Riduzione della settimana lavorativa da 40 a 24 ore distribuite su quattro giorni da sei ore, dal lunedì al giovedì, e un salario minimo di 15 euro netti l’ora, pari a 1.560 euro netti al mese. Una provocazione? No, Un manifesto politico e, insieme, un tentativo di dimostrare che quella che appare come un’utopia può essere tradotta in un progetto concreto. Perché tale è quello che Davide Dibitonto e Maura Zavaglini mettono a punto nel libro – “opuscolo”, lo definiscono – 24h €1.560 – Progetto di riduzione della settimana lavorativa (Transeuropa, 133 pagine, 13,00€), che prende una rivendicazione apparentemente semplice – lavorare meno, lavorare tutti – e la trasforma in qualcosa di molto più ambizioso: una pianificazione-proposta in tre fasi “che si pone come un atto di emancipazione anche sul piano dell’immaginario politico, riaffermando che un altro futuro non solo e possibile, ma e concretamente alla nostra portata”.
L’idea di partenza è la messa in discussione del ruolo che il lavoro occupa nella vita contemporanea e, più radicalmente, l’idea che debba continuare a essere il principio attorno a cui organizzare tempo, reddito, relazioni e perfino identità. Il libro, appunto, nasce dentro una lettura esplicitamente postlavorista, in cui il “lavorismo” viene letto come una sorta di pedagogia del sacrificio e trappola del capitale. Ma è proprio da questa premessa che gli autori fanno discendere la loro tesi più radicale: la riduzione dell’orario di lavoro non può essere considerata sufficiente se non si mette contemporaneamente in discussione l’idea che il lavoro debba continuare a definire il valore delle persone e il posto che occupano nella società. Il punto, scrivono, è rivendicare «il diritto a esistere senza dover continuamente giustificare la propria esistenza attraverso la prestazione» e, con esso, il diritto al reddito, alla casa, alla salute, all’istruzione, alla cura, al tempo e all’autodeterminazione.
È qui che la proposta della settimana lavorativa ridotta assume, nel libro, un significato che va oltre la semplice redistribuzione delle ore. Gli autori sostengono infatti che, senza una rottura culturale con il lavorismo, anche le trasformazioni materiali rischiano di essere riassorbite dalla stessa logica che si pretende di superare. Si possono ridurre le ore, aumentare i salari, migliorare i contratti, ma se resta intatta l’idea che il valore personale coincida con l’occupazione, la produttività con la dignità e il sacrificio con la virtù, il comando del lavoro continua a esercitare il proprio potere sull’esistenza. Per questo, sostengono, «la battaglia per lavorare meno è inseparabile da una battaglia per disidentificarsi dal lavoro».
La condizione contemporanea è letta attraverso il concetto di “realismo capitalista” di Mark Fisher: l’idea, cioè, che sia diventato più facile immaginare la fine del mondo che un’alternativa all’ordine esistente. È proprio contro questa rassegnazione che viene costruita la proposta di Dibitonto e Zavaglini: non limitarsi a chiedere una condizione di lavoro un po’ migliore, ma provare a riaprire lo spazio dell’immaginazione politica, partendo dalla liberazione di una parte del tempo oggi assorbito dal lavoro. In questa prospettiva, la riduzione del tempo di lavoro diventa così anche una battaglia sull’immaginario e sui rapporti sociali: significa spezzare l’equivalenza tra occupazione e valore e ricostruire una coscienza di classe là dove il neoliberismo ha alimentato colpa individuale, competizione e culto della performance. L’obiettivo finale non è quindi rendere più sopportabile l’obbligo del lavoro, ma ridurre progressivamente il potere che esso esercita sulle nostre esistenze e restituire tempo alla vita.
Dibitonto e Zavaglini non presentano 24h €1.560 come una semplice rivendicazione. Il progetto nasce nel 2023 e si sviluppa attraverso una pianificazione articolata in tre fasi. La prima, conclusa nell’aprile 2024, è quella di costruzione del modello: serve a impostare il funzionamento della riforma e a verificarne la fattibilità tecnica ed economica. La seconda, avviata nel 2026 e tuttora in corso, dovrebbe entrare più nel dettaglio degli effetti della transizione, costruendo analisi di impatto e scenari per settori, imprese, occupazione e finanza pubblica. La terza, ancora da sviluppare, è quella più propriamente politica e sistemica: la riscrittura dell’intero sistema fiscale, con una progressività molto più marcata e un trasferimento del carico fiscale dal lavoro verso le fasce più ricche.
Gli autori sono consapevoli che una proposta di questa portata non possa essere liquidata semplicemente come un desiderio. Il problema della riduzione del monte ore complessivo, per esempio, viene affrontato apertamente: se si passa dalle 40 alle 24 ore, osservano, esiste il rischio di una diminuzione della capacità produttiva se l’aumento della produttività oraria non fosse sufficiente a compensarla. E gli stessi autori riconoscono che gli effetti non possono essere identici in tutti i settori. Lo stesso avviene sul terreno più delicato, quello dei conti pubblici. Le prime stime sono dichiaratamente preliminari e costruite attraverso semplificazioni: vengono considerati i soli lavoratori dipendenti, la frammentazione dei contratti viene ricondotta a un modello rappresentativo e una parte delle variabili viene necessariamente accorpata. Gli autori non nascondono questi limiti, anzi spiegano che è proprio la seconda fase a dover trasformare la prima stima in una quantificazione più precisa. È un elemento importante perché mostra come il libro non pretenda di aver già chiuso tutti i conti del progetto: sostiene piuttosto di aver costruito una prima impalcatura sulla quale continuare a lavorare.
Ma il punto d’arrivo dichiarato è molto più ampio della settimana corta. L’ultima parte del volume porta infatti verso una vera rifondazione fiscale e sociale, esplicitamente ispirata a Thomas Piketty ma riletta attraverso un’impostazione marxista. Il reddito da lavoro viene assunto come fonte centrale della ricchezza, mentre il reddito da capitale viene interpretato come forma di estrazione e accumulazione; da qui l’idea di una tassazione radicalmente progressiva, di una fiscalità capace di colpire maggiormente la ricchezza e di un welfare universalistico.
In questo senso, 24h €1.560 è meno un libro sulla settimana lavorativa di quanto non sia un libro sul rapporto fra lavoro e vita. La riduzione dell’orario è il punto di ingresso di un progetto molto più vasto, nel quale la diminuzione del tempo lavorato dovrebbe servire a restituire spazio alla cura, alle relazioni, alla vita sociale e, in ultima analisi, alla possibilità stessa di immaginare una società diversa. Gli autori insistono sul fatto che una simile proposta possa apparire utopica solo perché il presente ha ristretto il campo di ciò che consideriamo possibile. La loro scommessa è precisamente rovesciare il ragionamento: non partire da ciò che il sistema considera realistico, ma provare a costruire gli strumenti perché ciò che oggi appare irrealistico diventi praticabile.
È probabilmente questa la chiave più utile per leggere il libro senza derubricarlo a provocazione: non tanto stabilire se 24 ore e 1.560 euro siano già un modello compiutamente dimostrato, quanto osservare il tentativo di trasformare un’idea radicale in un progetto che dichiara di voler misurare, verificare e correggere se stesso lungo il percorso. Il risultato è un testo-manifesto-cantiere: fortemente ideologico nelle premesse e nell’obiettivo finale, ma anche consapevole delle difficoltà che quella stessa ambizione comporta. «Una proposta mobilitante, in grado di unire le persone attorno a una visione comune di cambiamento, che le spinga a lottare per conquistare un modello di lavoro più giusto e umano».
Elettra Raffaela Melucci

Titolo: 24h €1.560 – Progetto di riduzione della settimana lavorativa
Autori: Davide Dibitonto e Maura Zavaglini mettono a punto nel libro (“opuscolo”, lo definiscono)
Editore: Transeuropa
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 133 pagine
ISBN: 9791259903686
Prezzo:13,00€



























