I rappresentanti di lavoratori e imprese delle Tlc si sono ritrovati a Roma al Forum delle telecomunicazioni 2026 organizzato da Asstel dal titolo “Qui costruisce la capacità digitale dell’Italia” per discutere il futuro del settore.
La filiera genera il 6,2% del Pil, pari a oltre 139 miliardi, e un introito per le casse dello stato di 140 miliardi tra il 2007 e il 2025. Dall’analisi dei ricavi di può vedere la trasformazione in atto nelle Tlc. Infatti quelli derivanti dai servizi tradizionali, come telefonia e dati, sono scesi dell’1%, mentre quelli legati ICT, cloud e cybersecurity del 7%. A pesare è il caro energia, con incremento del 29% rispetto al 2024, che porta l’incidenza del costo dell’energia sul totale dal 7 al 9%. Un’altra voce significativa è quella degli investimenti, per l’ammodernamento delle infrastrutture e l’avanzamento tecnologico, che hanno raggiunto un valore di 7,7 miliardi, considerando sia quelli privati sia quelli finanziati con fondi pubblici. Investimenti che, sostiene Asstel, si mangiano la quasi totalità dei margini degli operatori.
Un altro grande tema è quello legato alla reperibilità della manodopera sul mercato, sempre più difficile per la scarsità di competenze e professionalità richieste, e alla formazione. Nel 2025 il 99% degli addetti delle aziende di Tlc è stato coinvolto in attività di upskilling e reskilling, dato in crescita rispetto al 95% del 2024. Mediamente ciascuna persona coinvolta ha seguito circa 3,6 giornate di formazione. Un percorso che ha visto impiegati 12 milioni di euro, finanziati direttamente dalle aziende per il 66% e dall’utilizzo degli strumenti messi a disposizione delle imprese, come i Fondi Interprofessionali, per il restante 34%.
“Il settore delle telecomunicazioni attraversa una fase critica: il traffico dati e i costi crescono, mentre i ricavi diminuiscono, compromettendo la sostenibilità economica della filiera e la sua capacità di investire. Servono strumenti aggiornati e decisioni rapide e risolutive per rendere il settore in grado di sostenere la trasformazione digitale, la crescita delle imprese, la modernizzazione della PA e l’autonomia tecnologica del Paese” ha detto il presidente di Asstel, Pietro Labriola.
“Per raggiungere questi obiettivi occorrono interventi su energia a costi competitivi, una contribuzione equa dei grandi attori digitali. Servono regole uguali per servizi uguali e procedure autorizzative più semplici. L’Italia – spiega Labriola – deve passare a un progressivo allineamento dei limiti elettromagnetici ai parametri europei e bisogna arrivare all’allocazione non onerosa delle frequenze in scadenza. Nel comparto dei call center occorre inoltre contrastare il dumping contrattuale, qualificare le imprese che partecipano alle gare e accompagnare la riqualificazione dei lavoratori verso nuove attività legate alla reindustrializzazione del mercato”.
Sindacati e imprese hanno inoltre rivendicato una maggiore attenzione da parte della politica, da anni distratta nei confronti di un settore sempre più strategico per lo sviluppo economico e la difesa del paese. Una latitanza che si è tradotta in una mancanza di politica industriale.
“In campo abbiamo un patto per tenere insieme la competitività del settore e sviluppare le competenze necessarie. Molto spesso siamo andati anche oltre i temi più strettamente connessi al contratto nazionale e lo abbiamo reso uno strumento di politica industriale, necessario per accompagnare la trasformazione. Dobbiamo inoltre considerare che il tempo, a differenza di qualche hanno fa, è una variabile che non possiamo non considerare” ha aggiunto la direttrice di Asstel, Laura Di Raimondo.
“Il titolo del Forum è molto garibaldino perché potremmo dire che qui o si risolleva o si muore, perché stiamo parlando di una filiera che in potenza dovrebbe essere la vera abilitatrice della transizione digitale ma che, all’atto pratico, si dibatte da più di un decennio in una crisi strisciante che ne diminuisce le tante, innegabili, potenzialità. Le ultime crisi ci restituiscono un comparto che continua a bruciare occupazione specializzata presente e fatica a reperire nuove professionalità che stiano al passo con la costante evoluzione tecnologica del settore. Un settore con l’età media più alta fra quelli privati in Italia che registra ancora una contrazione significativa degli occupati. Per l’ennesimo anno siamo qui a denunciare l’assenza di strumenti legislativi stabili per gestire la riconversione professionale indispensabile se si vuole davvero proteggere il perimetro occupazionale. Un discorso a parte merita poi il settore dei call center dove non si contano più le aziende che quotidianamente ricorrono ad ammortizzatori sociali” ha sostenuto Riccardo Saccone, segretario generale della Slc-Cgil.
“Occorre una visione d’insieme che sappia coniugare investimenti e sviluppo. L’incidenza dei costi energetici, l’incertezza sulle regole per l’assegnazione non onerosa delle frequenze sono un ulteriore elemento di incertezza. Occorre un patto fra tutti gli attori in campo, a partire dal Governo”.
Per Alessandro Faraoni, segretario generale della Fistel-Cisl “il rinnovo del contratto, raggiunto alla fine del 2025 nonostante la crisi dei ricavi e le diverse posizioni tra le imprese, ha dato una risposta importante ai lavoratori e ha posto le basi per accompagnare la trasformazione della filiera. Sul settore continuano a pesare la pressione sui ricavi e una competizione giocata soprattutto sul prezzo, che lungo la filiera alimenta il dumping contrattuale. Il lavoro qualificato è una condizione per la competitività della filiera, non un costo da comprimere. Per sostenere la transizione servono investimenti nelle reti, nelle competenze e nelle persone, misure sui costi energetici e un contributo dei grandi operatori tecnologici che utilizzano le infrastrutture. È necessario istituire un tavolo di settore stabile e concreto tra Governo, imprese e sindacati”.
Salvo Ugliarolo, segretario generale della UilFPC-Uil, ha ribadito come “i primi a cui chiediamo conto di questa situazione sono il governo e i ministeri competenti, che, al netto di qualche dichiarazione d’intenti, continuano a essere sostanzialmente assenti. Ma le responsabilità non si fermano alla politica. Anche alcune aziende del settore stanno cercando di utilizzare la trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale come leva per trasferire sui call center ulteriori risparmi e tagli, scaricandone il peso sulle imprese che operano in appalto e, soprattutto, sulle lavoratrici e sui lavoratori. L’intelligenza artificiale deve essere un’opportunità di innovazione e crescita, non un alibi per comprimere ulteriormente i costi, impoverire il lavoro e mettere a rischio l’occupazione. Continuare su questa strada significa indebolire l’intera filiera, alimentare precarietà e alimentare una competizione fondata esclusivamente sul ribasso” ha concluso.


























