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Home - La crisi dei corpi intermedi - Cafiero, Marco Biagi aveva previsto tutto

Cafiero, Marco Biagi aveva previsto tutto

12 Aprile 2013
in La crisi dei corpi intermedi

Sono trascorsi undici anni dalla morte di Marco Biagi eppure il suo messaggio resta attuale e, soprattutto, fa così rumore che non c’è stato un solo anno di questi undici in cui non se ne sia ricordata la vasta portata1.

Colpisce sempre che Marco Biagi2 avesse lucidamente previsto la scossa che ha interessato il nostro sistema di relazioni industriali agli inizi del 2009, con la mancata sottoscrizione da parte della CGIL del protocollo sugli assetti contrattuali.

Ma, più di ogni cosa, colpisce che Marco Biagi, avesse del pari previsto la crisi di rappresentatività che ne sarebbe derivata, che è valsa a dare sempre al 2009 fama di anno zero delle relazioni industriali e che ancora imperversa turbando l’ equilibrio del sistema.

Per capirne la ragione bisogna anzitutto muovere da una premessa. Per lunghi anni, ciascun sindacato, CGIL, CISL e UIL, in assenza di una legge, ha avuto bisogno per essere rappresentativo che ciascuno degli altri lo riconoscesse tale3.

E così, ciascun sindacato ha avuto interesse a non porsi mai in disaccordo con l’altro perché, in tal caso, l’uno avrebbe potuto opporre all’altro resistenze al riconoscimento di rappresentatività, l’altro fare lo stesso e, in un gioco al massacro, il terzo fare lo stesso con entrambi che, dal canto loro, avrebbero naturalmente ripagato il terzo della stessa moneta.

Sotto il profilo della psicologia, tale atteggiamento ricorda per certi versi il “dilemma del prigioniero”.

In base alla soluzione ideale, infatti, ciascuno prigioniero (non confessa e dunque) riconosce l’innocenza dell’altro, rinchiuso in una cella diversa, perché suppone che questi agirà allo stesso modo in base ad un comune ragionamento: agire di complicità e riconoscersi reciprocamente innocenti conviene più del contrario, perché se l’uno non accusa l’altro matematicamente diminuiscono per ciascuno le possibilità di subire una condanna.

Di conseguenza, nel disaccordo sindacale, le parti sociali sono prima uscite indebolite, poi rimaste esposte al tiro delle forze che le accusano di deficit di rappresentatività e, in definitiva, al rischio di precipitare in un pericoloso baratro.

Qui però i nodi vengono al pettine. Marco Biagi aveva fatto monito ai sindacati che, per scongiurare la crisi di rappresentatività, avrebbero dovuto ridurre le occasioni di scontro, cercare dunque l’unione perseguendo il comune interesse dei lavoratori, piuttosto che divedersi perseguendo ciascuno quelli dettati da diverse esigenze e, a questo fine, trascinare la contrattazione dalle “stanze chiuse” al luogo più adiacente ai lavoratori: l’azienda.

A lungo, tuttavia, è rimasto inascoltato e quando, dopo la morte, gli si è prestato ascolto era troppo tardi: la crisi di sindacati aveva già morso troppo.

Non è del resto un caso che l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, sottoscritto nell’ottica di promuovere il decentramento contrattuale, piuttosto che trovare la soluzione alla crisi di rappresentatività abbia avuto il solo effetto di mettere davanti al problema i sindacati che, da poco, si sono seduti attorno ad un tavolo per trovare la quadratura del cerchio.

O ancora che i sindacati non abbiano dato applicazione diffusa all’art. 8 della l. 148 del 2011 e quindi, a ben vedere, avuto la forza di essere gli attori del cambiamento, rimodellando dal basso il nostro diritto del lavoro.

Allo stato, insomma, i sindacati devono riguadagnare terreno per sopravvivere e tornare in futuro a crescere. Per farlo, hanno, contro la prassi del passato, anzitutto bisogno di ottenere direttamente dai lavoratori il riconoscimento di rappresentatività e, a tal fine, di coinvolgere in misura via via maggiore i lavoratori stessi nei processi decisionali, in altre parole di essere più democratici.

Ciò per mezzo del ricorso agli strumenti a disposizione della democrazia sindacale, a partire ad esempio dall’assemblea prevista dall’articolo 20 dello Statuto dei Lavoratori, sino al referendum previsto dal successivo articolo 21, sino infine alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa.

Perché come insegna Zagrebelsky4, essere democratici ha talora il pregio di rafforzare la posizione di chi lo è stato (cd. democrazia scettica), come dimostra l’esempio storico di Pilato il quale, a ben vedere, assume la “democratica” decisione di assecondare il volere della folla di crocifiggere Gesù anzitutto per ottenere il consenso popolare e, per questa via, rinsaldare il proprio ruolo di governatore della Giudea.

Diversamente, i sindacati corrono il serio rischio di scomparire per la gioia di chi, come Grillo, auspica a gran voce da tempo tale esito.

E così, nella migliore delle ipotesi, i lavoratori torneranno ad organizzarsi in consigli di fabbrica di memoria gramsciana, ed attualmente molto diffusi in Germania, per trattare con l’imprenditore secondo regole comuni.

Ma, nella peggiore delle ipotesi, i lavoratori si trasformeranno nella folla multiforme e indomabile, immaginata da Le Bon, che sfugge alle proprie responsabilità come in un “ululare con i lupi”, facendo gioco al datore di lavoro il quale potrà più facilmente imporre condizioni per se più favorevoli.

In definitiva, se le cose dovessero andare per il verso sbagliato, non resta che rimproverarsi per non aver avuto la prontezza di cogliere il cambiamento al momento giusto, quando Marco Biagi l’aveva gridato, a causa della tendenza a preservare il vecchio di cui, già cinquecento anni fa, Machiavelli aveva accusato il nostro Paese.


Ciro Cafiero
, Collaboratore della cattedra di diritto del lavoro presso la Luiss

Note

1 Ad esempio, il 19 marzo 2013 si è tenuto a Roma, presso la Sala del Consiglio del Palazzo della Cooperazione in via Torino 146, un interessante convegno dal titolo ”Le ragioni di uno Statuto- Ricordando Marco Biagi” organizzato da Adapt, dal Centro Studi Marco Biagi, e dall’Associazione Amici di Marco Biagi a cui hanno preso parte, con preziosi interventi, Michele Tiraboschi, Giuseppe Bertagna, Emmanuele Massagli, Maurizio Sacconi e, concludendo i lavori, Michel Martone.

2 Per una riflessione più ampia sul punto si veda M. Martone, I tedeschi? Maestri di flessibilità su www.formiche.net ma anche M. Tiraboschi, Ricordando Marco Biagi undici anni dopo, su www.bollettinoadapt.it.

3 Per alcuni interessanti spunti giuridici sul tema, si veda M. Persiani, Osservazioni sulla revisione della dottrina del diritto sindacale, ADL, 2011, I, pag. 1 e ss ma anche F. Carinci, La cronaca si fa storia, ADL, 2011, I, pag. 11 e ss e, non da ultimo, M. Martone, La riforma delle relazioni industriali alla prova della competizione sindacale, in RIDL, 2011, III, pag. 307 e ss..

4 G. Zagrebelsky (2007), Il «crucifige!» e la democrazia, Einaudi, Torino

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