Non un semplice luogo di analisi, ma uno spazio di impegno concreto, capace di tenere insieme studio, proposta e azione. È con questa ambizione che è stato presentato in Campidoglio il nuovo Osservatorio antimafia del Lazio, promosso dalla Cgil Roma Lazio, dal sindacato di polizia Silp Cgil Roma Lazio, da Libera, da DaSud MediaCivico, da Tempi Moderni, dalla Rete degli Studenti, da Franco La Torre e Giuliano Benincasa e presentato martedì 31 marzo in Campidoglio. Una platea ampia e trasversale, segno di una consapevolezza ormai diffusa: il fenomeno mafioso nel Lazio è profondamente intrecciato al tessuto sociale ed economico del territorio e richiede, per questo, un contrasto permanente.
L’idea condivisa, infatti, è che le mafie non siano entità isolate, ma sistemi capaci di inserirsi nelle dinamiche ordinarie della società, adattandosi e trasformandosi. Da qui la necessità di uno strumento stabile come l’Osservatorio, pensato non come duplicazione di esperienze già esistenti, ma come punto di connessione e rafforzamento.
Nel suo intervento, Franco La Torre, già presidente di Libera e figlio di Pio La Torre, ha insistito su questo aspetto definendo l’Osservatorio «un atto dovuto». Richiamando i cinquant’anni dalla relazione di minoranza della prima Commissione antimafia, ha ricordato come la mafia sia un sistema relazionale, capace di interagire con pezzi della classe dirigente (richiamando anche la plastica immagine della cena ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni) e di leggere in anticipo le trasformazioni del territorio. È proprio questa capacità di adattamento a renderla particolarmente insidiosa. Per contrastarla è necessario partire da tre assi fondamentali — lavoro, giustizia sociale e impresa — diritti che le mafie tendono quotidianamente a piegare. In questo senso, la Costituzione resta la principale arma di lotta e da qui anche l’appello a rendere l’Osservatorio una struttura permanente della consiliatura capitolina.
Giuliano Benincasa, ricercatore in studi sulla criminalità organizzato all’Università di Bologna, ha posto l’accento sul ruolo dell’accademia, a lungo rimasta ai margini del dibattito pubblico sul fenomeno mafioso. Oggi, invece, diventa centrale per decifrare identità, linguaggi e strategie delle organizzazioni criminali. Riprendendo una celebre intuizione di Sciascia sullo “sconfinamento oltre la linea della palma”, Benincasa ha descritto il Lazio come un vero e proprio laboratorio criminale, crocevia di interessi economici e politici, dove si insediano anche forme non tradizionali di criminalità organizzata. In questo contesto, ha avvertito, pesa anche una narrazione distorta, spesso spettacolarizzata, che alimenta una distanza tra verità giudiziaria e percezione pubblica. L’Osservatorio può contribuire a colmare questo divario, offrendo una lettura più organica e consapevole.
Per la presidente dell’Assemblea capitolina, Svetlana Celli, il punto centrale è la costruzione di una rete ampia e inclusiva, auspicando che l’osservatorio incarni proprio questi obiettivi di fondo. La mafia, ha detto, si combatte facendo rete, trasformando la collaborazione tra soggetti diversi nella più efficace forma di risposta. Accanto alla repressione, resta fondamentale la prevenzione, che passa anche dalla rigenerazione sociale dei territori. In questo quadro, il lavoro assume un ruolo decisivo, così come la capacità di offrire ai giovani una prospettiva concreta, alimentando una cultura della speranza e del buon governo.
Il tema del lavoro è centrale anche nell’intervento di Giovanni Gioia, funzionario della Cgil Roma Lazio: per le mafie, infatti, si tratta di una variabile da comprimere, soprattutto lungo le filiere degli appalti, dove si concentrano sfruttamento e violazioni della sicurezza. L’Osservatorio dovrà quindi produrre conoscenza condivisa, rendendo visibili fenomeni spesso nascosti; non sovrapponendosi ad altre esperienze, ma collaborando per rafforzarle, con l’obiettivo di estendere progressivamente il lavoro a tutto il territorio regionale. La mafia, ha sottolineato, non è un fenomeno esterno alla società, ma qualcosa che attraversa la quotidianità e riguarda tutti. Da qui l’importanza di un impegno diffuso, che parta anche dalle pratiche quotidiane.
Un’esigenza ribadita anche da Vito Foderà dell’associazione DaSud MediaCivico, che ha parlato della necessità di sviluppare uno sguardo “multifocale” sul fenomeno mafioso, capace di tenere insieme livelli diversi di analisi. L’Osservatorio, in questa prospettiva, rappresenta un punto di partenza per ripensare anche le pratiche dell’antimafia e del concetto stesso di mafia, evitando il rischio di restare ancorati a schemi del passato. Non è mancata una riflessione autocritica: spesso, ha osservato, le difficoltà di collaborazione tra i soggetti impegnati nel contrasto sono maggiori di quelle incontrate dalle stesse organizzazioni criminali.
Alfredo Borrelli, di Libera Lazio, ha richiamato il valore della memoria e delle esperienze già maturate, come la legge sull’utilizzo sociale dei beni confiscati, indicando nella Costituzione — in particolare negli articoli 1, 3 e 41, evocati anche da La Torre — la bussola per orientare l’azione dell’Osservatorio. Una bussola che deve guidare una lettura aggiornata e tempestiva della realtà.
Sul versante della magistratura, Rocco Maruotti ha chiarito la complementarità tra il lavoro giudiziario e quello dell’Osservatorio: se la magistratura interviene quando il fenomeno è già emerso, strumenti come questo possono agire prima, intercettando segnali e dinamiche. In una città come Roma, dove la presenza mafiosa è meno visibile ma non meno radicata, questa funzione diventa particolarmente importante. L’impegno dell’Associazione nazionale magistrati, ha assicurato, sarà concreto e non formale.
Un concetto ripreso anche da Gaspare Sturzo, presidente della Commissione Legalità dell’ANM, che ha invitato a diffondere una cultura della legalità capace di cogliere la vera natura delle mafie contemporanee: non tanto quella violenta e visibile, quanto quella silente, integrata nell’economia legale, alimentata da attività come il narcotraffico e il commercio ad alto valore.
Il tema del lavoro è tornato con forza nell’intervento di Alberto Baldazzi, che ha proposto una lettura strutturale dello sfruttamento. La mafia, ha osservato, non inventa questi meccanismi, ma li eredita e li utilizza all’interno di un sistema economico “legalizzato” che già li produce. Dalla gig economy all’agricoltura, fino alle dinamiche migratorie, emerge un intreccio tra legalità e illegalità che rende ancora più urgente un intervento sistemico, anche sul piano normativo.
Uno sguardo interno alle istituzioni è arrivato da Massimo De Angelis, segretario generale del Silp Cgil, che ha evidenziato le difficoltà vissute dalle forze di polizia, tra bassi salari e condizioni di lavoro complesse. Un indebolimento che rischia di incidere anche sulla capacità di contrasto alle mafie, rendendo necessario un rafforzamento complessivo dell’apparato.
A chiudere, l’intervento di Bianca Piergentili, coordinatrice regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio, che ha riportato al centro il ruolo dei giovani, non come semplici destinatari, ma come protagonisti attivi del cambiamento. L’antimafia, ha detto, è innanzitutto una questione di giustizia sociale e deve essere affrontata con uno sguardo intersezionale, capace di includere e dare opportunità. Anche attraverso il riuso dei beni confiscati, che possono diventare spazi di emancipazione e partecipazione.
Dall’incontro emerge un’idea chiara: l’Osservatorio antimafia del Lazio vuole essere uno strumento operativo, capace di trasformare l’analisi in azione e la conoscenza in cambiamento concreto. Perché, come più volte ribadito nel corso della mattinata, senza lavoro dignitoso non c’è libertà, e senza libertà non c’è democrazia.
Elettra Raffaela Melucci

























