Ho conosciuto Mauro Moretti quando ero segretario generale della Cgil della Emilia Romagna. Era un giovane ingegnere delle FFSS che iniziò a lavorare nel sindacato prima a Rimini, poi a livello regionale. Qualche anno dopo fu chiamato alla federazione nazionale dei trasporti della Cgil. Moretti raccontava che era stato Luciano Lama a convincere sua moglie a trasferirsi nella capitale. Ben presto Mauro si accorse che avrebbe dato un contributo più attinente alle sue capacità e ai suoi interessi in un ruolo di direzione interno all’azienda, dove il suo lavoro fu molto apprezzato fino a divenirne amministratore delegato. In questo ruolo – stimato da tutti i governi – fu protagonista di una vera e propria svolta organizzativa e produttiva delle Ferrovie dello Stato. Oggi Mauro Moretti è ospite del carcere di Orvieto per scontare una condanna definitiva di 5 anni di reclusione per le responsabilità che gli sono state riconosciute – dopo 17 anni di processi attraverso una pluralità di gradi di giudizio e rinvii disposti dalla stessa Cassazione – per la strage nella Stazione di Viareggio, nella quale morirono 33 persone e molte rimasero ferite.
Ricordiamo brevemente i fatti. La sera del 29 giugno 2009, un treno merci (di 14 carrozze provenienti dalla Polonia e dalla Germania, fornite di regolari documenti sui controlli effettuati) deragliò poco dopo aver superato la stazione di Viareggio in una località cittadina abitata. Trasportava GPL — gas di petrolio liquefatto — che fuoriuscì da uno dei carri cisterna del treno causando un incendio e l’esplosione di tre palazzine adiacenti alla stazione. Tra le cause individuate per l’incidente, c’era il cedimento di un asse del vagone uscito dai binari (il che segnalava una carenza nei controlli che vanno ripetuti spesso prima che la lesione si allarghi e diventi pericolosa). Morirono 11 persone subito, per le ustioni o per il crollo degli edifici, altre 20 morirono in ospedale nelle settimane e nei mesi successivi mentre 2 anziani, Angela Monelli e Italo Ferrari, morirono di infarto, probabilmente a causa dello spavento dovuto all’esplosione.
Con Moretti sono stati condannati altri dirigenti; per tutti l’accusa era di disastro ferroviario colposo e per Moretti c’era anche l’accusa di incendio. Sarà interessante leggere le motivazioni della sentenza definitiva per capire come avrebbe potuto l’amministratore delegato di una azienda complessa provvedere a che l’asse di un vagone proveniente da chissà dove e carico di GPL non avesse un cedimento che ne provocasse il deragliamento e l’esplosione in una stazione ferroviaria lontana centinaia di km dall’abitazione in cui, a quell’ora, Moretti dormiva nel suo letto.
Il destino ha voluto che un quasi omonimo di Mauro Moretti, Jacques Moretti sia indagato – insieme alla moglie Jessica – per gli stessi reati per i quali Mauro sconta una condanna. Nella tragedia di Capodanno nel locale di loro proprietà a Crans Montana, Le Constellation, dove 41 persone (tutti giovani) morirono nell’incendio e 115 rimasero ferite. Con tutto il rispetto per lei anche la casalinga di Voghera coglierebbe un’enorme differenza nelle responsabilità dei due Moretti. Anzi l’evidenza conclamata delle responsabilità di Jacques e di Jessica costituiscono la prova dell’innocenza di Mauro. Nel caso di coniugi francesi trapiantati in Svizzera sono visibili (anche se hanno diritto ad un giusto processo) omissioni e commissioni che rendono testimonianza di una responsabilità quanto meno oggettiva, nella vicenda di Mauro Moretti qualsiasi responsabilità viene travolta dal principio giuridico per cui ad impossibilia nemo tenetur.
La condanna di Mauro Moretti ha suscitato sorpresa e riserve in molti ambienti, anche se ci voleva poco a capire che se in un processo che si è protratto per 17 anni, la sentenza di colpevolezza era già scritta. Non sono mancati anche in questa vicenda gli sciacalli via social. Nei commenti favorevoli alla sentenza di condanna definitiva dell’ing. Mauro Moretti è presente ed evidente anche un mix insano di invidia sociale nei confronti di un manager ‘’ricco e potente” e di desiderio di una vendetta purchessia, quasi un esorcismo collettivo per la strage di Viareggio. È difficile mettersi nei panni di chi ha sofferto nel fisico e nei sentimenti per quella strage, ma non si fa giustizia assistendo alla condanna di innocenti, come quando veniva sacrificato un capro all’ira degli dei ‘’falsi e bugiardi’’. Quanto ai giudici, voglio ricordare loro una storia raccontata in un film ‘’Vincitori e vinti’’ diretto e prodotto da Stanley Kramer nel 1961, interpretato da grandi attori tra cui Spencer Tracy, Burt Lancaster, Marlene Dietrich. Siamo alle battute finali dei processi di Norimberga. Sul banco degli imputati quattro giudici tedeschi colpevoli di aver applicato le leggi razziste del nazismo. Il presidente del tribunale è un vecchio giudice americano che avverte una certa stima per un autorevole magistrato sotto processo, ma che alla fine pronuncia una sentenza di condanna. Il giudice tedesco chiede di parlargli e gli chiede in pratica come sia possibile risolvere il conflitto tra legalità e giustizia, essendo un giudice tenuto ad applicare le leggi vigenti. Il presidente americano gli risponde che il campanello di allarme risuona alla coscienza di un giudice quando si rende conto di condannare un innocente. Si vede che la sfilza di magistrati che si sono occupati del caso nel corso di una persecuzione giudiziaria durata 17 anni, quel film non l’avevano visto o se ne erano dimenticati. Come si erano dimenticati di un fondamentale principio della morale socratica: Oute adikein oute antadikein (Οὔτε ἀδικεῖν οὔτε ἀνταδικεῖν) che significa: “Non commettere ingiustizia, né ricambiare l’ingiustizia’’.
Giuliano Cazzola
























