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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Energia, il rebus degli Ets

Energia, il rebus degli Ets

di Maurizio Ricci
19 Marzo 2026
in Poveri e ricchi
Energia, Pirani: cambiare art.177 del codice degli appalti, a rischio 150mila lavoratori

Le crisi, dicono spesso filosofi ed economisti, sono anche un potente strumento per andare avanti. L’avventura di Donald Trump nel Golfo Persico ha precipitato l’Europa in cattive acque, ma ha avuto anche il merito di rimettere sul tavolo la zavorra che, storicamente, più pesa sullo sviluppo del continente. L’energia: la Ue non ce l’ha e deve comprarla.

Quale energia? Tv e giornali parlano soprattutto di petrolio, perché il prezzo della benzina riguarda i portafogli di tutti. Ma, anche se i prezzi dell’energia sono, sostanzialmente, collegati l’uno all’altro, l’energia cruciale per una economia sempre più elettrificata come la nostra, è, specificamente, quella del metano: pesa sulle nostre bollette, ma anche su quelle delle industrie. E, allora, mancherà il metano nei prossimi mesi? Si può sperare di no: una ricognizione dei gasdotti che arrivano in Europa dalla Norvegia, dal Nordafrica, dal Caucaso mostra una utilizzazione attuale intorno al 75-80 per cento. Aumentare il flusso a potenziale e riempire il buco restante con il Gnl disponibile sul mercato mondiale, dovrebbe darci il metano che ci serve. Il problema è quanto lo paghiamo.

La questione attraversa due nodi tecnicamente complicati. Una buona soluzione li dovrebbe sciogliere tutti e due. Proviamo a spiegarli.

Il primo, su cui attualmente si concentra il dibattito, per iniziativa in particolare del governo Meloni, sono gli Ets e il loro costo. Si tratta del meccanismo comunitario, per cui le aziende energivore (acciaio, carta, cemento, raffinerie, centrali elettriche, chimica organica, linee aeree) devono comprare, attraverso apposite aste, il diritto ad emettere l’anidride carbonica che producono i loro impianti. Il diritto ad emettere una tonnellata di CO2, attualmente, ha un prezzo d’asta intorno ai 65 euro a tonnellata. La logica è che, più un’azienda sfrutta in modo efficiente l’energia, utilizzando meno elettricità, meno emissioni produce e più diritti può vendere sul mercato a chi è meno efficiente. Per le aziende meno efficienti, questo è un costo che, alla fine, si riversa sui consumatori.

Ecco perché l’Italia (più altri paesi del Sud e Centro Europa) chiede una modifica o una sospensione dei diritti. Attenzione, però, a ledere un meccanismo che ha dato frutti importanti, per un obiettivo di cortissimo respiro. Una revisione degli Ets, infatti, punisce chi gli investimenti per l’efficienza li ha fatti. Molte aziende, infatti, hanno già protestato, comprese ultraenergivore, come le acciaierie Tata, che hanno speso per una produzione più ecologica. Ma, soprattutto, nega i risultati straordinari raggiunti dal meccanismo degli Ets. La logica, infatti, ha funzionato. Vent’anni fa, l’Italia, con l’energia equivalente ad un chilo di petrolio, produceva beni per 7 dollari. Oggi, ne produce, con sistemi più efficienti, per 26 dollari. Negli Usa, con lo stesso chilo di petrolio, senza l’incentivo degli Ets, sono fermi a 13 dollari.

Non si tratta di attribuirsi medaglie, ma di valutare i benefici economici. La determinante del prezzo dell’energia non è l’Ets, ma il prezzo del metano. E il prezzo del metano lo stabilisce la domanda. Ora, meno metano serve per produrre la stessa quantità di beni, meno sale la domanda e, di conseguenza, meno sale il prezzo. Ovvero: gli Ets, in realtà, sono un meccanismo per risparmiare. Pensate se, per produrre la stessa quantità di beni, avessimo ancora bisogno, come gli americani, del doppio dell’energia e la nostra domanda di metano fosse, dunque, il doppio.

Il prezzo del metano si riflette su un altro complesso meccanismo: i mercati dell’elettricità. Il prezzo finale del kilowattora, ad esempio in Italia, viene fissato in un’asta, in cui l’ente pubblico compra anzitutto l’energia che costa meno (quella da rinnovabili). Questa, però, non basta a soddisfare tutta la domanda e, allora, vengono acquisite tutte le altre forme di energia, fino a quella delle centrali a gas. Il prezzo finale (per tutti) è l’ultimo: tutti vengono compensati secondo il prezzo pagato (Ets compreso) per la centrale a gas, anche se questa ha fornito un solo kilowatt.

Il sistema delle aste marginali ha largamente finanziato le rinnovabili, con extraprofitti, visto la differenza di costo fra le diverse fonti. Pagare il chilowatt al suo costo reale significherebbe, invece, risparmiare su quel 40 per cento di elettricità verde che l’Italia riesce a produrre. Un risparmio tanto maggiore, quanto più alto fosse il prezzo del metano. Più efficaci di questa sorta di rendita passiva sul prezzo del gas sarebbero incentivi specifici e mirati per l’elettricità verde. Perché, alla lunga, la risposta alla crisi perenne dell’energia europea sta lì. Lo dimostra chi sta più avanti di noi. In Italia, le centrali che funzionano con il costoso metano coprono ancora il 60 per cento del fabbisogno di energia, contro il 40 per cento di rinnovabili. In un paese che offre condizioni non diverse dalle nostre – la Spagna – l’elettricità verde raggiungerà, nel 2030, l’80 per cento della richiesta, il doppio dell’Italia.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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