Pesa come una macigno l’attualità sulla 177esima indagine congiunturale di Federmeccanica. La recente crisi iraniana, che si somma ai conflitti già attivi, Ucraina e quello tra Afghanistan e Pakistan, e alle politiche doganali protezionistiche, rischia di stroncare quei timidi segnali di ripresa che si erano palesati soprattutto nella seconda parte del 2025, e che avevano interrotto una spirale negativa che durava da troppi mesi. L’attualità dunque, non solo quella internazionale ma anche quella nazionale.
Infatti mentre la federazione guidata da Simone Bettini presentava alla stampa i dati sull’andamento dell’industria metalmeccanica presso l’Hotel Nazionale a Piazza Montecitorio, a pochi metri, esattamente a Palazzo Chigi, i segretari generale di Fim, Fiom e Uilm, Ferdinando Uliano, Michele De Palme e Rocco Palombella, si stavano confrontando con i ministri del Lavoro e delle Imprese, Elvira Calderone e Adolfo Urso, per provare a iniziare a districare il groviglio dell’ex Ilva.
“La questione dell’Ilva – ha detto il presidente Bettini – può essere risolta solo da una persona: Giorgia Meloni. E questo non per mancanza di fiducia nei confronti dei vari ministri, ma perché un singolo ministero non può avere una visione complessiva della cosa. Il fatto che la premier oggi non sia presente non è cruciale, ma questo deve essere l’inizio di un percorso che faccia prendere consapevolezza a tutti. La politica ha i suoi tempi, che non sono i tempi industriali. Ci sono eventi che possono condizionarla, il referendum sulla giustizia o la guerra ma questo non mi fa demordere e resto fiducioso”.
Su quello che deve essere il futuro dell’acciaieria di Taranto emerge una certa visione d’intenti tra rappresentanza delle imprese e parte sindacale. “Io non sono favorevole al fatto – ha spiegato Bettini – che i fondi di investimento entrino in un target industriale perché non è il loro business. Un asset così centrale deve rimanere in mano allo stato. Quando è arrivato Mittal, e poi come è finita lo sappiamo tutti, lo stato ha potuto riprendere lo stabilimento perché era presente. Se lo diamo totalmente a un privato e poi va male, lo stato lo riprende da un curatore fallimentare”.
“Oggi stiamo assistendo a un suicido assistito. Quindi ci aspettiamo risposte dal governo. O l’Ilva la facciamo andare avanti oppure la chiudiamo, con la consapevolezza che serviranno miliardi per bonificare gli stabilimenti, senza dimenticare che il sito dell’ex Italsider a Bagnoli ancora deve essere bonificato”.
Eppure non ne mancherebbero di condizioni e di terreno favorevole per far riprendere il cammino dell’acciaieria. “L’ex Ilva – ha precisato ancora il numero uno di Federmeccanica – ha rispettato tutte le prescrizioni dettate dalla magistratura e oggi si può dire che sia l’acciaieria più verde d’Europa, cosa che non si può dire per gli altri impianti siderurgici presenti nel Vecchio Continente. Inoltre l’Europa importa tra le 25 e le 27 milioni di tonnellate di acciaio. Oggi da forni dell’Ilva esce solo un milione di tonnellate e per arrivare al break even la produzione dovrebbe risalire a sei milioni”. Tradotto: ci sono i margini e c’è un mercato bisognoso di acciaio che l’Europa, sostiene Federmeccanica, dovrebbe maggiormente considerare risorsa strategica e per questo dovrebbe ambire, come su altri fronti, a una autonomia produttiva.
Data la centralità dell’acciaio, l’indagine congiunturale riserva un focus sul punto e sull’impatto del ripristino dell’Ilva secondo gli imprenditori sentiti. Il 63% delle imprese fa uso dell’acciaio, di queste il 42% ha affermato che, nell’ambito delle materie prime complessivamente usate, l’incidenza del costo dell’approvvigionamento dell’acciaio è superiore al 30%. Sono pari al 26% le imprese nelle quali la percentuale è inferiore o uguale al 10% e poco di meno (il 19%) quelle nelle quali tale quota si colloca nella classe “11%-20%”, mentre nel restante 13% di imprese rispondenti il costo di approvvigionamento dell’acciaio incide tra il 20% e il 30%.
In merito alla collocazione geografica dei fornitori, oltre il 60% delle imprese compra l’acciaio da fornitori localizzati in Italia, con la distinzione che nel 34% dei casi si tratta di un produttore nazionale di acciaio e nel 29% di un distributore. Dunque il 64% degli imprenditori ritiene che l’approvvigionamento da produzione nazionale, rispetto a forniture estere, sia un elemento di competitività. E rientra in gioco l’Ilva perché il 68% delle imprese intervistate ritiene strategico, per l’Italia e l’Europa, il ripristino del polo tarantino e non solo.
Restando ai numeri, la produzione industriale registra una flessione dello 0,9% rispetto al 2024 anche se, come detto all’inizio, la seconda parte del 2025 aveva dato segnali di vita. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno la produzione industriale, per il complesso dell’industria, aveva segnato un + 0,9% rispetto al 2024, anche se quella legata al mondo metalmeccanico registrava un -0,8%. Ancor più positive sono state le variazioni tendenziali, positive sia nel 3° che nel 4° trimestre del 2025 tanto per l’industria, +3,2% e +2,5%, che per il metalmeccanico, +0,6% e +1,3%. Guardando alla produzione per singoli segmenti della metalmeccanica, il dato più nero si registra nell’automotive con -11,1%, in rosse, ance se di poco, macchinari, apparecchiature elettriche e prodotti in metallo. In terreno positivo, invece, metallurgia elettronica e altri mezzi di trasporto. Nel raffronto con la produzione industriale delle altri grandi economie europee, la nostra ha visto un andamento un po’ disallineato nei vari trimestri. Da sottolineare, ha indicato Federmeccanica, il +1,3% della Germania in chiusura di anno, fondamentale per i nostri interscambi.
Proprio la dinamica import/export è un altro elemento che per l’indagine di Federmeccanica certifica la resilienza dell’ossatura industriale del paese, nonostante l’incertezza dei dazi americani e le tensioni geopolitiche. Sia le esportazioni che le importazioni segnano un +2,9%. Il valore delle esportazioni ha raggiunto i 284 miliardi di euro, non lontani dai 287 miliardi del 2023. Dati positivi sostiene Massimo Longhi, direttore del Centro Studi, “perché chiudono un ciclo negativo e si verificano in una situazione nella quale l’euro registra problemi di competitività e con poca inflazione, a differenza di 3 anni fa, a testimonianza della buona qualità delle nostre merci”.
C’è una sostanziale stabilità sulla tenuta occupazionale del settore. L’occupazione nella grande industria è pressoché tornata sui livelli di gennaio 2022. Quello che per Federmeccanica desta preoccupazione è l’esplosione della Cassa integrazione straordinaria. Nel complesso la Cig è passata dalle 265 milioni di ore del 2024 a 312 milioni, con un aumento del 17,8%. Quella ordinaria è scesa di 9 punti percentuali a 165 milioni di ore, mentre quella straordinaria ha visto un incremento del 76,6%, arrivando a 147 milioni di ore, segno che le crisi industriali sono strutturali e più durature.
Le prospettive, a breve, del comparto metalmeccanico evidenziano il clima di incertezza ancora presente nonostante la capacità di adattamento del nostro tessuto produttivo. Il portafoglio ordini, in negativo dall’inizio del 2023, mette a segno un +1%, il 47% delle imprese afferma che nei prossimi mesi non ci saranno variazioni nei volumi delle produzioni e il 68% prevede prospettive occupazionali stabili e solo il 12% in contrazione.
Per la vice presidente Alessia Miotto gli effetti della guerra appena scoppiata “possono essere devastati per il commercio globale e quindi le nostre imprese. Senza una manifattura forte l’economia italiana non può reggere. L’impatto delle recenti misure a sostegno dell’industria è stato un segnale ma queste non lasceranno il segno. Così come è stato fatto qualcosa per il caro energia ma non basta. Non si può ripetere l’esperienza degli incentivi di Industria 5.0, un intervento sulla carta utile ma che nel passaggio dalle norme alle fabbriche ha manifestato grandi criticità”.
Tommaso Nutarelli



























