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Home - Approfondimenti - Analisi - L’accordo del ‘92 non fu una partita a scacchi

L’accordo del ‘92 non fu una partita a scacchi

di Giuseppe Casadio
6 Settembre 2016
in Analisi

C’è un passaggio, nell’impegnata ricostruzione della personalità e delle fondamentali scelte politiche di Bruno Trentin, fatta da Giuliano Cazzola su Il diario del lavoro, che non so se definire “reticente” o, piuttosto, strumentale quanto serve ad altri aspetti e vicende interni alla narrazione medesima.

Mi riferisco a come Giuliano legge in parallelo e motiva specificamente la vicenda del 1992 (accordo con il Governo Amato e successive dimissioni di Trentin da Segretario Generale) e l’accordo del 1993 con il Governo Ciampi. Chi scrive non faceva parte, in quel periodo, della Segreteria Confederale, ma ricopriva l’incarico di Segretario Generale della CGIL Regionale dell’Emilia Romagna e di membro dell’Esecutivo Nazionale, organismo allora esistente e chiamato dallo stesso Bruno Trentin a fungere da “delegazione trattante” nel confronto con il Governo in carica, sia nel ’92 che nel ’93.

Confermo che nel luglio ’92 fu Trentin stesso, prima di recarsi all’incontro definitivo con il Governo, a sollecitare all’Esecutivo, riunito in Corso d’Italia in forma permanente in qualità di delegazione trattante,un mandato a siglare una intesa solo a condizione che essa contenesse una contropartita effettiva alla sostanziale definitiva rinuncia all’automatismo salariale (scala mobile). La contropartita avrebbe potuto essere il riconoscimento formale, da parte tanto del Governo che di Confindustria, dei “due livelli di contrattazione”. Quel che avvenne fu, semplicemente, che l’unico oggetto del confronto definitivo fu la scala mobile, e su questo soltanto si definì l’ipotesi di accordo a cui seguirono le dimissioni di Trentin, consapevole di non aver potuto tener fede ai vincoli che, egli stesso, aveva sollecitato ed assunto di fronte al proprio organismo dirigente.

In realtà le dimissioni di Bruno, così motivate, furono formalizzate la mattina seguente, dopo che nella notte la maggioranza del Comitato Esecutivo aveva votato una mozione che respingeva l’intesa proprio in ragione dei deliberati pomeridiani, sollecitati dallo stesso Trentin.
Risolvere quel passaggio della vita della organizzazione, così traumatico e senza precedenti, descrivendolo come una sorta di partita a scacchi fra singole personalità (Trentin, Del Turco…) mi pare, appunto, riduttivo e, in fondo, poco rispettoso di quei milioni di iscritti, quadri, dirigenti intermedi, che si sentivano e si manifestavano tutt’altro che estranei alla partita aperta e ai suoi contenuti.

Tant’è che dal Direttivo di settembre, in cui Trentin, sollecitato dalla grandissima maggioranza, ritirò le dimissioni, si avviò il cantiere di una nuova piattaforma, che nel luglio successivo (’93) portò all’intesa unitaria con il Governo Ciampi. La differenza fra i due documenti (’92 e ’93) fu proprio su quel punto: il superamento definitivo dell’automatismo salariale nel ’92 era senza contropartita alcuna; nel ’93 si formalizzò e strutturò il doppio livello di contrattazione. Nel ’93 si compì uno scambio congruo, tipico della pratica sindacale; nel ’92 si era solamente subita una scelta di governo, forse necessaria, ma senza alcuna contropartita.

Insisto, dunque: non fu una partita a scacchi consumata fra poche persone, alle spalle di qualche altro milione di interessati, ma inconsapevoli, usati come massa di manovra. Nè si trattò (soltanto) di una partita fra le componenti politiche (comunisti vs socialisti). Nella grande struttura in cui personalmente operavo (CGIL Emilia Romagna) non ci fu alcun significativo dissenso rispetto alla posizione da me assunta nel ’92 con un esplicito e motivato voto in dissenso rispetto alla firma dell’accordo. Nemmeno fra i dirigenti socialisti. Così come pressochè unanime fu, un anno dopo, il voto di consenso all’accordo con il Governo Ciampi.

Giuseppe Casadio

Giuseppe Casadio

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