In Italia la piaga della disoccupazione non è un problema circoscritto soltanto ai giovani. Anzi, è soprattutto la generazione precedente a doversi confrontare, senza averne gli strumenti adeguati, con precarietà, assenza di lavoro e con le scarse risorse destinate dallo Stato ai sussidi per i non occupati. Ma c’è di più. La critica condizione vissuta dai lavoratori over 50, infatti, tenderebbe a ripercuotersi sugli stessi giovani, i quali, in un prossimo futuro, potrebbero ritrovarsi privi del sostegno economico finora offerto loro dal proprio nucleo famigliare.
Sebbene si sarebbe portati a credere il contrario, alcuni studi dimostrano come, a partire dal 2010 e per i successivi tre anni, l’aumento del tasso di disoccupazione che ha interessato i cinquantenni è stato di tre volte superiore a quello, comunque preoccupante, riguardante i giovani (36,6% per quelli compresi tra i 15 e i 24 anni).
E le più recenti normative sul lavoro non sembrano aver risollevato le sorti di questa categoria di lavoratori. Stando a un’inchiesta di pagina99, infatti, la riforma Fornero del gennaio 2013, cancellando la mobilità ed aumentando l’età di pensionamento, avrebbe aumentato le probabilità per gli anziani di rimanere senza lavoro e senza pensione. Altro dato critico, relativo alla stessa riforma, è quello legato alla riduzione della durata dell’indennità di disoccupazione (Aspi) a 8 mesi, la quale spesso risulta essere inferiore a quella del periodo di disoccupazione.
Sono quindi i lavoratori over 50 ad essere colpiti più gravemente dallo stato di mancanza di occupazione in Italia, in quanto, come spiega Michele Raitano, economista esperto degli effetti economici dell’invecchiamento e ricercatore di politica economica all’UniversitàLa Sapienza, “se le imprese ne hanno la possibilità, sono i primi a essere tagliati e poi difficilmente trovano un altro lavoro”.
Questi, spiega il ricercatore, sono infatti più svantaggiati, rispetto ai giovani, nel trovarne un nuovo lavoro, in quanto “in genere hanno qualifiche e titoli di studio più bassi”. Lo svantaggio consisterebbe nell’essersi ritrovati a cavallo fra due diverse “ere lavorative”: quella precedente, in cui la richiesta di lavoro era talmente alta da poter permettere di terminare anzitempo il proprio percorso educativo, e quella odierna in cui la richiesta è notevolmente diminuita, mentre l’età in cui si trova il primo lavoro, notevolmente aumentata.
Ma la condizione delle due categorie di lavoratori non sono da considerarsi autonomamente. Lo stato di disoccupazione del nostro paese, infatti, sta mettendo in crisi il funzionamento di quella rete di rapporti economici “informali”, ossia alternativi a quelli statali, che lega la generazione dei padri a quella dei figli e che consiste nella possibilità dei primi di rappresentare per i secondi una risorsa di sussidio economico.
Nel 2010, ad esempio, secondo un’elaborazione di Vincenzo Scrutinio per neodemos.it (libera associazione di studi demografici), una famiglia su tre con capofamiglia giovane (tra i 24 e i 35 anni) e in cerca di prima occupazione, ha ricevuto un trasferimento di denaro da parte di parenti o amici. Lo stesso vale per il 40% delle famiglie con capofamiglia giovane e disoccupato.
La conclusione dell’inchiesta svolta da pagina99 è che “l’attuale aiuto delle generazioni precedenti alle nuove generazioni con figli verrà meno” e che “alla lunga il sistema arriverà al collasso: chi avrà il lavoro potrà mantenere una vita attiva, gli altri saranno destinati all’impoverimento”.
Tali dati dovrebbero portare a riflettere sull’importanza dell’impiego di strumenti statali di sostegno, come i sussidi per disoccupazione o mobilità, e di politiche, volte alla riprofessionalizzazione e riqualificazione della precedente generazione di lavoratori, troppo spesso trascurate dall’esecutivo.
Vengono ipotizzati, però, dei possibili rimedi. Come afferma Raitano, guardando ai sistemi dei paesi del Nord Europa e in particolare della Germania, una possibile soluzione potrebbe essere quella di “garantire agli ultracinquantenni ai quali manchino 4-5 anni per arrivare all’età della pensione un Aspi pari al 60% dell’ultimo stipendio, finanziato in parte dallo Stato e in parte dall’impresa, la cui quota potrebbe via via ridursi nel caso in cui il lavoratore sia rimpiazzato”.
Fabiana Palombo



























