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Home - Approfondimenti - Analisi - La rappresentanza alla prova delle sfide del XXI secolo

La rappresentanza alla prova delle sfide del XXI secolo

di Michele Buonerba
2 Settembre 2019
in Analisi

La rappresentanza sociale vive certamente una crisi di ruolo, ma non di numeri. Sono ancora milioni i cittadini che si associano alle organizzazioni del lavoro e dell’impresa. Rispetto al passato la differenza si riscontra nella partecipazione attiva alla vita democratica interna ed esterna: si paga la quota sociale, ma non si partecipa attivamente ai congressi, alle trattative, alle manifestazioni e né tantomeno si sciopera in massa. Se si considera che meno di un italiano su cinque dichiara di avere fiducia nei partiti e due su tre pensano che la democrazia funzioni male e che i partiti siano superati, allora crediamo che per la rappresentanza sociale ci siano degli spazi piuttosto evidenti per recuperare il ruolo perduto.

L’aspetto centrale per tornare a contare come in passato passa dal recupero della voglia di partecipazione da parte di iscritti e delegati, ma questa deve essere effettiva e percepita come un valore da parte della dirigenza. L’associato dovrebbe contare non solo perché ha un accesso agevolato ai servizi, ma soprattutto perché dovrebbe trovare nella sua organizzazione le risposte a quei bisogni che la politica, a qualsiasi livello, non è più in grado di soddisfare soprattutto per la scarsità di risorse e una selezione non propriamente legata alle competenze. In una società complessa le soluzioni semplici le può dare chi cerca il consenso attraverso slogan di facile appeal rispondendo agli istinti percepiti attraverso i sondaggi. La volatilità del consenso elettorale si spiega anche con l’incapacità della classe dirigente di produrre risultati significativi. D’altronde la “sondocrazia” non permette di sviluppare quell’autorevolezza che sarebbe necessaria per cambiare passo. La nascita di nuove élite riconosciute come tali potrà avvenire solo in un contesto nel quale la società organizzata sia in grado di selezionarle per riottenere quel riconoscimento che oggi, obiettivamente, risulta perlomeno messo in discussione.

Le priorità degli italiani sono il lavoro e l’economia (75%), il welfare (38%), l’immigrazione (37%), la sicurezza (24%), ambiente (8%) e mobilità (5%)[1]. Si tratta di molti ambiti nei quali le parti sociali potrebbero dare delle risposte concrete se solo riuscissero a cambiare le modalità con le quali si rappresentano alla società.  Indubbiamente andrebbe promossa una semplificazione nel panorama delle sigle che sono rimaste le stesse dall’epoca delle ideologie. Nei mesi scorsi si è tornato a parlare di unità sindacale, ma lo si è fatto con l’approccio dello slogan e soprattutto unilateralmente e attraverso i media. Sarebbe stato molto più utile aprire una discussione interna, senza i clamori dell’esposizione esterna. Le ragioni che portano alla necessità di procedere in tal senso non sono storiche o ideologiche: sono dovute al fatto che i lavoratori e i pensionati si dovrebbero rappresentare in modo nuovo perché i bisogni di una società che invecchia, che è fortemente frammentata e nella quale le disuguaglianze stanno divenendo abissali, richiedono una nuova forma di aggregazione degli interessi che porti al recupero della dimensione di comunità considerando che questi sono ormai trasversali da un punto di vista generazionale. Per questa ragione se qualcuno pensa di limitarsi a sommare l’esistente in un nuovo soggetto che assomigli all’attuale rischierebbe di creare un pachiderma incapace di dare quelle risposte che dalla società emergono. Il sindacato nuovo dovrebbe essere organizzato per rappresentare il lavoro all’interno dei nuovi cicli produttivi che sono flessibili, in continuo mutamento e spesso si discostano anche in modo significativo da quelli del Novecento. Per farlo dovrebbe rivedere gli assetti delle attuali categorie e conseguentemente essere in grado di incidere al fine di fondare un nuovo modello contrattuale che in termini sia quantitativi che qualitativi sia in grado di migliorare le condizioni di lavoro e conseguentemente distribuire meglio il reddito anche attraverso i servizi. La quantità dipende dalla certezza del diritto nell’ambito di applicazione degli accordi collettivi che non può prescindere dalla regolamentazione oggettiva della rappresentanza. Oggi l’evasione dall’applicazione della contrattazione collettiva è molto più diffusa di quanto si pensi. La qualità dipenderà invece dalla capacità che gli accordi avranno di soddisfare i bisogni e le ambizioni delle persone. Essi ormai non sono più legati al solo posto di lavoro, ma dipendono dalla qualità della vita dell’ecosistema territoriale nel quale si vive. L’invecchiamento della società renderà la conciliazione lavoro-famiglia una priorità da risolvere attraverso reti di welfare efficienti. Sarà necessario mettere a sistema la previdenza complementare, la sanità integrativa, i servizi socio sanitari finanziati attraverso gli accordi di produttività e la formazione continua perché il nostro è un paese dalle competenze troppo basse. Immaginare che questo obiettivo si possa centrare in un contesto nazionale è un’illusione e le risultanze di cui disponiamo lo confermano. Se invece ponessimo al centro delle nostre attenzioni i territori con le loro specificità, potremmo ricostruire quel senso di comunità che è andato perso e le parti sociali potrebbero gestire il processo di implementazione proprio attraverso la contrattazione a livello locale che a quel livello da settoriale dovrebbe divenire interconfederale. All’ambito nazionale rimarrebbe la definizione delle cornici entro le quali sviluppare il lavoro di prossimità, ma gli interventi relativi al rapporto di lavoro in senso stretto dovrebbero permanere di sua esclusiva competenza.

Nel paese c’è una grande domanda di rappresentanza sociale, ma questa, per essere efficacie, dovrebbe essere partecipata e sentita come lo strumento necessario attraverso il quale tornare a rendere le comunità il centro della vita sociale delle persone. Un nuovo grande sindacato confederale che sappia coinvolgere gli associati nelle politiche che implementa e che sappia rinnovarsi nella direzione che abbiamo descritto, pare ormai imprescindibile. Anche per incentivare chi rappresenta l’impresa ad intraprendere un percorso analogo nell’interesse del paese.

Michele Buonerba


[1] Rapporto IPSOS 2018

Michele Buonerba

Michele Buonerba

Segretario generale Cisl dell’Alto Adige

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