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Home - Approfondimenti - La nota - Il paradosso dei metalmeccanici

Il paradosso dei metalmeccanici

17 Luglio 2015
in La nota

C’era una volta il contratto dei metalmeccanici. Un contratto il cui rinnovo costituiva, con intervalli fra l’uno e l’altro che andavano fra i due e i quattro anni, uno dei principali appuntamenti nel calendario sindacale del nostro paese.

Ciò dipendeva da tre fattori. Primo: la categoria dei metalmeccanici era di gran lunga la più forte tra quelle dell’industria; e ciò in un paese in cui il settore manifatturiero era il centro del sistema produttivo. Secondo: le relazioni sindacali interne al settore erano animate da alcuni dei veri protagonisti delle vicende sindacali nostrane: da un lato sindacati robusti e militanti come la Fiom-Cgil, la Fim-Cisl e la Uilm-Uil; dall’altro le grandi imprese private o a partecipazione statale come Fiat, Olivetti, Indesit, Lucchini, Marcegaglia, Ilva, Ansaldo, Fincantieri e via elencando. Terzo: i tavoli attorno a cui si svolgevano i negoziati nazionali o aziendali del settore erano luoghi che producevano innovazioni contrattuali che avrebbero poi avuto riflessi sulla contrattazione in altri settori e sulla stessa legislazione.

Il primo di questi fattori è tuttora valido e operante, mentre gli altri due, almeno in parte, sono venuti meno. Il contratto dei metalmeccanici del gennaio 1970 ebbe grande influenza anche oltre i confini della categoria, e perfino sullo Statuto dei diritti dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n.300). Ma già dall’inizio degli anni Novanta, con l’accordo Cgil, Cisl, Uil/Confindustria/Governo del 23 luglio 1993, si poté assistere al crescere dell’influenza dei chimici a discapito di quella dei metalmeccanici. L’inflazione programmata intesa come strumento di regolazione della crescita dei salari nominali, uno dei punti centrali dell’accordo, faceva parte del bagaglio concettuale dei primi, non dei secondi. Ma la vera crisi del contratto dei metalmeccanici dipende dall’indebolirsi del secondo fattore: quello legato alla forza dei protagonisti.

Cominciamo dal lato sindacale. L’ultimo contratto importante, specie in questo caso per ciò che riguardava la regolamentazione degli orari, risale a 16 anni fa: luglio 1999. Poi, dal 2001, è iniziata una lunga serie di accordi separati firmati da Fim e Uilm, ma non dalla Fiom, con l’importante eccezione di quello del gennaio 2008. Ora qualsiasi cosa si pensi sulle responsabilità di queste reiterate rotture, è comunque evidente che la divisione ha indebolito il fronte sindacale e la sua capacità di raggiungere risultati significativi. Va però ricordato che anche sul fronte datoriale si è verificata una grave rottura: quella che portò la Fiat a uscire da Confindustria e a non essere quindi presente nella delegazione che nel dicembre 2012 ha siglato il rinnovo del contratto di categoria attualmente vigente. E si tenga presente che quando si diceva Fiat, ora Fca e Cnhi, non si intendeva solo Fiat Auto, e qundi Fma, Sata, Sevel e Ferrari, ma anche Teksid, Comau, Magneti Marelli, Cnh (ex Fiat Trattori), Iveco e altro ancora.

Senza Fiat e Fiom, i duellanti che si sono confrontati lungo tutto il ‘900, tolta la pausa del ventennio fascista, la vicenda contrattuale metalmeccanica ha perso insomma i suoi principali protagonisti. Ma quando si è detto questo non si è ancora detto tutto.

Gli anni Sessanta del secolo scorso furono anni di sviluppo economico e, contemporaneamente, quelli in cui il movimento sindacale italiano costruì una forza che non aveva mai prima conosciuto. In quest’ambito, già a partire dal 1959, è indubbio che la categoria dei metalmeccanici, grazie anche al protagonismo di uomini come Giorgio Benvenuto (Uilm), Pierre Carniti (Fim), Bruno Trentin e Piero Boni (Fiom) e tanti altri, fu quella che diede il maggiore contributo alla costruzione dell’unità d’azione fra le tre grandi confederazioni sindacali: Cgil, Cisl e Uil.

Da tempo la situazione si è rovesciata: quella dei metalmeccanici è la categoria in cui le divisioni sindacali sono più forti. Da questo punto di vista, nel corso di questa settimana è stato addirittura stridente il contrasto fra gli sforzi unitari dei dirigenti confederali e la virulenza dello scontro fra quelli della maggiore categoria dell’industria.

Alle ore 20:30 di lunedì 13 luglio, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo si sono presentati davanti ai giornalisti, nella sala posta al sesto piano della sede nazionale Uil di via Lucullo, a Roma, per valorizzare al massimo gli esiti della riunione che li aveva visti impegnati a discutere per ore allo scopo di individuare i punti da cui ripartire per un’azione sindacale unitaria. E dunque, e intanto, da una parte la richiesta al Governo di un tavolo attorno a cui discutere delle modifiche da apportare alla legge Fornero in materia pensionistica; e dall’altra un’iniziativa comune per rendere la Ces (Confederazione europea dei sindacati) più capace di incidere sulle travagliate vicende dell’Unione europea. Salvo a proseguire da lì in avanti la non facile discussione sul modello contrattuale che tutte e tre le confederazioni intendono modificare anche se, rispetto al come, hanno ancora idee diverse.

Nelle stesse ore, fra sabato 11 e giovedì 16, si sono invece rincorsi e accavallati gli scambi di dichiarazioni reciprocamente e anche pesantemente polemiche fra Marco Bentivogli, Rocco Palombella e Maurizio Landini, ovvero i segretari generali, rispettivamente, di Fim, Uilm e Fiom. Con Bentivogli che accusa la Fiom di essere l’organizzazione che “rompe l’unità” e di presentare una “piattaforma solitaria”. E con la Fiom che replica accusando Fim e Uilm di “non voler discutere né con i lavoratori, né con” la stessa “Fiom”.

Tutto ciò suona abbastanza paradossale se si pensa che contemporaneamente, e cioè mercoledì 15, il presidente di Federmeccanica, Fabio Storchi, ha inviato una lettera ai tre suddetti segretari generali in cui afferma che “il contratto nazionale non può e non deve più determinare incrementi di costo”, mentre “la distribuzione della ricchezza aggiuntiva deve avvenire solo dove questa di fatto viene prodotta: in azienda”.

Federmeccanica dice, insomma, di voler rinnovare il contratto, ribadendo che ad esso spetta “un ruolo di garanzia e di tutela per le fasce più deboli”. Contemporaneamente, pare intenzionata a sottrarre allo stesso contratto nazionale il ruolo di strumento che determina eventuali crescite del potere di acquisto delle retribuzioni. Non si tratta di una quisquilia.

Ebbene, in questo stesso momento i tre maggiori sindacati della categoria non solo non riescono a trovare un’intesa, ma, addirittura, finiscono per costituire un problema per le tre rispettive confederazioni rispetto agli sforzi almeno parzialmente unitari di queste ultime.

Crisi a parte, per i metalmeccanici si prospettano tempi duri.

@Fernando_Liuzzi

redazione

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