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Home - Approfondimenti - Analisi - Il Censis e la politica: welfare e lavoro per uscire dalla crisi

Il Censis e la politica: welfare e lavoro per uscire dalla crisi

di Alessandra Servidori
5 Dicembre 2017
in Analisi

L’ultimo Rapporto Censis analizzato da Alessandra Servidori. Che vi ha individuato alcune contraddizioni.

Il 51 Rapporto Censis ha  illustrato  la tradizionale fotografia delle tendenze socio economiche del nostro Paese, ma  tra le pagine dedicate a lavoro e welfare ho trovato  evidenti  discrasie nelle analisi  compiute dallo stesso ente di ricerca a pochi mesi di distanza. Tra le affermazioni più decise,  “La ripresa c’è”, come confermano tutti gli indicatori economici,  fanno eccezione gli investimenti pubblici che sono addirittura meno del 32,5%  rispetto al 2016 e probabilmente, come poi affermato anche se non esplicitamente, il rimpicciolimento demografico del Paese, la povertà del capitale umano, e la polarizzazione dell’occupazione che  penalizza operai, artigiani e impiegati – una parte di quello che una volta era il ceto medio – e che ora è in maggioranza e il Censis definisce: “L’Italia del rancore”. Dunque è evidente che c’è una dispersione uno spreco nella spesa pubblica se è l’industria uno dei motori propulsivi e non c’è ridistribuzione del valore prodotto: l’aumento del 2,3% della produzione industriale italiana nel primo semestre del 2017  è il migliore tra i principali Paesi europei (Germania e Spagna +2,1%, Regno Unito +1,9%, Francia +1,3%); e cresce al +4,1% nel terzo trimestre dell’anno e il valore aggiunto per addetto nel manifatturiero aumentato del 22,1% in sette anni, superando la produttività dei servizi.

Cosi’ ci spieghiamo che cresce l’italia dei rancori e la risposta è lampante : il rimpicciolimento demografico del Paese, la povertà del capitale umano, e la polarizzazione dell’occupazione che penalizza operai, artigiani e impiegati blocca e mortifica l’italia piu’ laboriosa  la parte più disagiata  all’interno della società italiana. Perché non si è distribuito e si continua a non distribuire il dividendo sociale della ripresa economica e ne sono ben consapevoli l’ 87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare  che, a ragione,pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti.  Non a torto dunque il timore del declassamento è il nuovo “non fantasma” ma reale pericolo sociale. Ed è una componente costitutiva della psicologia dei  giovani  se l’87,3% di loro pensa che sia molto difficile l’ascesa sociale e il 69,3% che al contrario sia molto facile il capitombolo in basso.

E  arrivando al tema che più ci appassiona, sono evidentemente penalizzati operai, artigiani e impiegati che esprimono giustamente il loro malessere in declino costante dal 2011-2016, perché  diminuiscono rispettivamente dell’11%, e del 3,9%. Le professioni intellettuali invece crescono dell’11,4% e, all’opposto, aumentano gli addetti alle vendite e ai servizi personali (+10,2%) e il personale non qualificato (+11,9%). Nell’ultimo anno l’incremento di occupazione più rilevante riguarda gli addetti allo spostamento e alla consegna delle merci (+11,4%)E  così  aumentano dunque le distanze tra l’area non qualificata e  quella professionalmente più qualificata . E se tra il 2006 e il 2016 il numero complessivo dei liberi professionisti è aumentato del 26,2%, quelli con meno di 40 anni sono diminuiti del 4,4% (circa 20.000 in meno). La quota di giovani professionisti sul totale è scesa al 31,3%: 10 punti in meno in dieci anni. Alla base dei problemi del mondo del lavoro c’è il problema  delle competenze dove siamo e rimaniamo tragicamente nel contesto europeo penultimi , prima solo della Romania.

E non ci convince neanche la lettura del miglioramento dell’occupazione femminile , ma siccome i numeri non mentono  il primo semestre di quest’anno ci consegna un’immagine ancora non positiva, poiché  la distanza da colmare è ancora tanta e se anche il tasso di occupazione sale di quasi un punto, due decimali in più rispetto all’aumento del tasso di occupazione maschile, è dovuto sostanzialmente  a una maggiore partecipazione di un solo decimo di punto. L’immagine ancora non positiva,  è evidente poiché il divario  e la distanza da colmare  sono ancora di ben 18 punti. Sappiamo bene che le italiane hanno una maggiore propensione al lavoro indipendente perché nell’ultimo biennio le donne alla guida di un’impresa sono cresciute del 6,9% e la libera professione ha visto allargarsi la platea femminile del 7,6%: rimboccarsi le maniche e crearsi un lavoro è la loro forza.

Ma la parte più interessante rimane la verità  descritta sei mesi fa sempre dal Censis che in un rapporto sul welfare denunciò  l’insicurezza più intensa e diffusa” che “è penetrata profondamente nella quotidianità” e tra le cause di questo fenomeno c’è anche la riduzione delle prestazioni del welfare pubblico che  non riesce a trasmettere sicurezza  e “perde la sua anima”. Gli ambiti in cui si manifesta questa insicurezza legata alla contrazione del welfare sono la malattia (37,6%), la disoccupazione e la perdita del lavoro (34,2%), la casa (29,1%), la non autosufficienza (29%). Una riduzione in termini reali del welfare pubblico pari al 4%, a cui si aggiunge una drastica riduzione dei finanziamenti alle realtà del Terzo settore che pure sono attive in questo campo e che sono state destinatarie della legge di riforma  in vigore dall’agosto di quest’anno ma  il 64% degli italiani si dichiara convinto che in futuro la copertura del welfare si ridurrà ulteriormente.

Così si è verificata la bolla del cash cautelativo, stimato in 212 miliardi di euro: le famiglie che possono accantonano liquidità per far fronte alle emergenze  e  dal 2007 al 2016, il contante e i depositi bancari sono passati dal 23,6% al 32,3% del valore totale del loro portafoglio. Dall’altro lato, per chi poteva e può è aumentata in modo esponenziale la spesa privata per il welfare,  stimata intorno ai 70 miliardi di euro a fronte dei 33 indicati dai dati ufficiali. Un italiano su tre, inoltre, dichiara di aver comprato prestazioni di welfare in nero ed è facile intuire come il dato possa essere molto sottostimato.A questo punto dunque di questi preziosi rapporti la politica italiana ne vuole tenere conto e invertire la rotta o continuare per questa strada che va oltre il piano inclinato?

Alessandra Servidori

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  • pdf Confcommercio - Misery Index - Ottobre 2017
Alessandra Servidori

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