Sciopero di 24 ore in tutti gli stabilimenti ex Ilva per chiedere al governo garanzie sul futuro produttivo e occupazionale del gruppo. La mobilitazione arriva dopo l’annuncio della fermata temporanea di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre e lo stop, già avviato il 9 ottobre, delle attività dell’area a caldo di Taranto.
Da Genova a Taranto, passando per Novi Ligure e Racconigi, i lavoratori sono scesi in strada per contestare una gestione della crisi che rischia di tradursi in un ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali senza prospettive concrete di ripartenza. A Cornigliano un corteo, partito intorno alle 8 dopo un’assemblea davanti allo stabilimento, si è diretto verso la Prefettura, attraversando il Ponente cittadino e provocando disagi al traffico. A Taranto, dopo un’assemblea partecipata, i manifestanti hanno bloccato la bretella della statale 106 e l’Appia, sollecitando una nuova convocazione da parte del governo. Al centro della mobilitazione, proclamata da Fim, Fiom, Uilm e Usb, la richiesta di un piano industriale che garantisca la continuità produttiva, la tutela dell’occupazione e prospettive concrete per tutti i lavoratori.
A Genova, dove alla manifestazione erano presenti anche la sindaca Silvia Salis e il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, i sindacati insistono sulla possibilità di mantenere in attività le lavorazioni a freddo anche con l’area a caldo di Taranto ferma, a condizione di garantire l’approvvigionamento di coils o bramme sul mercato. Il segretario generale della Fiom-Cgil di Genova, Stefano Bonazzi, definisce «surreale e scellerata» la decisione di fermare gli impianti il 15 novembre, ricordando che la Corte di Cassazione dovrà pronunciarsi dopo il 20 ottobre e che lo stop dell’area a caldo tarantina non impedisce di per sé la prosecuzione delle attività al Nord. «Il governo deve fare una cosa semplice: far ritirare la dichiarazione di chiusura degli impianti per il 15 novembre e fare acquisire coils o bramme sul mercato per garantire la continuità produttiva degli impianti a freddo», afferma Bonazzi. «I lavoratori oggi lottano per questo, per dire basta alla cassa integrazione, perché ciò che serve è il lavoro».
Al termine del corteo culminato nel centro cittadino, gli operai hanno montato diverse tende davanti alla prefettura del capoluogo ligure dove allestiranno un presidio ad oltranza in attesa di notizie da Roma. All’arrivo nei pressi della prefettura, i manifestanti hanno trovato la strada chiusa da due camionette della polizia ed hanno così deciso di montare le tende davanti allo spiegamento di poliziotti in assetto antisommossa. «Staremo in prefettura – ha detto Armando Palombo della Rsu Fiom Cgil dello stabilimento ex Ilva di Cornigliano – finché non arriveranno buone notizie. Se non dovessero, arrivare resteremo qua accampati».
Sul fronte tarantino, il segretario della Uilm, Luigi Bennardi, spiega che il blocco della viabilità è stato deciso per ottenere una nuova convocazione da parte del governo e che, in assenza di risposte, i sindacati sono pronti ad autoconvocarsi in Regione Puglia. «La politica deve finalmente uscire allo scoperto e dire a gran voce qual è la propria decisione per Taranto e, soprattutto, per tutti i lavoratori», sottolinea.
Per Francesco Brigati, segretario generale della Fiom-Cgil di Taranto, la mobilitazione deve proseguire fino a quando non arriveranno risposte concrete sulle misure straordinarie necessarie a tutelare i dipendenti. «Noi non possiamo pagare per le scelte sbagliate della politica e di tutti i governi che si sono succeduti in questi anni», afferma. Il Consiglio dei ministri convocato per domani, 13 ottobre, rappresenta un passaggio importante per capire quali decisioni l’esecutivo intenda assumere sulla vertenza.
La richiesta di un intervento pubblico è rilanciata anche dal segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, che propone una società a partecipazione pubblica per garantire la continuità degli impianti a freddo di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi e salvaguardare gli altri stabilimenti. Il progetto, nelle intenzioni del sindacato, dovrebbe accompagnarsi a interventi di manutenzione, investimenti per la sicurezza e la salute, bonifiche e decarbonizzazione della produzione. «Siamo partiti e non ci fermeremo fino a quando non avremo risposte. Il governo metta le risorse perché non vogliamo essere cassintegrati ma vogliamo essere rispettati come lavoratori», dichiara De Palma. «Non si può aspettare la Cassazione o una gara che dura da anni. Per tutto questo non bisogna mandare a casa le persone ma farle lavorare».



























