Maurizio Castro, che è stato uomo di relazioni industriali in grandi aziende, amministratore pubblico e senatore della Repubblica, guarda con un certo ottimismo allo stato di salute dei corpi intermedi, malgrado l’evidente declino. Le associazioni imprenditoriali e i sindacati perdono ruolo, escono dalla scena mediatica, ma lui non crede che tutto sia finito. Pensa invece che con una forte azione culturale e una severa selezione del ceto dirigente, si possa ripristinare un ordine che ci aiuti nella ricerca della ripresa. E’ così necessaria una buona rappresentanza sociale, dice, che verrà naturalmente.
Castro, i corpi intermedi nel nostro paese scivolano più o meno rapidamente verso l’oblio. Sta davvero finendo un’era?
Mi sembra che stiamo assistendo a una sorta di paradosso. Nel momento in cui si ritengono necessarie relazioni industriali partecipate, con un ruolo più attivo delle parti sociali, queste rappresentanze si mostrano troppo timide, poco innovative. La mia sensazione è che stiamo assistendo a una crisi non tanto della rappresentanza, ma del modo in cui la rappresentanza è interpretata dalle parti sociali.
Sbagliano il loro ruolo?
Oggi si chiede una rappresentanza di prossimità, tutta orientata all’innovazione, alla sussidiarietà , quindi alla territorialità, orientata al fare in termini di organizzazione, competitività, rimuneratività. E invece è come se il patrimonio genetico della rappresentanza sia ancora fermo alla vecchia rappresentanza, nazionale, burocratica, difensiva, ideologica nelle dichiarazioni, consociativa nelle azioni. Vale nelle relazioni industriali ancora la vecchia legge del mare per cui la velocità del convoglio è data dalla nave più lenta.
E non deve essere così?
Assolutamente no. Le relazioni industriali esigono che la velocità sia data dalla nave più veloce, che apre la via nella quale poi si infilano tutti gli altri. E’ il modello per campioni, non proteggere i più deboli, ma intensificare l’azione dei più forti.
Cosa servirebbe per uscire da queste strettoie?
Un cambiamento culturale, direi antropologico, che le rappresentanze sociali stentano a generare. Perché c’è un oggettivo peggioramento del ceto dirigente. Questo lavoro è sempre meno attrattivo. I cervelli migliori una volta andavano nella politica e nelle associazioni imprenditoriali e sindacali. Il 900 ideologico generava élites che si collocavano naturalmente nelle rappresentanza. Oggi questo ruolo è molto meno attrattivo, la seconda repubblica ha fatto passare il messaggio più semplice, per cui i nodi si sciolgono con la spada di Gordio. E questo ha reso gli approcci più ruvidi, mentre quella della sussidiarietà è logica di integrazione, di mediazione, che esige approcci sofisticati, complessi, meditati, ai quali in qualche modo il quadro istituzionale ci ha resi meno avvezzi.
Di quegli approcci si è perso lo stampo.
Proprio così. Commentavo con un sindacalista di altri tempi la diretta streaming tra Bersani e i 5S. Noi, gli dicevo, nelle ristrette salvavamo migliaia di posti di lavoro, adesso in diretta sarebbero tutti licenziati.
La situazione è grave. Ma se ne può uscire?
Io sono convinto che con una buona attività pedagogica e con una rigorosa selezione dei nuovi dirigenti, sia imprenditoriali che sindacali, anche in modo congiunto, trovando luoghi e siti adatti, cenacoli, osservatori, attorno ai quali discutere, costruire saperi condivisi, linguaggi condivisi, con questa grande operazione si potrebbero avere risultati importanti.
Se non ci si riesce cosa accade?
Senza una forte rappresentanza una democrazia industriale matura va verso il disastro. Alcuni passaggi sono chiarissimi. Quando il movimento 5S dice noi siamo le parti sociali, saltano le caratteristiche precipue delle democrazie occidentali, il forte ruolo dei corpi intermedi. Ma dalla grande crisi non si esce con il liberismo o con il neodirigismo, bensì con l’economia sociale di mercato.
La critica è molto dura, ma sul futuro trapela maggiore ottimismo, e’ cosi’?
Sì, anche perché se c’è un’asfissia al livello nazionale, come mostra la vicenda della riforma Fornero, risolta dalla politica senza un ruolo delle le parti sociali, nelle periferie si fanno ancora buone relazioni industriali, anche con gli enti locali. Anche la Cgil, così ideologica, in periferia dà grandi prove di cambiamento. Ma soprattutto io credo che ci sia una tale necessità di buone rappresentanze sociali che saranno le cose stesse in qualche modo a generarle.
Massimo Mascini



























