In Italia “la produttività ristagna da un quarto di secolo” e “la capacità di innovare resta distante dai paesi alla frontiera tecnologica”. Freni alla crescita, secondo il governatore della Banca d’Italia, Fabio Pametta, che “si traducono in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole, che da tempo limita le scelte e le prospettive delle persone, soprattutto delle donne e dei giovani”. E nel frattempo “dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21 per cento in Germania e del 14 in Francia”. Intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico 2025-26 dell’Università degli Studi di Messina, Panetta ha spiegato che su questo andamento, “ha inciso in modo rilevante lo shock inflazionistico conseguente alla crisi energetica. Oggi in Italia i prezzi al consumo sono più alti del 20 per cento rispetto al 2019. Le retribuzioni nominali di fatto sono cresciute del 12, con una riduzione in termini reali di 8 punti percentuali. Negli altri principali paesi europei la perdita iniziale è stata invece riassorbita”.
Tuttavia, come rilevato anche dal rapporto Inps sulle retribuzioni presentato questa mattina, in Italia la politica fiscale e la crescita dell’occupazione hanno compensato la perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Ma “guardando avanti, la crescita dei redditi non potrà però poggiare in modo permanente sulla politica fiscale. I margini di bilancio sono limitati – ha ricordato il banchiere centrale – e gli interventi pubblici possono fornire solo un sostegno temporaneo in situazioni eccezionali. Aumenti duraturi dei salari richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro”.
Secondo Panetta, “occorre uno sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività, in grado di sostenere salari più elevati e migliori prospettive di lavoro. Lo impongono le trasformazioni dell’economia mondiale. Lo rende necessario il vincolo demografico di un paese che invecchia rapidamente e in cui – conclude – i giovani che entrano nel mercato del lavoro saranno sempre meno numerosi”.
Un’analisi condivisa dal segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. “In linea generale – ha detto – mi fa piacere sentir dire che i salari non hanno recuperato la perdita del potere d’acquisto, che il costo orario è rimasto fermo. Ma quando andiamo ai tavoli contrattuali e rivendichiamo aumenti ci dicono che siamo fuori dal mondo. O sono veri tutti questi dati, e allora noi abbiamo ragione a chiedere aumenti contrattuali in linea con il recupero del potere d’acquisto, oppure c’è qualcosa che non va. Però è chiaro che condivido l’analisi del governatore della Banca d’Italia. Lo diciamo da tempo, il recupero di competitività non si fa riducendo i salari e i diritti. Si fa dicendo alle aziende che devono investire in innovazione di prodotto. Mi pare che le aziende lo abbiano fatto poco. Ecco perché chiediamo anche al Governo la condizionalità sugli aiuti di Stato, perché in qualche modo pensiamo che quando si danno dei soldi alle aziende sia corretto darli in modo condizionato”.
La Uil chiede che gli aiuti vengano dato “soltanto a chi investe in innovazione, a chi rinnova i contratti e a chi rispetta le leggi di questo Stato”. L’idea di Bombardieri sul modello contrattuale è che “va modificato, ma preferirei fare questa discussione con Confindustria”.



























