela della salute e occupazione ha segnato per anni il confronto sullo stabilimento. «Il compromesso anche tra ambiente e lavoro non è mai stato un terreno pacifico», osserva D’Elia. «Noi ci proviamo a superare questa dicotomia che ho sempre definito odiosa tra ambiente e lavoro, però l’esperienza dell’ex Ilva ci insegna che non bastano decenni di storia e di mobilitazioni per uscirne». Per il sindacato, la nuova fonderia dovrà convincere innanzitutto sul piano industriale e su quello delle garanzie ambientali, senza dare per scontato il consenso delle comunità.

In gioco, del resto, non ci sono soltanto gli oltre cento posti di lavoro diretti di Fratte, ma anche un indotto che, secondo la stima della Fiom, sfiora le 200 unità. Ecco perché la cassa in deroga, pur necessaria per evitare i licenziamenti, non può diventare una sospensione senza fine. D’Elia indica nei prossimi due mesi il termine entro il quale la discussione sul progetto e sulla nuova localizzazione dovrà produrre risultati concreti: «La questione va risolta, se ci sono gli spazi per risolverla, massimo nei prossimi due mesi. Altrimenti non faremo altro che allungare una sospensione che non fa bene a nessuno».

C’è poi il capitolo della formazione. Il passaggio a impianti e tecnologie differenti richiederà un percorso di riqualificazione delle maestranze, che potrebbe essere avviato proprio durante il periodo coperto dagli ammortizzatori. «Se potesse andare in porto questa proposta di far funzionare un solo forno a Fratte e di far partire contestualmente la reindustrializzazione, potremmo avere delle forme di lavoro e formazione da mettere in piedi», spiega D’Elia. Il tema non è stato ancora affrontato nel dettaglio e dovrà essere ripreso con gli uffici regionali competenti e con il ministero. Quest’ultimo ha assicurato che seguirà il percorso con ulteriori verifiche a Roma per controllare il rispetto degli impegni e delle tempistiche. La data del prossimo incontro non è stata ancora fissata.

Per Luogosano, invece, la prospettiva appare più avanzata, come racconta al Diario Giuseppe Morsa, segretario generale della Fiom Cgil di Avellino e Benevento. Al tavolo, la proprietà Pisano avrebbe comunicato di voler cedere il sito ex ArcelorMittal, prendendo atto delle difficoltà incontrate dal progetto di riconversione. È quindi in corso, spiega Morsa, un’interlocuzione avanzata con un’impresa locale, il cui nome resta coperto da un patto di riservatezza fino al prossimo incontro al ministero, fissato per il 28 ottobre. La firma del preliminare di vendita è invece attesa lunedì 26 ottobre; al tavolo successivo si dovrebbe verificare che il passaggio sia effettivamente in grado di salvaguardare i 32 posti di lavoro ancora coinvolti nella vertenza.

«Siamo sulla strada giusta per la fase conclusiva, a un millimetro dal traguardo. Ma non è finita finché non è finita. Ottimismo sì, ma pur sempre con prudenza», dice Morsa. La cautela è legata anche alla lunga attesa dei lavoratori, la cui mobilitazione va avanti da marzo 2025. «Alla base di tutto c’è un grosso sacrificio fatto dai lavoratori. Lo sforzo è stato compiuto, sono abbastanza provati: questa sarebbe per noi una soluzione fondamentale, indispensabile».

La vertenza era nata quando ArcelorMittal aveva annunciato la dismissione del sito irpino, mettendo a rischio una settantina di posti di lavoro. L’accordo sottoscritto in Regione il 21 novembre 2025 aveva aperto la strada all’intervento di Fonderie Pisano, con un piano di riconversione da circa 20 milioni di euro: dalla lavorazione e laminazione dell’acciaio si sarebbe passati alla produzione di manufatti stradali in ghisa e ad attività di meccanica pesante. Il progetto prevedeva l’assunzione di 33 lavoratori entro la fine del 2027, mentre gli altri dipendenti avevano seguito percorsi di uscita volontaria o prepensionamento. Una prospettiva che sembrava aver restituito un futuro allo stabilimento, ma che si è scontrata con la contrarietà di comitati ambientalisti e amministrazioni locali, preoccupati per la compatibilità della fonderia con un territorio a forte vocazione agricola e vitivinicola.

A marzo, la Regione aveva chiarito che l’apertura ad altri operatori sarebbe stata possibile soltanto a condizione che Pi.Co. Srl, società legata al progetto Pisano con cui ArcelorMittal aveva sottoscritto un preliminare di vendita, accettasse lo scioglimento consensuale dell’accordo. È su questo nodo che si misura ora la portata della nuova prospettiva: se il passaggio a un altro imprenditore andrà a buon fine, il sito potrà imboccare una strada diversa da quella inizialmente prevista. «Quello futuro sarà un impianto diverso rispetto a quello che aveva in mente Pisano», afferma Morsa fungando quindi suggestioni di una nuova fonderia. Il cambio di progetto, nelle parole del sindacalista, consentirebbe di superare le principali resistenze territoriali. Quale attività produttiva verrà insediata e con quali garanzie occupazionali dovrà emergere dalla trattativa, così come dovrà essere verificato che il preliminare di vendita si traduca davvero nella salvaguardia dei posti di lavoro.

Il 28 ottobre, dunque, sarà il passaggio decisivo per conoscere il nome del potenziale acquirente e capire se l’operazione si chiuderà. A Fratte, invece, il percorso è ancora in salita: trasformare il tempo guadagnato con gli ammortizzatori in una ripartenza, in un progetto industriale credibile e in un luogo dove realizzarlo. Un prossimo incontro per il sito è ancora da calendarizzare ma, riferisce D’Elia, sarà probabilmente a ridosso della fine di ottobre.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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