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Home - Notizie del giorno - Il “manifesto” di Stefano Fassina per un governo di svolta

Il “manifesto” di Stefano Fassina per un governo di svolta

10 Febbraio 2014
in Notizie del giorno
Il “manifesto” di Stefano Fassina per un governo di svolta

Memo per il programma di un governo di svolta

 

Di Stefano Fassina con Alfredo D’Attorre, Enrico Gasbarra, Maurizio Martina, Danilo Leva, Cesare Damiano

Finalmente, dopo settimane di incertezza, siamo a un tornante decisivo per il governo del Paese. Prima di presentare il nostro contributo alla revisione del programma di governo, dobbiamo condividere un punto politico: riforme elettorale e istituzionali e incisive risposte alle emergenze economiche e sociali sono obiettivi inscindibili. Senza un attivo sostegno e un pieno coinvolgimento del Pd, delle energie mobilitate dal congresso, nessun governo nella legislatura in corso può andare avanti e avere la forza per incisive riforme. Dobbiamo scegliere. Una chiara scelta politica è premessa per il programma.

Il programma di governo deve avere come stella polare il lavoro. Il problema del lavoro è essenzialmente un problema macro-economico. Poi, di politiche industriali, di contesto produttivo, di modello di impresa e di investimenti in innovazione di processo e di prodotto. Nella fase storica in corso, è anche un problema di redistribuzione dei tempi di lavoro. Il costo del lavoro, le regole del mercato del lavoro e le forme contrattuali possono essere, con soluzioni adeguate, un utile complemento.

Oggi, la scarsità di lavoro e la regressione delle condizioni della persona che lavora sono principalmente l’inevitabile conseguenza della caduta del livello di attività produttiva, in Italia arrivata a quasi 10 punti percentuali in meno dall’inizio della crisi (secondo trimestre 2008). L’analisi vale per noi come per ogni altro Paese europeo e per gli Stati Uniti. Senza una significativa ripresa dell’attività economica, interventi finalizzati a introdurre maggiore flessibilità nel mercato del lavoro portano a un ulteriore indebolimento delle capacità negoziali dei lavoratori, quindi a un’ulteriore riduzione delle retribuzioni, a una più pesante contrazione della domanda interna impossibile da compensare con le eventuali maggiori esportazioni recuperate da una competizione di costo.

Il focus del programma del governo deve essere l’innalzamento del livello dell’attività produttiva. Quindi, il sostegno alla domanda aggregata, ossia maggiori consumi e maggiori investimenti, miglioramento della distribuzione del reddito e apertura di spazi di finanza pubblica per alimentare investimenti produttivi.

Per la svolta, va radicalmente corretta la politica economica dell’euro-zona. Dobbiamo maturare autonomia culturale e politica rispetto a Berlino e Bruxelles. La rotta mercantilista dell’eruo-zona, segnata dall’austerità cieca e dalla svalutazione del lavoro, è insostenibile: aggrava le condizioni dell’economia e gonfia i debiti pubblici, aumentati nell’euro-zona dal 65% del 2008 al 95% del 2013.

Nell’euro-zona, una ripresa in grado riassorbire disoccupazione non è in vista. Le riforme strutturali non sono condizione sufficiente per l’uscita dal tunnel. L’invocazione disinvolta, tanto di moda, al taglio di una indefinita “spesa pubblica improduttiva” per la riduzione delle tasse e del costo del lavoro è propagandistica. La spesa pubblica italiana al netto degli interessi sul debito, in termini pro-capite, è tra le più basse dell’euro-zona. Va liberata da inefficienza e sprechi.

Risparmi significativi possono derivare soltanto da una profonda ristrutturazione dell’organizzazione dello Stato e delle articolazioni della Repubblica. La revisione del Titolo V, anche a tal fine, è un occasione da non perdere. Le risorse recuperate devono integrare i capitoli decimati dai tagli orizzontali, in particolare la scuola pubblica e le politiche sociali. L’insostenibile peso delle imposte va ridotto attraverso il recupero di evasione fiscale, la variabile davvero fuori linea (il doppio) rispetto alla media europea. Portare l’evasione italiana al livello medio europeo nell’arco di una legislatura vuol dire raccogliere 50 miliardi di euro all’anno per abbattere il cuneo fiscale sui redditi da lavoro e sui redditi di impresa. Ogni euro recuperato dal contrasto all’evasione deve andare a riduzione di imposte. Invece, puntare a un consistente taglio della spesa non vuol dire riformare ma ridimensionare, fino allo snaturamento, il welfare. Sarebbe un sacrificio inutile, anzi dannoso, poiché un taglio della spesa accompagnato da una corrispondente riduzione di tasse ha, documentatissimi, effetti recessivi.

Al centro dell’agenda del governo va posto l’impegno per avviare, durante la presidenza italiana dell’Unione europea, una politica economica alternativa per l’euro-zona. Le difficoltà politiche nell’euro area per una svolta sono enormi. Ma l’euro-zona è sulla rotta del Titanic e dobbiamo comunque tentare. Nel breve periodo, è necessaria una politica monetaria più aggressiva. La politica di bilancio deve cambiare segno: rilassarsi nella periferia e diventare decisamente espansiva nei paesi del centro. A tal fine, è urgente introdurre una golden rule nei bilanci nazionali per consentire di finanziare investimenti produttivi validati dalla Commissione europea. Inoltre, vanno avviati investimenti europei, definiti in una strategia green di politica industriale, finanziati mediante euro-project bonds e imposta europea sulle transazioni finanziare speculative. Infine, lungo i confini dell’Unione vanno introdotti standard ambientali e sociali per lo scambio di merci e servizi e controlli ai movimenti di capitali. E va profondamente ri-orientata l’autolesionistica politica anti-trust della Commissione.

La priorità è rivedere l’inadeguata soluzione sulla banking union e dare efficacia alla regolazione del sistema bancario europeo. Sono condizioni necessarie per riportare le banche a erogare credito alle piccole e medie imprese. Va ripreso il coordinamento delle politiche di tassazione e rafforzata l’offensiva contro i paradisi fiscali intra e extra Ue. Infine, va introdotto un meccanismo condiviso di ristrutturazione dei debiti sovrani insostenibili (es. Grecia).

Per il medio periodo, sono necessari aggiustamenti istituzionali di grande portata: l’unione bancaria dovrebbe essere solo un primo passo verso l’unico assetto unitario in grado di sopportare shock asimmetrici di portata rilevante.

I tempi per una radicale correzione di rotta del “Titanic Europa” sono strettissimi. La presidenza italiana dell’Unione europea è decisiva. La presidenza italiana deve provare a mettere ciascun governo e classe dirigente nazionale di fronte alla realtà e prospettare l’alternativa, non come patetico ricatto, ma come inevitabile conseguenza della deprimente continuità politica dei vertici di Bruxelles, coperta da scelte positive ma marginali (come la “Youth Guarantee” o il potenziamento del programma Erasmus). L’alternativa alla svolta nella rotta di politica economica è, per noi, un Piano B: la rinegoziazione degli impegni sottoscritti. È, infatti, impossibile ridurre, finanche stabilizzare, il debito pubblico in uno scenario di stagnazione di medio-lungo periodo. Per il 2014, sono a rischio gli obiettivi di finanza pubblica (in particolare, deficit e debito) previsti nella Nota di Aggiornamento al Def (Settembre 2013). Sarebbe autolesionistico e controproducente accanirsi e tentare di raggiungere gli obiettivi con ulteriori manovre correttive.

Data l’emergenza lavoro sul fronte giovanile, proponiamo la creazione di un “Servizio civile per il lavoro”, nel quadro della “Youth Guarantee”, per consentire una prima esperienza lavorativa pur limitata nel tempo (1 anno) e un sostegno al reddito analogo all’indennità di disoccupazione “Il servizio civile per il lavoro” dovrebbe articolarsi in “progetti” finanziati da risorse pubbliche e realizzati dal Terzo Settore/ONG nel loro specifico ambito di attività (tutela ambientale, del patrimonio culturale, servizi sociali, cure della persone, ecc).

Per promuovere il lavoro e migliorare le condizioni della persona che lavora è necessario un Piano per la redistribuzione del tempo di lavoro. Le prospettive di crescita di medio periodo, dati i tempi necessari, anche nello scenario più favorevole, alla correzione di rotta della politica macro-economica, non consentono di riassorbire la disoccupazione. Non si tratta di fissare rigidi limiti all’orario di lavoro (le “35 ore”). Si tratta di: introdurre flessibilità nell’uscita dal lavoro per pensionamento e pensionamento part-time;incentivare il part-time e congedi parentali; eliminare gli incentivi allo “straordinario”; potenziare gli incentivi fiscali per i contratti di solidarietà (da finanziare mediante i risparmi di spesa per le indennità di disoccupazione e la Cassa Integrazione); promuovere l’introduzione del part-time agevolato e volontario; incentivare il rientro al lavoro delle donne ultra-quarantenni; potenziare, secondo i principi della sussidiarietà, i servizi alla famiglia (dagli asili nido all’assistenza agli anziani non-autosufficienti).

Le politiche industriali per il made in Italy innovativo e di qualità. Le linee guida del Jobs Act contengono un importante richiamo alle politiche industriali. L’obiettivo da perseguire è in un mix di politiche orientate, oltre che all’offerta, anche alla domanda perché l’intervento pubblico non può essere limitato alla mera “definizione del campo di gioco” o delle condizioni di contesto. L’emergenza è evitare l’impoverimento tecnologico del Paese: su Telecom Italia, il governo non può essere spettatore. Il programma di vendita di quote delle aziende pubbliche va rivisto e subordinato a specifici piani industriali. I proventi devono andare a finanziare il “Servizio civile per il lavoro”, invece che a un’irrilevante riduzione di debito pubblico. È prioritario promuovere l’utilizzo intensivo di tecnologie digitali, con un focus sulla manifattura avanzata (new makers e stampe in 3D). E poi: beni comuni, salute e benessere delle persone; patrimonio paesaggistico e culturale; agroalimentare. Con la Politica Agricola Comunitaria 2014-2020 ed in vista di Expo Milano 2015, l’agroalimentare (vale 17% del Pil) va valorizzato con misure in grado di favorire l’internazionalizzazione, la competitività e la distintività.

Per attuare le strategie di politica industriale, è fondamentale chiarire la missione e potenziale la CdP, catalizzatrice anche di investitori istituzionali. Va costruita a livello del governo una cabina di regia per coordinare in una strategia di politica industriale le partecipazioni azionarie dello Stato. E un utilizzo della domanda pubblica di beni e servizi a livello nazionale e locale come motore di innovazione.

Tra gli obiettivi delle politiche industriali va inclusa anche la promozione dell’efficienza energetica, la bonifica dei siti industriali inquinati, la riqualificazione energetica degli edifici, sostenuta dal 2007 da crediti d’imposta ad hoc ma di carattere temporaneo.

Le riforme strutturali. Invocare una radicale correzione di rotta nell’euro-zona e proporre la redistribuzione dei tempi di lavoro non vuol dire evitare di affrontare i nostri deficit di riforme, necessarie ma costose in termini di consenso. La lista è nota. Richiamiamo i titoli (le proposte, oltre che in Progetti di Legge depositati, si possono trovare nel contributo del Pd al Programma Nazionale di Riforme dell’Italia del 2012): ricostruzione di partiti capaci di autonomia culturale e di formazione e selezione di classe dirigente adeguata; riforma delle istituzioni e della legge elettorale, come dalle iniziative in corso; affermazione del primato della legalità in ogni territorio del Paese; e poi giustizia, pubbliche amministrazioni, fisco, regolazione mercati e, in via emergenziale, il credito alle micro e piccole imprese. L’avvio del “Sistema Nazionale di Garanzia” (garanzia pubblica alla CdP per l’acquisto di crediti cartolarizzati alle pmi, potenziamento del Fondo Centrale di Garanzia e rifinanziamento dei Consorzi Fidi) previsto nella Legge di Stabilità per il 2014 va immediatamente reso operativo.

Per le riforme del mercato del lavoro e degli strumenti di sostegno al reddito, la legislazione sulla rappresentanza, i modelli di impresa e la partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese rinviamo al “Decalogo per il Jobs Act” preparato da “Lavoro e welfare”, frutto dell’attività svolta nella scorsa legislatura dai gruppi parlamentari di Camera e Senato e dalla segreteria nazionale del Pd. Integriamo le proposte del richiamato Decalogo, con le seguenti:

1.            incentivazione del contratto a tempo indeterminato attraverso il minor costo della stabilità rispetto alla precarietà, ossia mediante la riduzione del cuneo contributivo (primo tassello di una complessiva riforma per spostare il carico fiscale dai redditi da lavoro ed impresa ai redditi da capitale);

2.            introduzione di un salario o compenso minimo, determinato in riferimento agli accordi tra le parti sociali, per i lavoratori e le lavoratrici escluse dai contratti collettivi nazionali di lavoro, per i contratti a progetto, stage;

3.            universalizzazione, dopo la fase di sperimentazione in corso, del Sostegno all’Integrazione Attiva, per combattere la povertà e l’esclusione sociale, in particolare la povertà estrema e minorile e promuovere l’inserimento o il re-inserimento al lavoro. Risoluzione strutturale della drammatica condizione degli esodati;

4.            trasformazione dell’indennità di maternità in diritto di cittadinanza e relativo finanziamento a carico della fiscalità generale; per incentivare l’occupazione femminile, maggiorazione della detrazione fiscale per il reddito da lavoro per le donne in nuclei famigliari con figli minori; superamento degli assegni famigliari e della detrazione per figli a carico ed introduzione di un contributo annuale di 3000 euro all’anno per ogni figlio fino alla maggiore età, a cominciare dalla fascia 0-3 anni, esteso anche ai lavoratori autonomi e professionisti. Sostegno al reddito e servizi alle mamme che hanno perso il lavoro.

 

 

 

 

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