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Home - Approfondimenti - La nota - Capitalismo di piattaforma, per i lavoratori meno “demoniaco” di quanto non venga descritto. Le aziende: “siamo uno strumento di integrazione”. E il sindacato si interroga su nuove forme di rappresentanza

Capitalismo di piattaforma, per i lavoratori meno “demoniaco” di quanto non venga descritto. Le aziende: “siamo uno strumento di integrazione”. E il sindacato si interroga su nuove forme di rappresentanza

di Tommaso Nutarelli
16 Gennaio 2026
in La nota
Parla il rider “ribelle”: via il decreto, lasciateci lavorare, e soprattutto guadagnare

Sono 690mila le persone che nel 2024 hanno realizzato un guadagno tramite le piattaforme digitali consegnando pacchi o pasti, vendendo beni, affittando case o offrendo servizi di cura. Sono questi alcuni dati presenti nel Report Inapp Platform work e crisi del lavoro salariato, curato dai ricercatori Massimo De Minicis e Francesca della Ratta.

Il lavoro è stato presentato durante il convegno “Genesi, identità, caratteristiche e varietà del capitalismo di piattaforma” svoltosi presso l’auditorium dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche a cui hanno partecipato manager delle piattaforme digitali di lavoro insieme a studiosi e sindacalisti. Il Report è frutto di un progetto di ricerca triennale che si basa su un approccio integrato, combinando l’analisi della letteratura scientifica con un’indagine empirica sul campo, realizzata attraverso interviste e focus group che hanno coinvolto manager delle piattaforme, lavoratori, organizzazioni sindacali e imprese utilizzatrici.

Analizzando i dati dell’indagine tra il 2020 e il 2021 il 5,2% della popolazione tra 18 e 74 anni ha ricavato un guadagno tramite piattaforme digitali, affittando locali, vendendo prodotti o realizzando attività. Tra questi, coloro che hanno dichiarato di aver offerto il proprio “tempo di vita” per la realizzazione di prestazioni lavorative tramite piattaforme sono 570.521. Scendendo ancora di più nel dettaglio, circa 274mila persone afferma di considerare il lavoro svolto tramite piattaforma come la propria occupazione principale, per 139mila unità, invece, viene identificata come un’attività secondaria mentre 157mila persone, pur svolgendo attività lavorative tramite piattaforme, si classificano come non occupati, in cerca di occupazione o inattivi.

Per quanto riguarda la composizione oltre tre quarti della forza lavoro è costituita da uomini. Circa il 70% della platea complessiva ha tra i 30 e i 49 anni, il 12,3% tra i 18 e i 29 anni e il 18,3% più di 50. I precari e gli occasionali si ritrovano più tra la quota femminile, 27,5% rispetto alla media del 23,3%, e tra gli under 30. Tra le attività di lavoro più diffuse ci sono la consegna di pasti a domicilio, con il 36,2% dei casi, lo svolgimento di compiti online o web-based, come traduzioni, sviluppo programmi informatici, riconoscimento immagini, che sono il 34,9%, seguiti da altri compiti per piattaforme location-based come la consegna di pacchi (14%) e lo svolgimento di lavori domestici o riparazioni (9,2%).

Passando ad indagare la natura delle piattaforme, una delle caratteristiche è la capacità di offrire un accesso immediato e inclusivo al mercato del lavoro, rendendo possibile l’ingresso di molti lavoratori, in particolare migranti, grazie a una struttura non selettiva che si basa sul conseguimento dei risultati. Un’altra peculiarità è l’assenza di mismatch tra domanda e offerta. Questo è dovuto sia alla presenza dell’algoritmo sia a quella di un bacino di forza lavoro scalabile. Semplificando quando un lavoratore rifiuta un compito ce n’è sempre uno alle sue spalle pronto a subentrare. A tutto questo si uniscono fenomeni che portano con sé una certa criticità.

La piattaforma è un datore di lavoro senza volto. Questo scardina la forma di lavoro tradizionale, nella quale il confronto-scontro avveniva tra due identità ben definite, creando una crescente dualità nel mercato del lavoro tra modalità di svolgimento della mansione consolidate e altre sempre più ibride, a cavallo tra autonomia e subordinazione. Il “management algoritmico” inoltre crea un ambiente in cui la cooperazione, tipica di un modello di lavoro regolato, è sostituita da una continua pressione per migliorare le prestazioni e massimizzare i guadagni orari.

All’interno di questo quadro non bisogna dimenticare la forte eterogeneità delle piattaforme, che operano su più settori – dal food delivery al ride-hailing, dai servizi di cura alla micro-progettazione digitale – e la forte diversità dei lavoratori, che vanno dai rider, agli assistenti di cura, agli informatici, gli autisti, ai consulenti, che comporta una diversità di interessi che può rendere estremamente difficile un’azione collettiva di rappresentanza.

Nonostante gli elementi di criticità appena elencati, le testimonianze dei lavoratori raccolte nell’indagine offrono uno scenario meno demoniaco e molto più funzionale di quanto non venga tradizionalmente offerto.

La maggioranza dei partecipanti concorda nel considerare il lavoro in piattaforma come un’opportunità accessibile e potenzialmente redditizia, pur con una inevitabile componente di precarietà e incertezza. La motivazione principale che li ha spinti a lavorare con le piattaforme è stata soprattutto la promessa di flessibilità, intesa sia come autonomia nel lavoro sia come possibilità di gestire al meglio il proprio tempo, un aspetto che attrae un ventaglio eterogeneo di soggetti, dalle madri con esigenze di conciliazione agli studenti in cerca di un’integrazione al reddito, fino a chi ha invece deciso di cambiare vita.

Accanto alla flessibilità ci sono altre motivazioni che spingono una persona e scegliere il lavoro sulla piattaforma. Tra queste c’è la facilità di accesso al lavoro, che gli intervistati mettono in contrasto con la rigidità e la complessità dei canali di collocamento e intermediazione tradizionali. In sostanza i lavoratori intervistati sembrano sottolineare soprattutto le opportunità del sistema, vale a dire la semplicità d’uso, la gestione digitalizzata dei contratti e la sicurezza del pagamento.

Questo giudizio non così eccessivamente negativo nasce, tuttavia, da un confronto con esperienze pregresse nel mondo del lavoro tradizionale, costellate da periodi di disoccupazioni, rapporti di lavoro informali, discriminazioni di genere o sfruttamento e fallimenti professionali.

Ma è nel rapporto tra algoritmo e lavoratore che  emergono le diversità più marcate. Se per gli informatici o i traduttori free lance questo è poco invasivo, perché offre semplicemente una lista di clienti o progetti da scegliere, il quadro cambia radicalmente per gli autisti o i rider. Nella vita professionale di costoro quella dell’algoritmo è una presenza molto più invasiva e pressante. L’algoritmo, come si legge nel rapporto, valuta le performance dei rider sulla base del numero e della velocità delle consegne effettuate. Questo innesca un modello di lavoro individualista e isolato basato sulla concorrenza, nel quale i momenti di confronto, integrazione e rappresentanza si riducono all’osso.

Un punto, molto dibattuto dalla letteratura scientifica, emerso tramite le interviste è che le piattaforme non sembrano essere foriere di particolari discriminazioni. La flessibilità e l’autonomia messa a disposizione dell’algoritmo sembra mettere a disposizione lavoro per tutti senza nessuna forma di ostacolo legata al sesso o all’età. Barriere che, invece, i lavoratori hanno vissuto nelle selezioni tradizionali.

Sul fronte della soddisfazione remunerativa questa risulta molto volatile e influenzata da fattori esterni: la concorrenza, la domanda, l’algoritmo, le elevate commissioni imposte a beneficio delle piattaforme che riducono gli spazi di guadagno per i lavoratori e la mancanza di tutele sociali. Tutto questo genere un bisogno di chi guadagna tramite le piattaforme di non essere considerati forza lavoro di serie B.

Come ha sottolineato Mimmo Carrieri, professore di sociologia del lavoro a La Sapienza di Roma “i lavoratori non chiedono di essere liberati dalla piattaforma, ma di avere diritti universali. Non si percepiscono necessariamente come dipendenti, non disdegnano la flessibilità e non vedono l’algoritmo come il male assoluto, che appare meno demoniaco e molto più funzionale di quanto non venga rappresentato”. Per Carrieri occorre “arrivare un modello giuridico non più incentrato sulla forma di lavoro ma che sviluppi tutele e welfare universali. Le tutele non devono essere definite a priori ma sulla base di ciò che chiedono i lavoratori ed è questa la vera sfida. I sindacati – ha proseguito – hanno manifestato un problema di intercettazione e di aggregazione di questi lavoratori. Eppure il sindacato è stato capace di intermediare lavoratori non tradizionalmente inquadrati dimostrando una capacità di adattamento e di resilienza della contrattazione collettiva”.

Restando sul fronte sindacale il report mette in luce che la prima necessità per l’immediato futuro espressa dai rappresentanti dei lavoratori è quella di cogliere in anticipo e governare le trasformazione indotte dalle piattaforme per offrire forme di tutela universali. La contrattazione rimane lo strumento principale per il raggiungimento di questo obiettivo, ma il carattere transazionale delle piattaforme e la frammentazione e la varietà della forza lavoro rendono più complesso il raggiungimento dello scopo. Affiora poi il bisogno di una maggiore conoscenze del funzionamento delle piattaforme e degli algoritmi per adattare la risposta sindacale a un modello non tradizionale di lavoro. Ma l’azione messa in campo dai sindacati non sempre si muove allo stesso modo. Tra le sigle di base e l’Ugl emerge con forza il bisogno di instaurare un dialogo diretto con i lavoratori al fine di accresce partecipazione e consapevolezza. All’interno della compagine federale, invece, alcuni pongono l’accento soprattutto sulla necessità di costruire un ponte tra la tradizione e le nuove generazioni, cercando un equilibrio tra la tutela dei diritti e la necessità di adattarsi alle nuove forme di lavoro. Altri, piuttosto, seguono approcci più tradizionali, in cui la necessità di introdurre cambiamenti organizzativi per adattare l’azione alle sfide del lavoro digitale non può prescindere dalla forza e dalla storia del movimento dei lavoratori e dalla sua capacità di rappresentanza.

Guardando all’interno della parte datoriale un punto chiaro, emerso durante il dibattito, è che le piattaforme, indipendentemente dai servizi offerti, non sono governate da una “management algoritmico” che si muove e decide in solitaria autonomia. “Il management algoritmico semplicemente non esiste – ha detto Gian Luca Petrillo – responsabile delle relazione esterne di Deliveroo e vice presidente di AssoDelivery – . Quando c’è una consegna viene semplicemente offerta al rider più vicino. Da noi non c’è discriminazione per età o sesso, non c’è un ranking che premia chi va più veloce. C’è la libertà di rifiutare gli ordini che non comporta in alcun modo una penalità futura nell’assegnazione delle consegne”.

Petrillo ha poi sottolineato come le piattaforme rappresentino “uno strumento di inclusione, soprattutto per i migranti, che possono lavorare con il permesso di soggiorno. Iniziano il loro percorso professionale con uno strumento che cosa poco come la bici, hanno opportunità di crescita e questo li aiuta anche a migliorare il loro italiano”.

In veste di vice presidente di AssoDelivery, associazione che esiste da sette anni e che rappresenta oltre 40mila rider, 20mila indiretti e mille addetti che operano nelle varie società, ha posto l’accento sulla necessità di “andare al riconoscimento di tutele universali senza soffermarsi sull’inquadramento. Abbiamo firmato con i sindacati un protocollo sul caporalato e cerchiamo di andare oltre il contratto sottoscritto con l’Ugl nel 2020. Vogliamo arrivare a una contrattazione che possa dare stabilità e regole chiare al mercato”.

Riccardo Ronchetti, responsabile delle relazioni pubbliche di Glovo, ha spiegato che “quando si parla del lavoro in piattaforma, anche all’interno del food delivery, si parla di un lavoro molto composito, dove ci sono esperienze diverse. È un settore giovane e per questo la regolamentazione è in fase di strutturazione. I lavoratori cercano una flessibilità e un’autonomia che altri settori non danno. Molti rider lavorano con più piattaforme e l’occupazione può essere conciliata con altri lavori o con lo studio. In un mercato del lavoro che esclude, il nostro settore, pur con le nostre criticità, tende a includere”.

Anche Onofrio Palumbo, capo delle risorse umane e delle relazioni industriali di Just Eat, ha ricordato come “non esista il management algoritmico, perché non è possibile pensare di lasciare tutto in mano a un algoritmo che si muove in modo autonomo”. Palumbo ha poi precisato che una logica di ibridazione delle tutele “può essere pensata solo all’interno di un dialogo con il sindacato”. Infine Francesca Martinelli, della piattaforma di cooperative Doc Servizi, è tornato sul fatto che “nelle piattaforme non ci siano forme di discriminazione per genere o età ma che la valutazione avviene solo in base alle competenze. Noi – ha aggiunto – offriamo soluzioni per chi lavora in modo discontinuo, attraverso il contratto intermittente senza obbligo di rispondere alla chiamata. Nel mondo dello spettacolo è un modo per emergere il lavoro sommerso”.

Tommaso Nutarelli

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