I costi energetici in Italia e nel mondo, dopo il recente attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran, stanno subendo una infiammata. Il diario del lavoro ha intervistato il segretario generale della Flaei Cisl, Amedeo Testa, per fare il punto della situazione sul settore elettrico, anche alla luce del recente decreto bollette, entrato in vigore il 21 febbraio. Per Testa, il comparto è ostaggio delle dinamiche geopolitiche e da fattori esterni ed è per questo necessario aumentare l’autonomia energetica, attraverso soprattutto una maggiore presenza pubblica per garantire una regia che metta al centro l’interesse della nazione. Inoltre, per il sindacalista serve investire sui lavoratori e sulle professionalità per tenere in piedi il comparto.
Testa, quanto impatta sul settore elettrico la guerra in Medio Oriente?
La storia ci insegna che le guerre, purtroppo, sono una costante nella storia dell’uomo. Oggi, rispetto al passato, diventa ancora più centrale il tema degli approvvigionamenti energetici, perché permette di essere più al riparo dalle dinamiche dei conflitti mondiali. Purtroppo l’Italia è tra i Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero, oltre il 70%, quindi la guerra impatterà molto. Tenere a bada i prezzi delle bollette per le imprese e famiglie deve essere considerata dalla politica una operazione strategica, perché la guerra è anche e soprattutto sull’energia.
Cosa proponete per risolvere questa crisi?
Non esiste una ricetta risolutiva, purtroppo. Noi sosteniamo da sempre l’importanza, per i governi nazionali, di mettere in sicurezza strategica la nazione sull’energia. L’Italia, non avendo materie prime come petrolio e gas, deve cercare soluzioni strutturali. Non compriamo più il gas dalla Russia, che consideriamo una nazione pericolosa, e oggi una parte lo compriamo dagli USA – che tranquilli non sono – e dal Medio Oriente, sempre da paesi non troppo sicuri.
Però l’Italia è ricca di sole, vento, idroelettrico, non bastano queste materie prime?
No, purtroppo non sono sufficienti per risolvere il problema. I consumi dell’energia elettrica si attestano intorno al 25% e mai riusciranno a soddisfare tutta questa richiesta. Poi c’è il restante 75% che va soddisfatto in qualche modo. Le rinnovabili possono aiutare ma non risolveranno mai il problema, si pensi solo alla richiesta enorme di energia da parte dei Data Center per l’IA. Se guardiamo un attimo il contesto italiano della produzione elettrica, la parte più consistente delle rinnovabili è coperta dall’idroelettrico, che è stato costruito, quando tutto era in mano allo Stato, circa 60-70 anni fa. Se guardiamo anche il restante mondo, nonostante l’esplosione delle rinnovabili, questa fonte non riesce a stare al passo neanche per coprire la percentuale di incremento del fabbisogno elettrico annuale.
Quindi il problema è più strutturale oppure politico, nel senso che non si vuole andare nella direzione delle rinnovabili?
Il problema è strutturale. Le rinnovabili non riescono a rispondere pienamente al fabbisogno elettrico. Ciò non significa che non si debba investire in tal senso, ma serve comprendere la natura del problema di fondo. Le rinnovabili passano sulle reti di distribuzione e trasmissione e quanto più si aumenta il rinnovabile tantopiù la rete deve essere pronta. L’uso massiccio di queste fonti in Italia significa quindi che la nostra rete dovrebbe essere quantomeno raddoppiata nella sua portata. E per rifare completamente la rete elettrica nazionale e raddoppiarla, operazione che servirebbe, ci vogliono almeno 30 anni. Quindi strutturalmente non si può transitare velocemente da una fonte all’altra, la rete non riesce ad ospitare tutte le rinnovabili. Per non parlare dei sistemi di accumulo elettrico che servirebbero per gestire le rinnovabili quando non erogano energia, come il solare quando è notte o quando non c’è il sole, o l’eolico quando non c’è il vento. Ecco perché dico di non farsi illusioni e di pensare a soluzioni equilibrate e fattibili.
Quindi come fare?
Prendiamo ad esempio la Cina, che si può permettere quantità enormi di energia rinnovabile, sta comunque costruendo molte centrali nucleari. Quindi direi che la soluzione, al momento, è il mix tra nucleare, fonti fossili e rinnovabili che permette di gestire con efficienza la transizione. Facciamo un sano esercizio di realismo, avremo bisogno per altri 50 anni del gas, anche se questa è una mia personale profezia, sulla quale, però, scommetterei una cifra molto alta. L’allarme sulle fonti fossili e non lo dice praticamente nessuno . è che sono fonti finite, quindi bisognerà comunque pensre a come sostituirle. A tecnologie attuali l’unica soluzione è il nucleare.
Pensate quindi che il nucleare possa risolvere il problema?
Si, infatti il nostro sindacato prima di tuti, circa 3-4 anni fa, abbiamo riparlato in maniera decisa di nucleare. È l’unica soluzione strutturale possibile che in parte ci mette al riparo dalle fluttuazioni del prezzo, dalle guerre e così via.
Sul decreto bollette qual è la vostra valutazione?
Abbiamo dato un giudizio positivo. Al di là del merito, è bene sottolineare come molti aspetti previsti nel decreto devo essere oggetto di valutazione da parte dell’Europa, come i certificati ETS, mentre altri punti non sono immediatamente operativi e devono ancora essere regolati e perfezionati. Comunque, per noi il decreto va nella giusta direzione per trovare soluzioni al problema del costo dell’energia. Senza farsi particolari illusioni però, perché il problema dei prezzi, ripeto, è e resterà per molti anni strutturale.
Ad oggi che cosa si potrebbe già fare per risolvere il problema energetico in modo strutturale? Da dove si dovrebbe partire?
Come Flaei pensiamo alla rinazionalizzazione delle reti di trasmissioni e distribuzione elettrica. Siamo arrivati a questa soluzione dopo aver fatto uno studio con l’Ente di ricerca RIE (Ricerche Industriali ed Energetiche, ndr) dove abbiamo analizzato tanti possibili scenari. Lo Stato dovrebbe essere molto più interventista nelle decisioni che si prendono in questo settore strategico. Prima del 2000 la rete era monopolio di Stato, mentre adesso ci siamo troppo affidati ai privati come Enel, che al suo interno ha sì una partecipazione statale del 25%, ma il restante 75% è appunto in mano ai privati. È vero che lo Stato ne detiene comunque la regia ma bisogna aumentare la quota oltre il 50%. Ovviamente come Cisl non disconosciamo la proprietà privata e l’apporto di capitali, ma all’interno di questo preciso settore pensiamo che lo Stato debba riappropriarsi di una regia molto più forte.
Perché pensate sia così necessaria questa maggiore partecipazione statale?
Per avere una guida più incisiva e diretta. Abbiamo notato in questi anni che alcune aziende elettriche fanno sì degli investimenti poderosi ma strizzano più l’occhio a fondi d’investimento privati che non al servizio che devono rendere alla nazione. Una maggiore presenza statale sposterebbe l’ago della bilancia più a favore di interessi pubblici che privati, permettendo di fare maggiori investimenti nel potenziamento della rete, del servizio elettrico a favore dei cittadini che pagano le bollette. Tutto il sistema elettrico è retto comunque dai soldi statali, perché tutti gli investimenti delle aziende elettriche, dato che operano sotto concessione, vengono ripagati dallo Stato.
Quindi se lo Stato e i cittadini pagano comunque tutto, tanto vale aumentare la partecipazione societaria statale?
Esatto. Questo settore non può essere a maggioranza di interesse dei privati, deve guardare principalmente a un interesse pubblico, anche in ragione del fatto che in questi anni ci sono state delle storture. Inoltre, questo permetterebbe di aumentare il ruolo di regia dello Stato, che si interfaccerebbe maggiormente anche con le parti sociali, il mondo del lavoro e delle imprese, realizzando una sorta di concertazione, un ascolto e una partecipazione che aiuterebbe maggiormente nell’intervenire in modo più mirato ai problemi del settore elettrico e alla ricerca di soluzioni più idonee e incisive. Infine, vorrei sottolineare l’ultima, ma non per ordine di importanza, risorsa strategica che si deve tenere in alta considerazione quando pensiamo alla transizione energetica.
Quale?
I lavoratori elettrici. Portatori di competenze altissime e senza i quali la transizione non si può mettere fisicamente in pratica. Nessuna legge o decreto attuativo può muovere un filo di rame se non c’è dietro un lavoratore altamente qualificato. Quindi il mestiere elettrico non solo non deve essere depauperato ma al contrario deve essere accresciuto; perché se non ti tengono alte le competenze, sarà impossibile non solo la transizione ma la stessa tenuta del settore elettrico e di conseguenza direi dell’intero sistema produttivo, economico e sociale del paese. E questo, purtroppo, non sta avvenendo. Continuiamo a vedere efficientamenti sul costo del lavoro, incomprensibili, pericolosi e dannosi.
Emanuele Ghiani

























