Le ricorderemo a lungo le elezioni di domenica scorsa. Perché hanno letteralmente cambiato l’Italia. Non tanto per la forte crescita del Pd o l’arretramento del 5 stelle o l’offuscamento forse definitivo di Berlusconi, fatti peraltro molto rilevanti, ma perché sembra che da quel giorno tutto il paese sia percorso da una gran voglia di fare, come se ci sia stata una vera, profonda cesura tra il prima e il dopo. Voglia di fare e voglia di cambiare. Quel 40,8% di Matteo Renzi ha scatenato una fame di novità, tutti si scoprono pronti a innovare, a sperimentare. Non c’è più tempo per le attese, si vuole correre, come ci fosse la consapevolezza che si può arrivare a un risultato e a un risultato importante. E quindi via il vecchio, via le abitudini anche se consolidate. Non è solo la voglia di saltare sul carro del vincitore, è qualcosa di più forte.
E’ un’occasione irripetibile che l’Italia non deve farsi sfuggire, perché può rappresentare la molla per fare quello che finora per una ragione o l’altra non siamo mai stati capaci di fare. L’assemblea di Confindustria e quella della Banca d’Italia hanno offerto la conferma di questa sensazione, palpabile peraltro fin dalle prime ore di lunedì. L’accento è stato messo sia da Giorgio Squinzi che da Ignazio Visco sulle riforme da fare, subito, senza più attendere. Riforme profonde, se possibile anche al di là del perimetro già indicato dal premier.
E’ sintomatico come Squinzi abbia riconosciuto il primato della politica, limitandosi nella sua relazione all’assemblea degli industriali a chiedere che il governo faccia le riforme. Senza avanzare precise richieste, senza proporre la sua organizzazione come partner di queste riforme. Ha riconosciuto il primato della politica, ma soprattutto ha cancellato il ruolo politico che Confindustria ha sempre avuto negli anni che l’abbiamo conosciuta forte e capace. Anche al sindacato il presidente degli industriali ha rivolto un invito a cambiare, non atteso usuale considerando che con lo stesso sindacato ha firmato una serie di importanti accordi fino a qualche mese fa, si deve credere con soddisfazione, perché altrimenti non li avrebbe sottoscritti, mentre invece è stato proprio lui il motore di questi accordi. E adesso si rivolge ai sindacalisti chiedendo di abbandonare “eterne liturgie”, evidentemente tali da ostacolare la rapida corsa che deve essere fatta per arrivare a una nuova contrattazione, tutta diversa dal passato.
Insomma, forse si è affacciata una nuova Italia, dove tutti si danno da fare, tutti vogliono arrivare a risultati di rilievo e per questo sono pronti a tutto. Un miracolo, positivo, perché sembra sia finalmente arrivata quella sferzata di energie che serviva per scuotere le apatie, i timori, le incertezze che finora ci hanno legato le mani. Basterà per avere davvero i risultati sperati? Sperare non costa nulla e del resto l’appannamento che il paese sta subendo da tanti anni ci mortificava troppo. Abbiamo un leader forte di un consenso vasto, praticamente senza concorrenti, con una gran voglia di riuscire. A volte è bastato molto meno di questo per arrivare a risultati importanti. Si parla tanto del periodo della ricostruzione, quando gli italiani, anche se stremati dalla guerra e poveri come non lo erano mai stati da decenni, sono riusciti a risorgere facendo grande il nostro paese. Che c’era allora? Appunto questa voglia di non stare fermi, di procedere, di correre, di recuperare il tempo perduto. C’era una classe dirigente coi fiocchi, come non abbiamo più avuto, è vero, ma anche gli uomini vengono quando la congiuntura politica e sociale passa per determinati punti e quello che stiamo vivendo oggi potrebbe essere quello giusto. Forse possiamo davvero cominciare a parlare di nuovo Rinascimento.
Il diario del lavoro ha seguito con grande attenzione i fatti di questa settimana, proprio nella consapevolezza della trasformazione in atto nel paese. Ai risultati elettorali è dedicato un editoriale di Nunzia Penelope, all’assemblea di Bankitalia altri due articoli di commento, di Massimo Mascini e ancora di Nunzia Penelope.
Continua l’indagine de Il diario del lavoro sul mestiere prossimo venturo del sindacato. Stavolta la parola è alle imprese, il giornale ha intervistato Sabina Valentini, responsabile lavoro di Confcooperative, e Marco Mondini, capo del personale di Electrolux.
Contrattazione
E’ stato raggiunto in settimana un accordo alla A2A sulla mobilità. Un altro accordo è stato firmato alla Iveco, solo da Fim e Uilm, per la mobilità di 65 lavoratori. Congiuntura negativa invece per i 190 dipendenti dello stabilimento di Carini della Keller, per i quali è stata avvia la procedura di licenziamento dopo che la Talgo, un’azienda spagnola, ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisto di questo stabilimento. Inoltre è stato aperto un tavolo nazionale sul settore siderurgico al Mise, nel quale è stato calendarizzato un tavolo tecnico per il prossimo mese.
Opinioni
Il diario del lavoro pubblica due Opinioni, la prima di Francesco Buccellato, che si sofferma sul problema del lavoro forzato, al centro due settimane fa di un convegno alla Sapienza di Roma, mentre Maurizio Ricci, editorialista di Repubblica, parla del contributo, determinante, che le start up hanno sulla nuova occupazione.
Note
Su Il diario del lavoro un articolo che riferisce dei risultati dell’ultima indagine trimestrale di Federmeccanica e un’altra nota, di Fabiana Palombo, sul tema della disoccupazione degli over 50 e sulle conseguenze che ne vengono per la disoccupazione dei giovani che non possono contare sui genitori come prima.
Documentazione
E’ possibile leggere su Il diario del lavoro, oltre al testo dell’accordo per la A2A e l’accordo Iveco, le relazioni che hanno tenuto Giorgio Squinzi all’assemblea di Confindustria e Ignazio Visco a quella di Bankitalia.



























