Nell’elenco dei grandi handicap che affliggono il nostro paese, le cause del mancato arrivo degli investimenti esteri, campeggia sempre il ritardo della pubblica ammi-nistrazione, un moloch che toglie funzionalità alla gestione dello stato senza riuscire nemmeno a gratificare gli addetti ai lavori, cioè i pubblici dipendenti, per lo più frustrati e poco retribuiti. Un problema serio che forse non è mai stato seriamente affrontato. L’unico che recentemente ha provato a metterci le mani è stato Renato Brunetta, quando nel governo Berlusconi era il ministro competente. Non ha avanzato tesi molto sballate, ma la sua riforma è finita praticamente in un cassetto. Soprattutto perché si basava sull’uso della leva retributiva per premiare o punire i lavoratori capaci e volenterosi o invece neghittosi o incapaci. Il blocco della contrattazione nel pubblico impiego ha sterilizzato la sua riforma.
Adesso ci provano Renzi e la Madia. Con un certo coraggio giovedì sera hanno annunciato una grande riforma per il prossimo mese di giugno. Coraggio perché avviare quest’azione nemmeno un mese prima delle elezioni è almeno temerario. E’ vero che i veri contorni dell’intervento si sapranno solo a metà giugno, quindi dopo le elezioni, ma l’allarme per la riforma potrebbe essere un boomerang, più forte della dimostrazione di voler davvero riformare l’Italia in poco tempo.
Comunque sia, lo hanno fatto. Capire il segno di questa nuova riforma, è più difficile. Un po’ perché non se ne conoscono i dettagli, nemmeno di massima, per ora siamo solo agli annunci. E un po’ perché nemmeno questi sono sicuri al cento per cento. Non si sa cioè fino a dove saranno poi presenti nei due provvedimenti annunciati, un decreto legge e un disegno di legge. E questo tipo di provvedimenti devono essere studiati nelle virgole per capire davvero cosa e come cambieranno.
Alcune cose però sono da dire. La prima, che davvero colpisce, è la totale emarginazione, se non più, del sindacato, che nel pubblico impiego sono molto forti. Nel mese di giugno il governo è pronto a raccogliere le osservazioni di tutti coloro che vorranno dire la loro sulla riforma, lavoratori e sindacati. Li ha messi tutti in un fascio, senza distinguere tra rappresentati e rappresentanti. Il sindacato non si adonterà, ha detto il premier, se sentiamo la voce dei lavoratori: uno sfottò, perché una cosa è aprire un sito internet dove i tre milioni di pubblici dipendenti possono dare libero sfogo alla loro passionalità, altro aprire un dialogo su chi rappresenta buona parte di questi tre milioni di lavoratori. Del resto, il governo non sembra voglia limitarsi a non coinvolgere il sindacato, perché ha detto anche che saranno dimezzati i permessi sindacali (senza specificare come, ma comunque è una cosa che per il sindacato peserà).
Poi, sono da sottolineare due cose importanti che ha detto Renzi presentando la riforma. La prima è che questa revisione non è dettata dalla spending review. Non si cambia la pubblica amministrazione por fare cassa, ma per eliminare un collo di bottiglia che causava difficoltà a tutti. Ed è un bene, perché dimostra che quanto meno si è capito che quello è davvero un collo di bottiglia della funzionalità del paese. L’altra è che non ci saranno esuberi: al contrario, si apriranno possibilità di attivare fino a 100mila nuovi posti di lavoro eliminando le trattenute in servizio.
L’intervento sui dirigenti sembra positivo. Perché elimina le incrostazioni che pesavano sulle casse dello stato e sull’efficienza del sistema, e comincia a introdurre il criterio del merito, sempre negletto nella pubblica amministrazione. Come sembra positivo il taglio che si vuole portare a una serie di realtà, a cominciare dalle troppe scuole di formazione per crearne una sola, che ricordi almeno alla lontana quella francese. Anche qui però c’è da capire come si realizzeranno queste semplificazioni e accorpamenti, perché per esempio sarebbe davvero pericoloso se si volesse ridurre il numero (e la funzionalità) delle authority soltanto per eliminare delle voci scomode, anche molto scomode.
Un’altra cosa importante è l’intervento annunciato per eliminare liti temerarie. La regola nel sistema della costrizione di infrastrutture pubbliche era il ricorso al Tar da parte di tutti coloro che perdevano una gara. Un sistema che portava ad allungamenti eterni dei tempi di realizzazione delle opere pubbliche e ad ampliamenti dei costi. Forse questi ricorsi si ridurranno, col doppio beneficio, per le opere pubbliche, che si potranno fare in meno tempo, e per i tempi della giustizia amministrativa, che si sveltiranno.
Una riforma che in generale può far sperare, perché sembra che voglia intervenire sui difetti più macroscopici del sistema pubblico, senza troppi costi, materiali e umani. Tutto da vedere, ma per il momento è già qualcosa.



























