Sono quasi 7.000 i laureati che, nel solo 2024, hanno lasciato il Veneto per cercare opportunità di lavoro e di vita altrove (dati CNEL e Fondazione Nord Est relativi al 2024). Un numero più che raddoppiato nell’ultimo decennio, con un impatto economico stimato in circa 14,8 miliardi di euro. Si tratta di una situazione paradossale per una regione che investe nella formazione di eccellenza (140.000 € per laureato), ma “esporta” il capitale umano prodotto.
Anzi, lo spinge via: stipendi medi che si fermano a 1.447 euro (contro 2.231 euro netti guadagnati all’estero), che rendono insostenibile un costo della vita sempre più salato; precarietà diffusa, con prevalenza di contratti a tempo indeterminato e part-time; uno squilibrio nella conciliazione vita-lavoro che favorisce situazioni di burnout; politiche abitative inadeguate e carenza di servizi che impediscono di guardare oltre l’orizzonte della giornata. A pesare, poi, c’è anche una ridotta prospettiva di crescita professionale e umana all’interno dei contesti lavorativi.
Le destinazioni preferite rimangono Germania, Regno Unito, Svizzera e Francia, dove i giovani trovano stipendi mediamente più alti e percorsi di carriera più rapidi. Il quadro è coerente con un Paese che non vuol bene ai suoi giovani, ma, considerato che il Veneto è da sempre considerato la locomotiva d’Italia, tutto questo richiama l’urgenza di una riflessione da parte di tutti gli attori coinvolti.
Che fare, quindi, per trattenere i giovani e le giovani laureate venete e, contemporaneamente, attrarre nuovo capitale umano? Una iniziativa in questa direzione è stata presentata il 13 marzo, nella sede di AzzurroDigitale, tech company padovana di consulenza strategica. Un “Manifesto”, firmato da manager, imprenditori, accademici, sindacalisti e qualche esponente politico ( da Luca Vignaga, amministratore delegato di Marzotto Lab, agli imprenditori Stefano Pozzi e Maurizio Zordan, a professori come Paolo Gubitta, Fabrizio Dughiero ed Elisa Barbieri dell’Università di Padova, e Giancarlo Corò e Vania Brino di Ca’ Foscari, da esponenti di Azione come Carlo Pasqualetto e il consigliere regionale del Veneto Nicolò Rocco, all’ex sindacalista della Cisl Veneto Luigi Copiello, fino al direttore creativo Matteo Pozzi), battezzato “Patto per lo sviluppo delle competenze e delle responsabilità”.
Alla base del Patto ci sono le “borse di impiego”: contratti per neolaureati magistrali (in Veneto sono circa 11mila all’anno) che prevedono un’iniziale integrazione allo stipendio (la tombola delle cifre prudentemente non è stata avviata, ma si parla di circa 5mila euro) per colmare il divario con quelli potenzialmente percepibili all’estero.
L’idea lascia però assai scettica la Cgil locale: è ancora tutta da organizzare, messa in piedi da “adesioni personali senza un’organizzazione propriamente strutturata, in cui i sindacati maggiormente rappresentativi non sono stati interpellati”, commenta a Il diario del lavoro Silvia Fanelli, della segreteria Cgil Veneto.
Ma, soprattutto, si tratta di un’idea ancora tutta da finanziare. Il Manifesto, infatti, è rivolto a Regione, Camere di Commercio, fondazioni bancarie ed enti bilaterali affinché venga creato un fondo per promuovere in via sperimentale l’iniziativa. In pratica, quindi, “quasi tutto a carico della collettività”. Per Fanelli, infatti, si tratterebbe di una misura “paghetta” in una Regione che ha, da un lato, gli stipendi tra i più bassi in Italia per i neolaureati, “cosa di cui però si devono far carico le aziende”, cui spetta il compito di “rendersi più attrattive con precisi strumenti”; dall’altro, c’è il tema di offrire ai giovani la possibilità di costruirsi una vita autonoma e dignitosa.
Complessivamente, per la Cgil questi strumenti rischiano di sostenere indirettamente anche i salari bassi, abituando le imprese a integrare gli stipendi con fondi pubblici. Che i salari in Italia siano fermi, tra i più bassi d’Europa e abbiano perso potere d’acquisto è un dato ormai certificato da grandi organismi come la Banca d’Italia e l’Ocse e “pensare di sopperire con l’intervento di qualcun altro – perché sono state chiamate in ballo anche le fondazioni bancarie, quindi soggetti non solo pubblici – vuol dire ancora una volta non pensare a un salto di qualità del sistema produttivo e imprenditoriale, che si deve interrogare sul perché questi ragazzi non vogliono lavorare o non accettano di lavorare in Veneto. Non può essere sempre colpa di qualcun altro”.
Per il Veneto, i dati più recenti mostrano sia un aumento della cassa integrazione straordinaria sia un rallentamento dell’occupazione, con un aumento delle cessazioni. Di fronte a questi dati, le borse di impiego sembrano essere fuori fuoco. Nella discussione, poi, c’è un altro tema che per Fanelli precede tutti gli altri: il riconoscimento della professionalità dei giovani. La questione non è solo salariale, ma anche di offrire ai neolaureati posti di lavoro all’altezza delle loro aspirazioni e dei loro percorsi di studi. Tra l’altro, il Veneto è una regione con un sistema produttivo molto parcellizzato “e questo non offre i giusti stimoli e i giusti riconoscimenti alle aspirazioni di questi ragazzi”.
Ma il ragionamento si estende anche al tema dell’accoglienza di lavoratori europei ed extraeuropei, a sua volta legato a doppio filo con quella che Fanelli chiama “glaciazione demografica”. “Se è vero che al 2034 le persone in età lavorativa caleranno a 219.000 unità, bisogna agire in fretta con interventi che abbiano una visione a lungo termine, creando le condizioni affinché i giovani siano in grado di costruirsi un futuro e attraendo nuove persone da altri paesi.”. Pensare che la soluzione siano le borse d’impiego, “sopperendo ad altre mancanze con un’integrazione salariale senza una discussione più ampia, è un po’ riduttivo”. In questo modo “non risolviamo problemi strutturali, ma continuiamo a mettere toppe”.
Intanto in Veneto il confronto sul Manifesto procede, salutato con favore tanto dal presidente leghista della Regione, Alberto Stefani, quanto dal capogruppo del Pd Giovanni Manildo. Il sindacato si aspetta di essere coinvolto? “Per noi – dice Fanelli- l’interlocutore è la Regione. Se si aprirà un ragionamento a livello istituzionale, ci auguriamo che coinvolga almeno i sindacati maggiormente rappresentativi. Questo è un tema che è stato molto enfatizzato in campagna elettorale da Stefani e che noi affrontiamo da tempo, sollecitando la Regione”. Il coinvolgimento del partenariato sociale, poi, sarebbe obbligato se si dovesse decidere di utilizzare i fondi europei.
Elettra Raffaela Melucci
























