Nel momento di massima difficoltà, quando in molti la davano per spacciata e Giuseppe Conte provava a darle il colpo di grazia, Elly Schlein è tornata a fare Elly Schlein. Ed è riuscita a rialzarsi, a uscire dall’angolo. Al leader 5Stelle che, fiutata la sconfitta alle elezioni primarie per la scelta del candidato a palazzo Chigi, aveva tirato fuori dal cilindro la proposta di “un federatore”, di un “nome terzo” per guidare la coalizione “perché Elly non va bene”, la segretaria del Pd ha risposto a brutto muso. Ha mostrato i muscoli: “Non è vero che uno vale uno. Siamo il primo partito della coalizione e abbiamo il doppio di voti delle altre forze. Generosi sì, ma ingenui no”. Traduzione: caro Giuseppi, se ora hai paura delle primarie, a guidare la coalizione sarò io che sono la leader del maggiore partito. “Così accade ovunque, così accade in tutta Europa”.
Sono queste le parole, è questa la postura, a cui tv e giornali hanno dato maggiore enfasi e risalto. Del resto, per la prima volta, comprendendo che le stavano soffiando la poltrona facendo circolare nomi come Pierluigi Bersani e Franco Gabrielli per il ruolo di “federatore”, Schlein ha smesso (finalmente) di essere “testardamente unitaria”. E ha fatto leva sulla forza dei numeri.
Ma c’è dell’altro, molto altro, nella controffensiva della segretaria del Pd. C’è che Elly è ripartita dalle origini. È tornata, appunto, a fare Elly. Quella che, tre anni fa, aveva sbancato le primarie per la segreteria dem spianando Stefano Bonaccini con un programma decisamente radicale. “C’è una parte di establishment che non vuole un leader di sinistra a palazzo Chigi. Ma io ci andrò…”, ha scandito venerdì scorso dal palco.
Il ritorno alle origini, dopo mesi e anni trascorsi a mediare con i riformisti dem, è una scelta strategica. Con i sondaggi che danno il Pd in calo, addirittura sotto la soglia psicologica del 20%, Schlein appare decisa a rispolverare l’antico radicalismo. Anche perché, con la mutazione del bipolarismo in bi-populismo, le posizioni intermedie non pagano. Non sfondano. Restano confinate nelle zone Ztl delle grandi città. La prova è l’avvento del leader laburista britannico Andy Burnham a Dowing street, del socialista Zohran Mamdami a sindaco di New York e della candidata della Linke Elif Eralp approdata alla guida di Berlino. Ed è la prima volta che nella capitale tedesca vince la sinistra radicale.
Fiutato il vento, Elly torna dunque a fare sé stessa. E il riappropriarsi della propria identità non potrà che farle bene, anche perché Schlein che media, che si mostra a volte radicale a volte riformista, non convince. Appare ambigua e dunque non sfonda. Di questi tempi c’è solo il rosso o il nero, le sfumature intermedie non affascinano il grande pubblico. Da capire se questa svolta sarà in grado di spingere il fronte progressista alla vittoria.
“Quel che è certo”, dice il capogruppo dem in Senato Francesco Boccia parlando con il Diario, “è che chi è nostalgico del Pd partito di governo, è ancorato al passato. E, involontariamente, ci spinge verso la sconfitta. Per averne conferma, basta guardare com’è finita la Spd in Germania e come sono ridotti i socialisti in Francia…”.
Dopo la svolta della segretaria dem, i seguaci di Schlein hanno festeggiato, “E’ l’Elly pride”. Conte si è adeguato: “A questo punto non restano che le primarie, niente federatore”. I riformisti Pd non hanno votato la relazione della segretaria. Matteo Renzi ha avanzato l’idea di candidare il sindaco di Salerno Enzo De Luca, lo “sceriffo”, a nome di Casa riformista o l’ex capo della polizia Franco Gabrielli: il segno che l’ex premier intende cavalcare il tema della sicurezza per depotenziare Elly e soffiare voti al centrodestra. Ed Ernesto Maria Ruffini, alla guida di un arcipelago di cattolici democratici, si scalda per partecipare anche lui alle primarie.
A conti fatti, insomma, nel centrosinistra non ci sarà un nuovo Prodi capace di unire il fronte progressista. Ma chissà, in tempi di populismo, di pane e propaganda, una competizione a sinistra senza tatticismi e mimetismi tra radicali e moderati, alla fine potrebbe essere un bene. Altri 5 anni di niente assoluto, con Giorgia Meloni a palazzo Chigi, di sicuro per il Paese sarebbero mortali.
Le questioni vere, semmai, a questo punto sono due. La prima: si può restare radicali guidando il Paese? Oppure è inevitabile scivolare verso il pragmatismo e le mediazioni, come è accaduto anche a Meloni? La seconda: la “durabilità” dell’alleanza. Quanto potranno restare assieme i leader del fronte progressista se mai dovessero vincere le elezioni?
Di sicuro fino al febbraio del 2029, quando ci sarà da assegnare la poltrona di capo dello Stato. Già, perché Sergio Mattarella non ha, purtroppo, il dono dell’immortalità.
Alberto Gentili

























