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Home - Approfondimenti - La nota - Salari, uno studio del Civ Inps fotografa la “stagnazione generale”. L’industria paga meglio dei servizi, la scuola fanalino di coda nelle buste paga pubbliche. E alle donne il 30% in meno degli uomini

Salari, uno studio del Civ Inps fotografa la “stagnazione generale”. L’industria paga meglio dei servizi, la scuola fanalino di coda nelle buste paga pubbliche. E alle donne il 30% in meno degli uomini

di Nunzia Penelope
15 Gennaio 2026
in La nota
Crescita Eurozona prosegue a ritmi sostenuti

Le retribuzioni lorde dei dipendenti pubblici e privati (esclusi domestici e operai agricoli) nel periodo 2014-2024 evidenziano una stagnazione generale, legata a fattori strutturali come la composizione settoriale e la bassa innovazione tecnologica. Tuttavia, gli interventi fiscali e contributivi hanno permesso un recupero significativo delle retribuzioni nette, soprattutto per i redditi più bassi. L’aumento dell’occupazione ha, invece, contribuito a smorzare gli effetti negativi dell’inflazione per le famiglie più povere. È quanto rileva il rapporto “Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati”, realizzato dal coordinamento generale statistico attuariale e dalla direzione centrale studi e ricerche dell’Inps e presentato nel corso di un’iniziativa del consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’istituto.

Presentata a Roma a Palazzo Wedekind, con un evento organizzato dal Civ Inps a cui hanno partecipato tutti i rappresentanti delle parti sociali (Cgil, Cisl Uil, Confindustria, Confcommercio, Lega cooperative, Confartigianato), la ricerca ha sostanzialmente confermato i dati di altri recenti studi -a partire da Banca d’Italia- fornendone però una lettura più dettagliata e approfondita. Il rapporto, come ha sottolinea il presidente del Civ Inps, Roberto Ghiselli, “conferma che in questo Paese da molti anni esiste un problema salariale, perché le dinamiche, anche a differenza del contesto europeo, sono molto più basse e c’è una perdita di potere d’acquisto”. Non c’è dubbio, ha aggiunto, che “alcune misure di carattere fiscale e contributivo abbiano attutito questo effetto, ma resta che in questi anni non c’è stato un recupero pieno, e tantomeno c’è stato un incremento del potere d’acquisto”. Le ragioni, per Ghiselli, sono evidenti: “in qualche modo dipende anche dall’andamento dell’economia reale, dal suo tasso di produttività e di innovazione”; ma, ha aggiunto, “alcune cose riguardano anche il modello delle relazioni sindacali che forse va in parte anche ripensato”.

Tornando allo studio, vi si sottolinea che l’aumento delle retribuzioni nominali lorde non è riuscito in questi anni a compensare tempestivamente gli aumenti dell’inflazione. In parte per la lentezza dei rinnovi contrattuali (il tempo medio di attesa per il rinnovo è di oltre 2 anni) e per gli anomali livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023; ma anche a causa dello spostamento della struttura dell’occupazione (in forte crescita soprattutto dopo la pandemia) verso i settori dei servizi caratterizzati da retribuzioni medie più basse.

Il documento evidenzia con chiarezza questa dinamica delle retribuzioni nominali dei lavoratori dipendenti, sia privati che pubblici. Per i dipendenti privati la retribuzione annuale media è passata da 21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita del 14,7% sull’intero periodo, cui corrisponde un tasso dell’1,4% annuo medio anche se negli anni più recenti (tra il 2021 e il 2024) il tasso medio annuo è stato più elevato e pari al 3,7%. L’aumento occupazionale nel periodo considerato è stato trainato dal lavoro a tempo indeterminato, con un aumento significativo del numero di lavoratori (da 14 milioni nel 2014 a 17,7 milioni nel 2024). Si osservano differenze retributive per qualifica, tipologia contrattuale (la retribuzione di un part-time è mediamente i 2/5 di quella di un full time), orario di lavoro, settore economico (il settore economico che paga di più è l’industria in senso stretto: in tutti gli anni osservati presenta la retribuzione media annua più elevata pari a oltre 27mila euro nel 2014 e a quasi 33mila euro nel 2024 con una crescita del 21%), età, area geografica e genere.

Il gender pay gap persiste e resiste: la retribuzione delle donne è circa il 70% rispetto a quella degli uomini. Nel 2024 la retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20mila euro; quella degli uomini quasi 28mila euro. Rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è comunque cresciuta di più (+17,5%) rispetto a quella degli uomini (+13,5%).

La retribuzione annuale media dei dipendenti pubblici è passata da 31.646 euro nel 2014 a 35.350 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita dell’11,7% sull’intero periodo, cui corrisponde un 1,1% annuo medio (valore inferiore rispetto al settore privato). Il numero di dipendenti pubblici è aumentato da 3,56 milioni nel 2014 a 3,74 milioni nel 2024, con un incremento significativo nel 2020 dovuto alla pandemia. Anche qui si evidenziano differenze retributive per comparto (la scuola è il comparto che paga meno, l’unico al di sotto della soglia dei 30mila euro annui. La spiegazione è nella discontinuità dei rapporti di lavoro), tipologia contrattuale, orario di lavoro, età, area geografica e genere. Le donne rappresentano il 61% dei dipendenti pubblici nel 2024, ma la loro retribuzione media è inferiore a quella degli uomini (la retribuzione media annua delle donne è mediamente pari al 77% di quella degli uomini).

Tenendo conto dell’inflazione, pari all’8,1% nel 2022 e al 5,4% nel 2023, si riscontra il quadro di stagnazione generale evidenziato in numerose analisi. Tra il 2019 e il 2024, l’inflazione cumulata ha raggiunto il 17,4% mentre le retribuzioni contrattuali sono cresciute solo dell’8,3% evidenziando un disallineamento. Le retribuzioni nette, grazie agli interventi fiscali e contributivi, hanno mostrato una crescita maggiore rispetto a quelle lorde, con un recupero quasi completo rispetto all’inflazione per i redditi medi e bassi.

Negli ultimi due anni si è però assistito a una crescita delle retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al gap temporale dei rinnovi contrattuali. Bisogna inoltre tener presente che gli incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro, aggiunge il report, che è condizionata da fattori strutturali quali la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica, congrui margini di miglioramento su burocrazia e infrastrutture.

Sono diverse le conclusioni se si analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere al livello mediano delle retribuzioni un recupero quasi completo. L’analisi dell’impatto distributivo della crescita occupazionale (dal 2020 al 2023 l’Italia ha registrato un aumento di oltre un milione di posti di lavoro) e dell’inflazione evidenzia che gli effetti negativi sui redditi reali della fiammata inflazionistica post 2020 sono stati parzialmente recuperati da un aumento dell’occupazione per le famiglie relativamente più povere, quelle nel quintile più basso di consumo. I lavoratori entrati nel mercato dopo la crisi del Covid sono soprattutto giovani, con un basso livello di istruzione e più spesso residenti nel Sud. Infine,
nonostante l’inflazione più alta per le famiglie meno abbienti, il loro reddito da lavoro dipendente è aumentato anche in termini reali (+8,5%); per le famiglie più ricche è diminuito (-4%).

Nunzia Penelope

 

Nunzia Penelope

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Vicedirettrice de Il Diario del lavoro

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