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Home - Approfondimenti - Analisi - Primo, garantire l’autonomia

Primo, garantire l’autonomia

11 Luglio 2007
in Analisi

di Giuseppe Acocella, vicepresidente Cnel

Ad un secolo dalla Carta d’Amiens – manifesto-simbolo della riaffermazione dell’autonomia  sindacale verso ogni forma di dipendenza dai partiti politici – riemerge, nel dibattito che accompagna la formazione del Partito democratico, l’interrogativo che chiede se l’incontro tra formazioni che si pretendono eredi delle culture politiche di stampo popolare significherà anche affinità e collegamento stabile tra il nuovo partito e le confederazioni sindacali che esercitano la rappresentanza del lavoro nel nostro Paese. Sono molto vive sui giornali le polemiche su quanti segretari confederali nella Cgil aderiscano al Partito democratico e quanti afferiscano all’area della sinistra “radicale”, e se nella Cisl vi sia affinità con la componente Dl del nuovo partito. Qualcuno ha affermato anzi che – avendo il Partito democratico nel suo manifesto affermato tra le sue priorità programmatiche le ragioni del lavoro e fondendosi i precedenti partiti eredi, in qualche modo, del Pci e della Dc – non persisterebbero oltre le ragioni che hanno finora ostacolato l’unità sindacale. Questa osservazione naturalmente sconta una interpretazione angusta e tutta “politico-partitica” del pluralismo sindacale, restando anacronisticamente irrigidita e congelata sulle storiche motivazioni che portarono alla divisione sindacale nel 1948, per di più indifferente alle considerazioni sulle ragioni stesse dell’autonomia sindacale e del rifiuto maturato (e oggi profondamente radicato, salvo in frange estreme) delle esperienze del collateralismo e della “cinghia di trasmissione”, le quali pure hanno rappresentato una fase significativa della storia sindacale.
La dimensione “riformista”, che dovrebbe caratterizzare le intenzioni dei sottoscrittori del partito democratico dal momento che essa è l’unico collante possibile tra orientamenti assai distanti su molte cose, è invece patrimonio radicato nella tradizione sindacale europea ed italiana (salvo che in residue frange “movimentiste”). Resta però il problema delle acute differenze che, sulla strategia per la difesa delle ragioni del lavoro, dividono le componenti che al Partito democratico sono chiamate a dar vita, tanto più che sul riconoscimento della centralità del lavoro come fondativo della Repubblica e dei suoi assetti democratici forse non esiste una perfetta, effettiva identità di vedute tra confederazioni sindacali da un lato e partito democratico dall’altro. Nessuna rivendicazione di sapore pansindacalista, si badi, ma se il partito democratico – necessitato dalla natura degli attuali partiti come “raccoglitori di consenso” in ogni direzione e a tutti i costi – ha bisogno certamente di guardare oltre le ragioni del lavoro per la sua collocazione politica ed elettorale,  non potrebbe garantire una coincidenza di vedute con le strategie del sindacato. Ove fosse chetata, e resa di fatto collaterale, la presenza sindacale, verrebbero ad indebolirsi le ragioni del lavoro, appiattite nei più generali equilibri della strategia di partito, giacché è sempre improprio trasferire all’ambito sindacale un incontro di segno politico, per di più auspicando una ritrovata unità sindacale che si dovrebbe celebrare all’ombra del nuovo partito.

La dialettica che ha tenuto distinte le diverse culture sindacali, ostacolando l’obiettivo dell’unità pur periodicamente auspicato, sarebbe secondo alcuni artificiosamente superabile con le ragioni della politica, ed in specie accreditando l’idea di una possibile versione “laburista” del partito democratico (utopia avvertita nella tradizione sindacale socialista sin dalle ipotesi sul “partito del lavoro” di Rinaldo Rigola quasi un secolo fa). Non credo che sia realistico pensare che il sindacalismo confederale sia disposto a rinunciare all’espressione politica autonoma delle ragioni del lavoro, delegandole ad un partito. Un sistema politico che riassorbisse nella politica e nei partiti le ragioni della rappresentanza del lavoro – di cui i partiti devono invece tener debito conto nell’esercizio della rappresentanza generale – liquiderebbe di fatto non solo l’autonomia del sindacato ma lo stesso contributo che esso fornisce all’ideale di una democrazia compiuta, sostanziale, specie quando, come oggi, non sembrano vinte le tendenze oligarchiche e di apparato rivelate nelle leggi elettorali e nella dinamica interna ai partiti. A quali compromessi continui dovrebbe assoggettarsi l’organizzazione sindacale, necessitata a tenere insieme ragioni di rappresentanza e ragioni di coerenza con le leaderships del partito di riferimento?

redazione

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