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Home - Blog - Quando la divisa diventa un lavoro insostenibile: stress, gerarchie e suicidi nelle forze dell’ordine

Quando la divisa diventa un lavoro insostenibile: stress, gerarchie e suicidi nelle forze dell’ordine

di Yuleisy Cruz Lezcano
30 Settembre 2026
in Blog
Torino, l’esemplare azione di comunicazione di Meloni & Co

C’è un punto nel quale il lavoro smette di essere soltanto lavoro e questo avviene quando il tempo di servizio invade quello della vita privata, quando i turni diventano incompatibili con il sonno e con la famiglia, quando la gerarchia non è più soltanto una struttura organizzativa ma una pressione quotidiana, quando le richieste si moltiplicano senza che aumentino le risorse, quando un ordine deve essere eseguito senza che a chi lo riceve sia spiegato il perché.

Nella letteratura internazionale tutto questo ha un nome sempre più preciso: psychosocial risks, rischi psicosociali del lavoro. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) comprende in questa categoria elementi come carichi eccessivi, orari prolungati, lavoro a turni, scarso controllo sul proprio lavoro, ambiguità di ruolo, cattiva organizzazione, insufficiente sostegno da parte dei superiori, conflitti interpersonali, molestie e squilibri tra vita lavorativa e vita privata. Il nuovo rapporto mondiale dell’OIL del 2026 insiste proprio su questo punto: la salute del lavoratore non dipende soltanto da ciò che fa, ma anche da come il lavoro viene progettato, organizzato e gestito. Tra i fattori individuati compaiono job demands, workload, job control, role clarity, autonomia, organizzazione dell’orario, supervisione, sostegno e correttezza delle procedure. L’OIL stima in oltre 840 mila i decessi annuali associati a condizioni di lavoro caratterizzate da rischi psicosociali, attraverso malattie cardiovascolari e disturbi mentali, incluso, nei casi estremi, si arriva al suicidio.

Lo stress lavoro-correlato non coincide semplicemente con il fatto di avere un mestiere difficile, ma può derivare dalla struttura stessa dell’organizzazione. E nelle professioni in divisa questa distinzione diventa particolarmente rilevante. Infatti, non soltanto il trauma,anche l’organizzazione può logorare e poliziotti, carabinieri, finanzieri, agenti della polizia penitenziaria e polizia locale lavorano in un ambiente nel quale esistono gli operational stressors, e questi sono i principali ingredienti: pericolo, violenza, minaccia, incidenti, morte, interventi traumatici, esposizione a situazioni estreme.

La ricerca internazionale distingue questi fattori dagli organizational stressors, e tra questi ultimi compaiono proprio alcuni degli elementi che più spesso vengono raccontati dagli operatori. Essi sono carichi di lavoro elevati, pressione amministrativa, lunghe ore di servizio, scarso supporto, problemi di leadership, basso margine decisionale, rapporti difficili con i superiori, burocrazia, mancanza di risorse e squilibri tra lavoro e vita privata. I fattori organizzativi egli stress occupazionale, possono portare a distress psicologico, esaurimento emotivo, fino ad arrivare a una cattiva salute mentale.

Nel burnout presente nel corpo della polizia, esistono fattori di rischio più ricorrenti, che portano a esaurimento energetico, distanza mentale o negatività verso il proprio lavoro, con riduzione dell’efficacia professionale.

Per chi lavora in divisa il tempo non è sempre un tempo normale, ci sono turni notturni, rotazioni, reperibilità, cambiamenti dell’orario, servizi straordinari, festività lavorate, periodi nei quali il riposo viene continuamente rimodulato. Da questo deriva una particolare esposizione ai problemi del sonno. Il turno, dunque, non è soltanto una questione contrattuale o amministrativa. Infatti, quando diventa cronico e non adeguatamente compensato dal recupero, può entrare nel terreno della salute occupazionale. Ed è qui che il concetto di work-life balance, equilibrio tra lavoro e vita, assume un significato concreto. Spesso è difficile coniugare famiglia, relazioni, sonno, tempo libero e recupero. Quindi viene a meno la capacità di una persona di sostenere un lavoro ad alta intensità.

Nelle forze dell’ordine e nelle forze armate la gerarchia è strutturale e non può essere eliminata. Il problema posto dalla ricerca internazionale è un altro: come viene esercitata la leadership. L’OIL considera rischi psicosociali anche la scarsa chiarezza dei ruoli, la limitata partecipazione alle decisioni, la supervisione autoritaria, la mancanza di sostegno e la cattiva gestione dei rapporti interpersonali. Per gli agenti di polizia i fattori organizzativi associati al disagio, possono derivare proprio da una leadership e una cultura organizzativa, improntata sulla burocrazia e con assenza del supporto sociale. Influisce, ampiamente, anche lo stigma che può accompagnare la richiesta di aiuto psicologico. Per questo, quando un lavoratore racconta di ordini che non comprende, di decisioni calate dall’alto, di pressioni continue o di rapporti umani diventati insostenibili, non si sta necessariamente parlando di una generica «fragilità personale». Si sta parlando anche di organizational climate, di leadership, di job control, di social support, di workload e di psychosocial safety. Queste, poi, sono parole tecniche, ma descrivono qualcosa di molto concreto: il modo nel quale un’organizzazione tratta le persone.

Per un agente di polizia, un carabiniere o un militare, la disponibilità dell’arma d’ordinanza introduce un ulteriore elemento di prevenzione. La questione non riguarda soltanto l’eventuale presenza di un disagio psicologico, riguarda anche la capacità dell’organizzazione di intercettare tempestivamente situazioni di crisi, ridurre lo stigma, garantire accesso riservato al supporto, formare i comandanti e i colleghi, e predisporre procedure di sicurezza quando emergono segnali di rischio.

Gli operatori di polizia sono esposti a un insieme particolare di stressori professionali e che il rapporto tra stress, burnout e suicidarietà è complesso. Per tutto questo non esiste una spiegazione monocausale e non è scientificamente corretto trasformare il suicidio di un lavoratore in una semplice conseguenza del suo mestiere, ma proprio perché il fenomeno è complesso, non può essere affrontato soltanto sul piano individuale.

Ora veniamo alla realtà! Il caso di Ciro Esposito, 37 anni, un nome che compare nella cronica, all’interno di questa cornice, drammaticamente. Ciro aveva 37 anni, era originario della provincia di Napoli ed era assistente della Polizia di Stato in servizio alla Polmare di Venezia, la polizia di frontiera marina lagunare. Domenica 27 settembre, poco dopo essere entrato in servizio, si è chiuso negli spogliatoi degli uffici e si è tolto la vita con l’arma in dotazione. La notizia è stata riportata dalla stampa locale il 28 settembre. La Nuova Venezia ha riferito che l’uomo lavorava da diversi anni nella Polizia di Stato a Venezia e che il collega stava attraversando un periodo difficile. È importante fermarsi qui, a questa affermazione dei colleghi. Non sappiamo, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, che cosa abbia determinato il gesto di Ciro e non sappiamo se vi siano state specifiche vicende personali, professionali o organizzative. Non è quindi corretto stabilire un nesso causale tra le sue condizioni di lavoro e la sua morte senza un accertamento documentale, ma proprio questa impossibilità dovrebbe rendere ancora più importante una domanda: quanto sappiamo davvero delle condizioni di lavoro di chi indossa una divisa?

In Italia manca ancora un registro pubblico, unico e tempestivo che raccolga tutti i suicidi nelle diverse componenti delle forze in divisa. Per questo i dati degli osservatori indipendenti hanno un peso conoscitivo importante, pur non essendo statistiche istituzionali. L’Osservatorio Nazionale Suicidi Forze dell’Ordine di Cerchio Blu (ONSFO) dichiara di raccogliere casi verificati relativi a Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Polizia Locale, escludendo pensionati, personale in congedo e le forze armate tradizionali. Cerchio Blu. Per il decennio 2014-2024, l’Osservatorio riporta 454 eventi tra le Forze di Polizia italiane; secondo i dati pubblicati e ripresi da analisi indipendenti, l’arma in dotazione risulta coinvolta nell’82,4% dei casi. Questi sono numeri che vanno letti con prudenza ma dimostrano però l’esistenza di un fenomeno abbastanza consistente da richiedere monitoraggio sistematico, trasparenza dei dati e prevenzione strutturale.

Le associazioni che si occupano di suicidi nelle forze dell’ordine denunciano da anni una insufficiente attenzione istituzionale al fenomeno. Il problema più concreto, prima ancora di parlare di responsabilità, è la frammentazione dei dati. Se non esiste una banca dati pubblica completa, diventa difficile sapere quanti siano i casi, quali corpi siano maggiormente coinvolti, quali fasce di età, quali condizioni di servizio, quali modalità organizzative e quali interventi preventivi producano risultati.

La stessa Cerchio Blu sottolinea che il proprio osservatorio nasce proprio dall’esigenza di monitorare e comprendere il fenomeno attraverso criteri dichiarati di raccolta e selezione dei casi. Dire che la mancanza di una banca dati istituzionale pubblica, centralizzata e tempestiva rappresenta un problema di trasparenza e conoscenza del fenomeno è fondamentale, ne va dell’etica, dello stato dei diritti e della sostenibilità di certi lavori.

C’è poi un altro punto decisivo, se il problema viene definito esclusivamente come «disagio psicologico dell’individuo», il rischio è quello di spostare tutta la responsabilità sulla persona. Invece, ci sono fattori organizzativi come carichi di lavoro, orari, turni, autonomia, leadership, comunicazione, supporto tra colleghi, cultura dell’organizzazione e possibilità di conciliare lavoro e vita privata, che incidono drasticamente. L’OIL indica espressamente la valutazione dei rischi psicosociali, gli interventi collettivi, una maggiore partecipazione dei lavoratori e il rafforzamento del supporto sociale tra le misure preventive.

Per le forze dell’ordine questo significa una cosa molto concreta: prevenire non vuol dire soltanto mettere a disposizione uno psicologo quando una persona è già in crisi, significa anche interrogarsi su quanto siano sostenibili i turni, sulla qualità delle relazioni gerarchiche, sulla formazione dei comandanti, sulla gestione dei conflitti, sui carichi amministrativi, sui tempi di recupero, sulla possibilità di parlare senza paura dello stigma e sulla capacità dell’organizzazione di riconoscere precocemente una situazione di difficoltà.

La morte di lavoratori, come Ciro, autorizza, anzi impone, una domanda collettiva sulle condizioni nelle quali lavorano migliaia di uomini e donne che ogni giorno svolgono professioni ad altissima esposizione allo stress. Perché il punto non è stabilire se la divisa «faccia ammalare». Il punto è capire quale organizzazione del lavoro protegga davvero chi porta quella divisa.

Una gerarchia può essere necessaria senza diventare disumanizzante, un ordine può essere necessario senza essere incomprensibile, così come un turno può essere necessario senza diventare incompatibile con la vita. La disciplina può essere essenziale senza impedire di chiedere aiuto, e la prevenzione può cominciare molto prima che una persona arrivi al punto di non vedere più una via d’uscita.

Posso darle una forma poetica molto intensa, mantenendo le immagini che hai indicato ma evitando di trasformare l’atto in qualcosa di eroico o inevitabile. Ho cercato di lasciare al centro Ciro, la sua assenza e ciò che resta nei vivi.

UN UOMO DIETRO LA DIVISA

(Dedicata a Ciro)

Nel se non esiste

se avessi un’arma,
lui ce l’aveva,
non per difendersi dagli altri.

Forse è questa la cosa

più difficile da comprendere
un oggetto nato per proteggere
è diventato, in un istante,
il confine tra un uomo
e tutto ciò che lo chiamava

per nome.

Tiratore che uccide il suo corpo,
non la sua storia, non gli anni
o le mani che lo hanno salutato.
Tiratore che non sa

uccidere le voci

che continueranno a cercarlo.

Rimane l’odore

della polvere da sparo
e più forte rimane

quello che non si può misurare:
il silenzio dopo e prima,
il silenzio che gli altri
che non avevano saputo ascoltare.

Chissà come si sente un uomo
che, prima di morire,
si sente già morto.

Prima di sparare
si può essere soffocati
dalla pestilenza dei vivi,
da parole dette senza sapere,
da ordini senza un perché,
da giorni che si assomigliano,
da una stanchezza

che non trova un nome

abbastanza grande.

Dalla rigidità transitoria
che inchioda l’anima alla colpa
di lasciare almeno qualcuno
a cui si è voluto bene.

Tutto il terrore della morte
si può concentrare
nell’atto di trattenere il respiro,
in quel respiro di sollievo trattenuto
che fa pensare
ci vuole solo un attimo.

Ma un attimo non è una vita

e una vita non finisce nell’attimo
in cui un uomo non riesce

più a vederla.

I corridoi sciolti della vita
si stringono in uno spogliatoio,
un luogo qualunque,
diventato improvvisamente
il centro nero del mondo.

E quel vuoto ha una coscienza

strana alla coscienza:
sa cose che noi non sapremo,
custodisce l’ultima solitudine,
ma non può restituire
ciò che ha inghiottito.

La pistola forse non la impugna
chi si uccide.

Forse viene impugnata
da quel simile che gli vive dentro,
un personaggio drammatico
che guadagna scenario,
che cresce nel buio,
e sembra avere voce
proprio quando tutte le altre
si sono spente.

Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano

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Poetessa

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