Orbàn o Trump? Chissà chi Giorgia Meloni trova più simpatico. Non c’è dubbio, invece, sul leader che più le sta antipatico, fuori dai patrii confini. E’ Pedro Sanchez, il premier spagnolo, di fatto, l’unico leader di sinistra fra i paesi europei di qualche peso. Giorgia si affanna a correre in Spagna ad ogni occasione, per sostenere la causa di Santiago Abascal, il partito gemello di Fratelli d’Italia nel ventaglio della destra radicale europea (troppo supponente la Le Pen in Francia, troppo bizzarro l’olandese Wilders, troppo sulfurea l’Afd tedesca). Ma Sanchez è sempre lì. Il suo governo traballa ogni settimana, continua ad essere di minoranza. Altro che la maggioranza blindata della Meloni. E però Sanchez, anziché risucchiato nel ristagno italiano, galleggia sul miracolo spagnolo.
Da quando Meloni è premier, cioè dal 2023, il Pil spagnolo è andato aumentando fra il 2,5 e il 3,5 per cento, con una traiettoria in salita. Quello italiano, negli stessi anni, è passato dal più 0,8 al più 0,6 per cento, in discesa.
Il confronto non è del tutto onesto. La Spagna partiva da una situazione più arretrata, rispetto all’Italia, ed è naturale che recuperi più in fretta. Per suo conto, inoltre, la Meloni si porta addosso anche una eredità non sua: lo zero virgola tormenta il Pil italiano, praticamente, dagli anni ‘90. E però….e però…
E, però, in Italia il salario minimo non c’era e non c’è. In Spagna c’è ed è di 1.184 euro lordi, su 14 mensilità. Non solo non si registra la fuga delle imprese, ma Madrid attira il 60 per cento di investimenti esteri in più, rispetto all’Italia. La zavorra dell’energia per le aziende spagnole non c’è, perché di rinnovabili, nel paese, ce ne sono fin troppe. E, infine, la burocrazia di Madrid è stata capace di lavorare il Pnrr con scioltezza.
Ma, soprattutto, agli occhi degli economisti, c’è un’altra cosa che in Spagna funziona e in Italia no. Per il Pil è tutta benzina: lavoro, consumi, spirito imprenditoriale in più. E’ l’immigrazione. Nel 2024, Madrid ha concesso 248 mila permessi di residenza (per studio, lavoro, ricongiungimento familiare, escluso, dunque, l’asilo ai rifugiati) a immigrati extraeuropei, di cui 88 mila per lavoro, circa il 35 per cento. L’Italia, che è più grande e ha 10 milioni di abitanti in più, solo 186 mila, di cui non più di 40 mila per lavoro.
L’immigrazione regolare, in Spagna, è andata sistematicamente crescendo fin dal 2014 e dal governo di centro destra di Rajoy. In quel 2014, Italia e Spagna assorbivano la stessa quota di immigrati regolari, 9 ogni 10 mila abitanti. Dieci anni dopo, in Italia sono scesi a 6,9 ogni 10 mila abitanti, in Spagna sono raddoppiati a 18,1 ogni 10 mila abitanti.
Anche qui, un confronto diretto è semplicistico. L’immigrazione aiuta l’economia, ma stressa la società. Per la Spagna è tutto più facile: il 44 per cento degli immigrati viene dall’America latina, parla la stessa lingua, ha letto gli stessi libri, ha fatto le stesse scuole. L’integrazione è, in larga misura, senza scosse, quasi per osmosi. Un altro 6-7 per cento viene da altri paesi extra Ue, ma europei, culturalmente omogenei. Gli immigrati (regolari) giunti in Italia nel 2024, invece, provengono per un terzo dall’Africa e per un terzo dall’Asia, solo per il 20 per cento dall’Europa.
Questo, tuttavia, vuol dire soprattutto che lo sforzo pubblico per accelerare l’integrazione deve essere più ampio e penetrante. Ma, in tutti i numeri che ci sono qui sopra, il più rilevante è 40 mila. Tanti sono stati gli immigrati regolari giunti l’anno scorso a lavorare in Italia. Eppure, il governo si era impegnato per 151 mila. Soprattutto, le imprese ne avevano bisogno di almeno 680 mila e tanti ne avevano richiesti. Ovvero, 17 volte di più di quanti ne siano effettivamente arrivati.
In questa inamovibile riluttanza a rispettare gli impegni non è difficile vedere il successo di una campagna psicologica all’insegna della ritrosia ad accettare l’immigrazione, anche quando è regolare, controllata e immediatamente impiegata. La burocrazia italiana è maestra nel rendere impraticabile quello che, sulla carta, è perfettamente legittimo. Qualcuno deve pur avere inventato l’attuale sistema per cui i consolati italiani, per lavorare le domande di immigrazione, devono ricevere prima il relativo nulla osta da parte delle prefetture. Però, il nulla osta ha una validità di soli sei mesi, spesso troppo pochi per arrivare alla erogazione del visto e bisogna ricominciare da capo.
E la burocrazia spagnola, invece? Ha preparato un apposito “Catalogo delle occupazioni difficili da coprire”, in modo che le domande relative possano essere sbrigate più in fretta. La differenza fra Sanchez e Meloni è (anche) questa.
Maurizio Ricci



























