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Home - Approfondimenti - Analisi - Il rapporto del gruppo di alto livello

Il rapporto del gruppo di alto livello

di Marco Biagi
28 Febbraio 2002
in Analisi

Marco Biagi – Ordinario di diritto del Lavoro – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

L’Agenda Sociale adottata al Vertice di Nizza del dicembre 2000 aveva sottolineato l’importanza delle relazioni industriali per portare a compimento con successo l’obiettivo strategico del vertice di Lisbona del marzo 2000: fare cioè della Unione Europea ‘l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica al mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile, con maggiori posti di lavoro di migliore qualità ed un maggior livello di coesione sociale’. Le parti sociali, in altri termini, venivano chiamate a svolgere un ruolo guida nel processo di gestione del cambiamento e di adattamento al nuovo contesto lavorativo.
A sostegno di tale processo, la Commissione aveva annunciato, già nella sua Comunicazione sull’Agenda in materia di politica sociale del 28 giugno 2000, la creazione di un Gruppo di alto livello, il quale sarebbe stato incaricato di condurre la riflessione sulle sfide di fronte a cui si sarebbero trovate le relazioni industriali nel processo di miglioramento della loro qualità. Una volta costitutito, compito del Gruppo di alto livello sarebbe stato quello di proporre raccomandazioni ai policy makers europei e alle parti sociali europee, tese a modernizzare le relazioni industriali e a massimizzare il loro contributo positivo al processo di gestione del cambiamento, suggerendo altresì specifici indicatori che dovrebbero facilitare il follow-up e la valutazione della modernizzazione nelle relazioni industriali e del loro positivo contributo alla gestione del cambiamento.
Quello qui di seguito pubblicato è appunto il Rapporto finale del Gruppo di Alto Livello sulle Relazioni Industriali e il cambiamento nella Unione Europea (d’ora in avanti: il Rapporto), reso pubblico come da mandato nel gennaio 2002.
Coerentemente con le indicazioni contenute nella Agenda sociale il Rapporto si incarica di indicare come le relazioni industriali possano contribuire a rispondere a tutte le principali sfide che l’Europa è chiamata ad affrontare: la globalizzazione, l’allargamento della Unione Europea, l’Unione Monetaria, l’innovazione tecnologica e la transizione a una economia basata sulla conoscenza, il mutamento del mercato del lavoro, il cambiamento demografico e i nuovi equilibri tra famiglia, lavoro e istruzione. Sebbene con formule spesso problematiche, nella consapevolezza della complessità delle questioni affrontate, il Gruppo di Alto livello ha dunque cercato di delineare i modi in cui gli attori delle relazioni industriali, ma anche i Governi nazionali, la Commissione e altri policy-makers, possono rispondere alle sfide appena menzionate e svolgere un ruolo trainante nella prospettiva della modernizzazione attraverso un significativo dialogo sociale, una maggiore partecipazione e una rinnovata partnership.
Da questo specifico punto di vista, il Rapporto rappresenta un tentativo di approfondimento di quanto già emerso dal Rapporto della Commissione Europea sulle Relazioni Industriali del marzo 2000 [1], che forniva una sorta di fotografia – per qualcuno invero sin troppo neutra e descrittiva [2] – dello stato delle relazioni industriali in Europa. Ed in effetti, sulla scorta del mandato ricevuto, il Gruppo di Alto Livello non esita a formulare valutazioni di merito e giudizi di valore, nonché a proporre raccomandazioni agli attori delle relazioni industriali chiamati a gestire il processo di cambiamento in Europa.
L’elemento caratterizzante che ha ispirato il mandato del Gruppo di alto livello è stata la nozione di ‘qualità’ nelle relazioni industriali [3].
In questa prospettiva, il Rapporto cerca di indicare:
1)      quale sarà il ruolo delle relazioni industriali nel nuovo contesto di una economia della conoscenza e quali partnership nuove o rinnovate saranno necessarie per gestire con successo il cambiamento, visto l’emergere di nuove forme di governance;
2)      quale sarà la portata e il contenuto delle relazioni industriali in una economia della conoscenza, e segnatamente quali saranno le nuove priorità e i nuovi temi che dovranno essere affrontati, in vista di un miglioramento della qualità delle relazioni industriali e di un loro positivo contributo alla gestione del cambiamento, anche nella prospettiva dell’allargamento della Unione Europea;
3)      quali strutture e procedure contribuiranno meglio a innalzare la qualità delle relazioni industriali e in che modo tali strutture e procedure possono essere implementate efficacemente a livello europeo.

Ripercorrendone brevemente la struttura, oltre alla introduzione, alle conclusioni e all’executive summary, il Rapporto è composto da una prima sezione volta a identificare le diverse sfide per le relazioni industriali e a segnalarne il grado di priorità. Ad essa seguono tre ulteriori sezioni portanti che rappresentano il nucleo centrale del Rapporto.
Un primo capitolo, che rappresenta il primo pilastro del Rapporto, affronta la questione di come rinnovare l agenda europea delle relazioni industriali. In esso viene delineato un quadro generale degli strumenti utilizzabili dagli attori delle relazioni industriali per rafforzare la competitività e l’innovazione, ma anche per conseguire l’obiettivo della coesione sociale. I temi trattati in questa sede attengono alla flessibilità salariale, all’apprendimento permanente e alla formazione di competenze specifiche, alle nuove forme contrattuali e di organizzazione del lavoro, alla politica di genere, alla protezione e inclusione sociale anche in funzione del processo di adeguamento dei Paesi candidati.
Un secondo capitolo analizza i rapporti tra relazioni industriali e Governance. In esso viene discussa sia la connessione tra contrattazione collettiva e dialogo sociale sia l’interazione tra attori delle relazioni industriali e politiche nazionali del lavoro e della occupazione. Sotto il primo profilo, coincidente con i rapporti bilaterali, vengono delineati compiti e funzioni della contrattazione collettiva a livello locale e nazionale di categoria e le relative interrelazioni con il livello comunitario. Nella seconda prospettiva viene delineato un nuovo approccio al tripartitismo, nella sua dimensione locale, nazionale ed europea.
Il terzo ed ultimo pilastro che sorregge il nucleo centrale del rapporto affronta infine la questione cruciale di come migliorare il ruolo delle relazioni industriali nella Unione Europea e si articola a sua volta in cinque segmenti: 1) come potenziare i processi in materia di relazioni industriali a livello europeo; 2) come rafforzare gli strumenti delle relazioni industriali a livello europeo; 3) come attivare in processo di benchmarking della qualità delle relazioni industriali; 4) come sfruttare le sinergie; 5) come garantire un approccio completo nei confronti del cambiamento.
Attingendo alle prassi e alle tendenze presenti nei diversi Paesi e nella Unione Europea per far fronte alle sfide del cambiamento (id est le sfide della modernizzazione), il Rapporto elabora i contenuti possibili di una nuova agenda per le relazioni industriali, che si può sviluppare a livello europeo, nazionale e locale.
Uno sforzo particolare è diretto a evidenziare come le relazioni industriali, condotte a livello europeo, possono migliorare la gestione del cambiamento rinnovando i contenuti e gli strumenti a disposizione e rafforzando responsabilità, sensibilità e rappresentanza: con la razionalizzazione delle procedure di consultazione e concertazione, creando un unico Comitato al più alto livello politico; con lo sviluppo del dialogo sociale bilaterale, facendo pieno ricorso ad una vasta gamma di strumenti sulla scorta di un programma di lavoro congiunto; con l’incentivazione del dialogo sociale di categoria, come potente strumento per affrontare problemi specifici e realizzare lo scambio di best practices; con l’offerta di nuovi mezzi a sostegno del dialogo sociale, mezzi particolarmente necessari nei Paesi candidati.
Al di là dei singoli contenuti, è evidente come il Rapporto presupponga una scelta di campo, che è quella di cambiare le relazioni industriali. A gli attori delle relazioni industriali, ai Governi nazionali, alla Commissione e in generale ai policy makers spetta ora il compito di mettere a frutto, nel rispetto delle diversità nazionali, che sono poi la ricchezza della Europa, le proposte innovative, certamente tali da suscitare forti perplessità oltre che apprezzabili consensi, formulate dal Gruppo di Alta Riflessione.

 

 

 


 






[1] COM(2000) 113 final.



[2] Sul Rapporto della Commissione Europea sulle Relazioni Industriali del 3 marzo 2000 cfr. il dibattito organizzato dal Centro Studi Internazionali e Comparati dell’Università di Modena e Reggio Emilia su Towards a European Model of Industrial Relations? – Building on the first Report of the European Commission, Modena 1-2 dicembre 2000, in cui atti sono pubblicati a cura di M. Biagi per i tipi di Kluwer Law International.



[3] In tema cfr. M. Biagi, Competitività e risorse umane: modernizzare la regolazione dei rapporti di lavoro, in q. Rivista, 2001, I, p. 257 ss. Più recentemente: M. Biagi, O. Rymkevitch, M. Tiraboschi, Literature Review on ‘Europeanisation’ of Industrial Relations, especially the Quality of the European Industrial Relations benchmarked in the global perspective, ricerca condotta per la Fondazione di Dublino sul miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, in Collana ADAPT, n. 4/2002.

(In Documentazione il testo del rapporto)

Marco Biagi

Marco Biagi

Ordinario di diritto del Lavoro – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

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