La politica nell’età dell’algoritmo è uguale alla politica di sempre, solo con il turbo. Non c’è bisogno di scomodare Gramsci per dire che il punto è, comunque, la conquista dell’egemonia. La battaglia senza quartiere che Giorgia Meloni e le sue truppe stanno conducendo per occupare tv (i giornali non li legge più nessuno), festival, teatri, musei, cinema, mostre d’arte e sagre di paese è l’eterna lotta per governare ciò che la gente pensa e, ancor prima e ancor più cruciale, di cosa pensa e come: alla fine, le idee degli elettori contano meno delle loro emozioni.
E’, da sempre, una fatica di Sisifo, mai compiuta, in cui l’adesione ad una proposta, ad un programma, è molto più facile da ottenere e molto meno decisiva della condivisione della stessa idea del mondo. In questo senso, i politici ricominciano, in qualche modo, sempre da capo. Fino a ieri, però. I social e i loro algoritmi stanno cambiando tutto e si stanno rivelando gli strumenti completi e perfetti dell’egemonia: con il vantaggio che la si può palpare e contare (a forza di like) giorno per giorno.
Per il mestiere che faccio, il mio menu di social è, necessariamente, vario, variegato, esplorativo, fluttuante. Ma specificamente, il mio You Tube è destinato a hobbies e svaghi. Apriamo, dunque, la mia home page su You Tube e cosa troviamo? Una raffica di album e concerti jazz (anni ‘50, per lo più), schiere di highlights e partite di rugby (anche di remoti tornei delle scuole sudafricane), molte storie di cani randagi salvati e sistemati, le ultime sull’Inter, cortometraggi che hanno vinto premi internazionali. Più (vedi sopra) qualche notizia. Ma se l’Italia ha perso 6 a zero con le isole Comore, se John Lennon è risorto e i Beatles fanno un concerto a Roma, se Donald Trump sposerà in terze nozze la figlia di Putin, io, almeno su You Tube, non lo vengo a sapere. L’algoritmo ha registrato le mie richieste e mi serve quello che pensa io voglia. Niente di meno e, anche, poco di più. Lasciamo ai sociologi il dibattito se questo sia un po’ come aver ordinato una volta a Glovo involtini primavera e ritrovarsi ogni sera sulla porta involtini primavera. E chiediamoci, invece: in un mondo in cui buona parte degli elettori, in particolare i più giovani, vive solo sui social, che succede, applicando questo schema alla politica e, in particolare, smanettando un po’ l’algoritmo, come certamente fa, ad esempio, Elon Musk su Twitter (X)?
La prova l’hanno fatta due giornalisti di Axios, un influente sito americano. Ambedue trentenni, un uomo e una donna, hanno aperto i rispettivi account su Tik Tok (dove naviga il 60 per cento degli americani under 30), seguendo i più noti influencer trumpiani . All’inizio, hanno avuto da Tik Tok quello che si aspettavano: comizi di Trump, clip di podcast e talk show allineati, qualche inserto di Fox News (da sempre allineata con il movimento del presidente). Ma, scrivono, “bagnate l’alluce e, nel giro di un’ora, l’algoritmo vi afferra la caviglia”. Il giornalista maschio si è ritrovato con un flusso costante di clip sulla mascolinità, forza, resistenza, crisi della virilità. La donna con un parallelo – ma totalmente indipendente e mutuamente esclusivo rispetto a quello dell’uomo – flusso sull’etica dell’aborto, l’importanza del matrimonio e della maternità. Tutta roba che nessuno dei due aveva chiesto e che l’algoritmo ha fornito di sua iniziativa.
In altre parole, l’algoritmo non si limita ad assecondare le inclinazioni politiche, ma fornisce un intero pacchetto socio-culturale, che consolida e cementa la scelta ideologica. Trump ti incuriosisce per la questione delle tariffe e ti ritrovi schierato sul tema trans.
Il risultato di questa danza degli algoritmi è che la polarizzazione dell’elettorato, che già vincola la politica a scelte pregiudiziali e alla negazione del dibattito, si allarga al di là della politica, alla società, alla cultura, finendo per disegnare e blindare due paesi diversi, distanti e incomunicanti, perché pensano e sognano cose diverse, distanti, spesso conflittuali. L’effetto lo vediamo nell’irrigidimento dei due schieramenti negli Usa, ma anche in Italia con lo svuotamento dello spazio storico del Centro. I malati di politica possono chiedersi se un ritorno a tutto tondo del proporzionale potrebbe invertire la tendenza.
Maurizio Ricci

























