“Nel corso della riunione unitaria delle segreterie di lunedì scorso non abbiamo discusso del merito della nostra proposta di un nuovo sistema contrattuale. Questa proposta la stiamo consegnando quindi a voi per primi.” A parlare così è Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, che si rivolge ai giornalisti convenuti oggi pomeriggio nella sede nazionale della sua organizzazione, a via Po, per una conferenza stampa convocata, appunto, per presentare in anteprima assoluta il documento.
Come è noto, a Roma le sedi centrali delle tre maggiori confederazioni sindacali si trovano, da un punto di vista spaziale, molto vicine l’una all’altra. La Cisl, appunto, in via Po. Voltato l’angolo, bastano poche decine di metri per raggiungere la Cgil, in corso d’Italia. Mentre la Uil è in via Lucullo, a qualche centinaio di metri all’interno della cinta muraria che corre lungo lo stesso corso d’Italia. Tuttavia, oggi queste distanze sembrano improvvisamente cresciute più di quanto, metaforicamente parlando, non sia già accaduto in passato. E ciò appunto perché quella che viene presentata non è una auspicata proposta unitaria, ma la proposta di una singola organizzazione.
Nelle parole sopra riportate, Furlan si è riferiva alla riunione che si è svolta nel pomeriggio di lunedì 13 luglio, appunto, presso la sede dalla Uil. Riunione al termine della quale fu la stessa leader della Cisl a sottolineare che, mentre fra le tre segreterie c’era accordo su altri punti – dalla necessità di reintervenire sulla riforma pensionistica targata Fornero, a quella di potenziare il ruolo della Ces, la confederazione europea dei sindacati – sul sistema contrattuale non c’era una “sintesi unitaria”. Oggi Furlan ha sostenuto che il disaccordo registrato in quella occasione non era relativo a un merito di cui non si era ancora discusso, ma proprio ai tempi in cui la proposta sindacale di riforma del sistema contrattuale andava presentata. “Per noi”, ha sottolineato oggi Furlan, si trattava di un compito “urgente”.
Ecco quindi i contenuti della proposta Cisl, esposti in un documento di nove pagine fornito ai giornalisti presenti. Contenuti ancora non dettagliati, e comunque “migliorabili”. Tanto che, più che di una proposta “di” un nuovo sistema contrattuale, si tratta di una proposta “per” un nuovo sistema. Tentiamo allora di riassumerne gli aspetti principali.
Primo, la funzione dei contratti di categoria. “Il contratto nazionale deve caratterizzarsi sempre più come centro regolatore del sistema contrattuale a livello di settore.” Il contratto, a durata triennale, “deve quindi rafforzare il proprio impianto di norme di base comuni per tutti i lavoratori del settore ed attenuare il proprio peso nella normativa di dettaglio che va più efficacemente gestita nel secondo livello di contrattazione”. In particolare, per quanto riguarda il salario il contratto “deve confermare la propria titolarità di fissare i minimi retributivi (…) in attuazione del dettato costituzionale ed in alternativa ad un salario minimo definito per legge”. Ciò “avendo come obiettivo ventrale la tutela del potere di acquisto dei salari anche alla luce delle attese inflazionistiche nell’Eurozona”.
Secondo, la funzione della contrattazione aziendale e/o territoriale. “L’alleggerimento del contratto nazionale deve comportare un contestuale irrobustimento – per qualità e quantità – della contrattazione di secondo livello.” In particolare, sarà “indispensabile prevedere la possibilità di contrattazione territoriale da applicare alle aziende in cui non si fa contrattazione aziendale”. Comunque, proprio allo scopo di spingere le aziende a praticare la contrattazione di secondo livello, per la Cisl i contratti nazionali dovranno definire “uno specifico istituto salariale di garanzia distinto dai minimi, da erogarsi nelle aziende in cui non vi sia alcuna forma di contrattazione a contenuto economico”.
La Cisl propone, insomma, di “trasferire competenze”, in modo esplicito e, per così dire, programmatico dai contratti nazionali al secondo livello di contrattazione. “Il concetto – è scritto nel documento – dovrebbe essere che ciò che si genera e gestisce in azienda o sul territorio a quel livello deve essere contrattato.” Infatti, “per essere realmente aderente alle esigenze, la gamma dei regimi di flessibilità deve essere coniugata in modo ‘personalizzato’, in ragione delle caratteristiche dei diversi contesti”.
In sostanza, ciò significa che il peso della contrattazione di secondo livello dovrebbe crescere non solo per ciò che riguarda le retribuzioni, ma anche tutti i temi legati al rapporto di lavoro così come concretamente si esplica in azienda. In particolare, organizzazione del lavoro, orari e turni. Il tutto, nell’ottica di contribuire a una ripresa della produttività e, in senso più ampio, della competitività delle imprese attive in Italia.
Se la regolazione di temi tradizionalmente centrali come salario e orario va almeno parzialmente decentrata dal primo al secondo livello di contrattazione, nel rinnovo dei contratti nazionali verranno in primo piano altre questioni. Innanzitutto, il rilancio della previdenza complementare. A tale scopo, la Cisl immagina che vada fissato “l’obbligo di versamento al fondo pensione del contributo posto a carico dei datori di lavoro per tutti i lavoratori ai quali si applica” un dato contratto. Poi, grande enfasi viene data al cosiddetto “welfare contrattuale” e a tutte le questioni connesse alla formazione professionale, nonché a diverse forme di partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese.
Infine, la Cisl non chiede al Presidente del Consiglio, Renzi, di avanzare lui una proposta sulla riforma del sistema contrattuale, né tanto meno, come si è visto, di fissare un salario minimo. Il contributo che la Cisl chiede al Governo è invece quello di ripristinare forme di detassazione e decontribuzione del salario derivante dalla contrattazione di secondo livello, quando si tratti di salario variabile legato a obiettivi specifici.
@Fernando_Liuzzi


























