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Home - Approfondimenti - Analisi - I frutti di quella stagione

I frutti di quella stagione

8 Gennaio 2010
in Analisi

Il 10 gennaio di quarant’anni fa, quasi un mese dopo il terribile attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, la firma apposta da Confindustria in calce al rinnovo del contratto nazionale di lavoro con CGIL-CISL-UIL segnò la fine dell’ “autunno caldo”. La paternità dell’espressione è ancora incerta: chi la attribuisce a Indro Montanelli, chi a Francesco De Martino; ma è certo che essa indicò un imponente conflitto sindacale e sociale, al quale parteciparono cinque milioni di lavoratori, che in meno di quattro mesi scioperarono per 520 milioni di ore (in queste settimane, per livelli quantitativi analoghi di fermo produttivo causato dalla Grande Crisi, è allarme rosso!), mettendo in ginocchio e conducendo a una resa senza condizioni l’industria italiana. Le centrali confederali avevano chiesto nella loro piattaforma 75 lire all’ora di aumento uguale per tutti, una forte riduzione dell’orario di lavoro, l’equiparazione dei trattamenti tra operai e impiegati, la revisione dei regimi di malattia e infortunio, ampio riconoscimento dei diritti sindacali ai loro delegati: ottennero praticamente tutto, sia sul versante economico (un aumento livellato di 65 lire all’ora) sia su quello normativo.

Eppure, l’ “autunno caldo” del ’69 è una stagione della storia italiana ingiustamente negletta, schiacciata tra la mitografia positiva del ’68, corrivamente interpretato come il tempo gaio e fantasioso dell’emancipazione e della liberazione, e quella negativa dei ’70, non meno corrivamente interpretati come il tempo cupo e acre della violenza e del terrorismo. E a un atteggiamento storiografico un po’ sciatto corrisponde la tradizionale trascuratezza dell’accademia italiana nei confronti di quanto accade nel mondo del lavoro, che invece è stato e continua a essere l’arena simbolica nella quale si gioca – e con un’intensità sconosciuta al resto dell’Occidente – la partita delle riforme nel nostro Paese, e dunque quella della cultura “reale” della nostra società: si pensi solo all’altrimenti incomprensibile carattere endemico del brigatismo nostrano, e alla scia del sangue versato dai riformatori del lavoro, da Tarantelli a Giugni, da D’Antona a Biagi.

L’ “autunno caldo” determinò una formidabile “modernizzazione conflittuale”  in Italia, i cui esiti hanno condizionato in misura profonda le traiettorie dello sviluppo economico-sociale dei decenni successivi. Vale quindi la pena, senza indulgere alla tentazione dell’anatema e tanto meno a quella dell’elegia, di riflettere su quella vicenda, nella prospettiva di ricavarne qualche utile ammaestramento, ora che s’affaccia, a valle della Grande Crisi, un’altra stagione di ineludibile modernizzazione del modello competitivo del Paese, che però stavolta vorremmo assai meno “conflittuale” e assai più “inclusiva” e “integrante”.

Volgo l’attenzione, per primo, al versante imprenditoriale, che manifestò allora –  come altre volte in seguito – una drammatica inadeguatezza a quella sfida di governare il cambiamento su cui vanno misurati le capacità  e i meriti di una vera classe dirigente. Confindustria non colse i segni della tempesta che pur montava da quasi un decennio, sfidò con arroganza agl’inizi di settembre la protesta ricorrendo a massive sospensioni dal lavoro alla Fiat e ponendo la pregiudiziale sull’inagibilità della contrattazione articolata, e crollò in poche settimane finendo per imputare a un ukase governativo il proprio cedimento. La grande imprenditoria italiana, che controllava in quegli anni incondizionatamente le associazioni datoriali di rappresentanza, non riuscì a condursi come “borghesia” riformatrice e modernizzatrice, ma si confermò “aristocrazia” rattrappita in un mistura di albagia e fragilità che la fece precipitare dalla Pallacorda al Terrore in pochi mesi. Si badi bene: non fu tradimento, o anche solo viltà morale, come pure taluni hanno sostenuto, bensì incompiutezza culturale, limitazione antropologica, inconsistenza valoriale. Il risultato fu che imprese e sindacati confluirono nella proposizione di un “modello unico” di sviluppo economico, fondato sulla grande impresa a organizzazione fordista e a vocazione oligopolista, innervata di rapporti sociali a orizzonte antagonista ma a pratica collusiva, a localizzazione nordovestina e a suzione inflattiva. Nascono da qui alcune fra le più dense anomalie del nostro sistema economico prima, e poi politico: la condizione di minorità e di perifericità in cui furono confinate le piccole aziende; la concentrazione degli investimenti nel processo e non nel prodotto, che li orientò così all’efficienza generabile dagli alti volumi nei segmenti a basso costo e pose le basi per le grandi delocalizzazioni del post-euro mentre venivano invece impoveriti gli investimenti nelle risorse umane, nelle competenze distintive  e nelle flessibilità organizzative; l’egualitarismo che cagionò alti livelli di protezione per i soli lavoratori garantiti del circuito sindacalizzato delle imprese medio-grandi e segregò gli outsider nel ghetto del sommerso e dell’anomia contrattuale; l’irrilevanza cui fu condannata l’Italia tradizionale ma propulsiva delle comunità locali, civitates et castella, dei saperi collettivi, delle reti informali, destinandola a una proletarizzazione che si trasmutò in poujadismo rivendicativo quando essa riemerse alla luce alla fine degli Anni Ottanta candidandosi a occupare gli spazi lasciati deserti dall’erosione della vitalità competitiva e della legittimazione sociale delle grandi compagnie savoiarde e ambrosiane.

Guasti non meno gravi si verificarono sul versante sindacale. Il pan sindacalismo, innanzitutto, come ebbe lucidamente ad ammettere anche un dirigente della CGIL più tradizionale come Piero Boni: inebriato dal successo straordinario della piattaforma generalista del ’69 (si pensi all’imponente manifestazione per la casa del 19 novembre) e approfittando di una fase di acuta debolezza di tutti i partiti dal PCI alla DC, i sindacati finirono per svolgere un ruolo intrusivo nella normale dialettica democratica, occupando gli spazi della politica e trasformando la loro doverosa e fertile autonomia da essa in arrogante e distorsiva indipendenza. E se è vero, come rivendicò Bruno Trentin a valle dei violenti scontri di Largo Traiano causati da una massiva infiltrazione di studenti di Lotta Continua in un corteo operaio, che la Triplice si affrancò in fretta dall’ “estremismo populista” sul fronte organizzativo, è però altrettanto vero che essa subì un micidiale condizionamento ideologico da parte delle avanguardie neo-comuniste e dalle frange sovversive dei movimenti extraparlamentari, cedendo alfine a una deriva giacobina nel proprio posizionamento programmatico e nella propria prassi negoziale. Effetti perversi si ebbero in particolar modo: nelle relazioni industriali, che persero ogni ancoraggio a regole condivise e rispettate, scivolando nel gorgo dei semplici, brutali rapporti di forza (ciò che finì per accentuare la dimensione congiunturale dei cicli economici e per impedire ogni riforma strutturale); nella questione meridionale, che finì per essere irrecuperabilmente aggravata da un approccio illuministico modulato sull’astratta tipologia della grande azienda e della produzione di massa; nella pubblica amministrazione, che vide naufragare il suo impianto centralista e napoleonico nella palude di una cultura di gestione pregiudizialmente nemica del merito, della responsabilità, della trasparenza, della competizione, dell’orientamento al cliente; e nell’applicazione della riforma regionale, che affossò ogni prospettiva autenticamente federalista in un cupo “egualitarismo orizzontale” il cui esito fu un inefficiente e paralizzante “centralismo atomizzato”.

Da quella storia aspra e potente, quale lezione ci giunge, per ricreare le condizioni d’un “grande balzo” che riporti l’Italia nel novero dei Paesi industrializzati più dinamici e più innovativi, insieme più ricchi e più integrati? Torniamo alla Costituzione, potremmo sintetizzare; torniamo a quel magnifico Titolo Terzo della Prima Parte che delinea i “rapporti economici” alla luce di quell’ “economia sociale di mercato” oggi di nuovo così  attuale nella valorizzazione della persona e della comunità e così nemica sia della speculazione pan-finanziaria sia dell’assistenzialismo piagnone. Torniamo a praticare la coesione sociale, in alternativa al conflitto; a portare a compimento la riforma delle relazioni industriali spostandone il centro dal contratto nazionale a quello aziendale e territoriale; a esplorare sino in fondo, in forma plurale e flessibile, le vie della partecipazione, dismettendo le forzose omologazioni dell’autoritarismo taylorista; a costruire un sistema di regole propulsive e premiali, allontanandoci da un’architettura spagnolesca di cento procedure e mille sanzioni fatte solo per esser eluse;  a edificare un mercato del lavoro davvero equo e inclusivo, anche per i più deboli, per i giovani, per le donne, per gli anziani. Torniamo a un lavoro dove la dignità è motore della prosperità, dove il compimento del dovere sopravanza la soddisfazione di un diritto.

Maurizio Castro, senatore Pdl

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