“No”. L’Italia dice un grande, deciso, inappellabile “No” a Giorgia Meloni. E per scandire il loro rifiuto, gli italiani sono corsi, a sorpresa, ad affollare i seggi elettorali: il 58,9%, quasi dieci punti in più rispetto alle ultime elezioni europee. Insomma, una sconfitta clamorosa, pesante e dolorosa, la prima per la premier, che in colpo solo cancella l’alea di invincibilità che l’ha accompagnata per tre anni e mezzo. Non solo. A voltare le spalle a Giorgia sono stati soprattutto i giovani: tra gli elettori fra 18 e i 34 anni, il “No” è schizzato al 61%, contro un risultato finale che vede il fronte contrario alla riforma della giustizia targata centrodestra al 53,8% e i favorevoli al 46,1%.
Eppure, la fotografia che regala questo voto sulla riforma della giustizia, deve far riflettere anche chi, come Elly Schlein e i magistrati, hanno vinto. Il Paese è praticamente spaccato a metà, le macerie sono ovunque, i due schieramenti sono divisi da appena sette punti. E certe ferite, consiglia la storia, vanno sanate in fretta.
Meloni ha giocato il tutto per tutto. A sostegno del “Sì” non ha messo soltanto la faccia, ma anche l’anima e il corpo. La leader di Fratelli d’Italia ha utilizzato tutto il fuoco comunicativo, un po’ come il suo amico Donald Trump sull’Iran (ma quelle sono bombe). Negli ultimi giorni Giorgia della Garbatella ha martellato tv, giornali, social con una campagna feroce e violenta. È arrivata a dire che se avesse vinto il “No” i magistrati avrebbero liberato “pedofili, stupratori, spacciatori” e così facendo ha trasformato il referendum sulla giustizia in un plebiscito pro o contro i giudici. Pro e contro di lei. E ne è uscita con le ossa rotte. Perché, come accadde a Matteo Renzi nel 2016 e come insegna la storia patria, nessun leader ha dalla sua la maggioranza del Paese. E perché, con ogni probabilità, a spingere tanti cittadini a ribellarsi e a correre alle urne per inserire il loro “No” nell’urna (anche nel Lazio, la sua Regione), è stata l’ambiguità di Meloni in politica estera: essere trumpiani di questi tempi non paga. E, soprattutto, è stato l’aumento della benzina, la minaccia del caro-bollette, lo spettro dell’inflazione della recessione: regali della guerra sconsiderata lanciata dal suo sodale Trump in Iran.
Molti sondaggisti, nei giorni scorsi, legavano la vittoria del “Sì” all’affluenza, in base alla tesi che più alta sarebbe stata la percentuale di elettori al voto, più sicuro sarebbe stato il successo. È accaduto l’esatto contrario. La cruenta campagna elettorale di Meloni, la sua sovraesposizione, alla fine ha polarizzato radicalmente lo scontro. L’ha politicizzato. E ha mobilitato l’elettorato del “No”. Tant’è, che il numero dei votanti è doppio rispetto a quello fatto registrare nel giugno dello scorso per i referendum sul lavoro.
Di fronte a una ribellione di questa portata, nella Prima Repubblica (ma anche nella Seconda, come accadde a Renzi nel 2016), si sarebbe parlato di avviso di sfratto esecutivo. La premier nella stessa giornata sarebbe salita al Quirinale per dimettersi. Ma Giorgia ha alzato lo scudo. Ha detto e ripetuto: “Questo voto non è su di me o sul governo, qualunque sarà l’esito non mi dimetterò”. E la linea, naturalmente, non cambia adesso, anche se proprio Renzi ricorda a Giorgia che lui dopo aver perso il referendum, si dimise “da premier, da segretario, da tutto. Meloni avrà lo stesso coraggio dopo questa sconfitta clamorosa?”.
C’è da scommettere di no, tanto più in assenza di una reale alternativa di governo. La leader di Fratelli d’Italia, dopo essersi eletta a Giovanna d’Arco del “Sì” e aver perso in modo brutale, vuole tenersi palazzo Chigi. Intende restare aggrappata alle leve del potere. Ma ora per lei le cose si complicano. Parecchio. Dopo il verdetto del popolo sovrano, la premier è la prima a sapere che dal voto referendario esce parecchio ammaccata, indebolita. E lo spettro del declino è già lì, dietro a ogni porta del Palazzo. Tanto più che Matteo Salvini non avrà più freni, anche in considerazione del fatto che le uniche Regioni dove ha prevalso il “Sì” sono quelle amministrate dalla Lega. E Antonio Tajani e la famiglia Berlusconi avranno il dente avvelenato per la fine ingloriosa della riforma con la separazione delle carriere: il pallino di Silvio buonanima.
Così, per evitare un lento logoramento (il Pd, dopo la batosta referendaria, passò dal 30% al 18% in meno di un anno), Meloni – che nel frattempo potrebbe sacrificare il Guardasigilli Carlo Nordio, la sua capa di gabinetto Giusy Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro – potrebbe essere tentata di andare alle elezioni anticipate in questa primavera. Perché così coglierebbe impreparato il Campo largo in costruzione e non permetterebbe al generale Roberto Vannacci di organizzare il suo partito. E perché in questo modo non andrebbe a impattare contro i disastri economici della guerra in Iran, che dispiegheranno i loro effetti più nefandi su bollette e carrello della spesa soprattutto il prossimo anno.
A frenare Meloni verso le urne anticipate c’è però l’ostilità dei parlamentari ad andare a casa prima del tempo (solo nel marzo del prossimo anno matureranno la “pensione”). C’è il timore che Sergio Mattarella incarichi un premier tecnico che poi, anche senza aver ricevuto la fiducia del Parlamento, chiederà le chiavi di palazzo Chigi e sarà lui a portare il Paese alle urne. C’è il sogno di battere il record di durata al governo: ma, vista la brutta situazione, questo è ormai un dettaglio. E c’è, soprattutto, il piano di cambiare la legge elettorale, cancellando i collegi uninominali dove il Campo largo potrebbe prevalere e introducendo il premio di maggioranza. Eppure, a ben guardare, una Meloni ormai indebolita avrà non poche difficoltà a far passare la riforma elettorale: agli occhi dell’opinione pubblica sarebbe letta come una furbata, un imbroglio, un espediente da azzeccagarbugli per truccare le regole del gioco. Un sentiment che non ha mai portato bene a chi ha modificato la legge elettorale.
Si vedrà. Ciò che è certo è che la vittoria del “No” dà carburante ed entusiasmo al Campo largo. Finora l’alleanza a sinistra è stata solo un’ipotesi, per di più mal costruita. Senza un leader. Senza un programma: Schlein, Giuseppe Conte e Avs sono divisi praticamente su tutto. Ma chissà, a volte i successi insperati fanno i miracoli. Anche se ci sarà da capire come finirà il regolamento di conti tra la segretaria e i riformisti dem che hanno votato “Sì”: una scissione non è da escludere e servirebbe per dare più forza alla fantomatica “gamba” di Centro attualmente faticosamente in costruzione.
Un altro miracolo dovrà avvenire nel campo della magistratura. Meloni ha trasformato, si diceva, il referendum in un plebiscito pro o contro i giudici. Così, se lei l’ha perso malamente, i giudici l’hanno vinto alla grande. C’è da sperare che ciò non produrrà un delirio di onnipotenza dei magistrati e che, diradato il fuoco delle artiglierie, non utilizzino il loro potere con disinvoltura e arroganza. Perché, è innegabile, anche le toghe hanno bisogno di rinnovamento. Per un altro tentativo di riforma, però, passeranno almeno vent’anni. Altro effetto collaterale della dissennata e disastrosa campagna referendaria di Giorgia della Garbatella.
Alberto Gentili




























